Capita spesso di uscire da una situazione difficile in modo inatteso, riuscendo a evitarne le conseguenze solo per un soffio. In questi casi si dice comunemente di cavarsela per il rotto della cuffia, espressione usata per indicare uno scampato pericolo o il superamento di una prova in maniera estremamente risicata.
Ma da dove nasce questo modo di dire?
Secondo una spiegazione riportata dall’Accademia della Crusca e ripresa dal Vocabolario della lingua italiana curato da Nicola Zingarelli (edizione 2002), il significato della parola cuffia rimanda a un elemento dell’armatura antica. In particolare, con questo termine si indicava la parte della cotta di maglia indossata sotto l’elmo o la cervelliera, oppure un copricapo di cuoio o pelle imbottita portato sotto la celata.
Una delle ipotesi sull’origine dell’espressione fa riferimento a un gioco medievale, noto come gioco del saracino o giostra della Quintana. In questa prova il cavaliere, lanciato al galoppo, doveva colpire con la lancia lo scudo impugnato da un fantoccio mobile, spesso raffigurante un saracino, cercando al tempo stesso di evitare il contraccolpo di una mazza fissata all’altro braccio dell’automa.

Accadeva talvolta che il braccio del fantoccio colpisse il copricapo del cavaliere senza però disarcionarlo. Anche se la cuffia risultava danneggiata, la prova veniva comunque considerata valida, poiché il concorrente era rimasto in sella. In questo senso, chi riusciva a completare la prova nonostante il colpo ricevuto si era salvato “per il rotto della cuffia”.
Un’altra interpretazione collega l’espressione alle giostre cavalleresche vere e proprie. Durante un duello, infatti, poteva succedere che la lancia dell’avversario trapassasse l’elmo, lasciando al cavaliere la salvezza solo grazie alla protezione offerta dalla cuffia sottostante. Anche in questo caso, l’idea è quella di uno scampato pericolo per un margine minimo.

Esiste infine una diversa spiegazione che associa la parola cuffia a una parte delle fortificazioni cittadine. In questa prospettiva, passare per il rotto della cuffia significherebbe attraversare una piccola breccia nelle mura. Questa interpretazione trova un possibile riscontro in una delle Satire di Ludovico Ariosto, dove compare la stessa espressione con il termine muro al posto di cuffia:
Uno asino fu già, ch’ogni osso e nervo
Mostrava, di magrezza; e entrò, pe ‘l rotto
Del muro, ove di grano era uno acervo;
E tanto ne mangiò che l’èpa, sotto,
Si fece più d’una gran botte grossa (Satire 1. 247-51).



