“Se c’era una cosa che odiava erano i bambini morti. La sensazione di spreco, di rinuncia, di occasioni perdute. Un popolo, una civiltà si qualifica dalla cura per la propria infanzia, aveva letto in un libro. Non ne usciva certo bene, quella città.!”

Con questo quarto romanzo della serie si chiude il primo anno di indagini che vedono protagonista il Commissario Ricciardi, nato dalla penna di Maurizio De Giovanni. Dopo l’afosa estate, a Napoli è arrivato l’autunno con le nuvole cariche di pioggia e l’animo che torna nel grigiore delle giornate uggiose.

Definito dai molti appassionati della serie, probabilmente, come il migliore romanzo di tutta la serie “Il giorno dei morti” si svolge negli ultimi giorni di ottobre, nella settimana che porta alla ricorrenza del 2 novembre.

Maurizio De Giovanni in questo libro tocca le corde più sensibili del lettore. La vittima questa volta non è una nobildonna della Napoli fascista, nè una cartomante truffaldina o un famosissimo tenore vizioso. Il corpo ritrovato sullo scalone monumentale che conduce a Capodimonte è quello di un bambino “seduto su una sorta di panca di pietra”.

Era di bassa statura – i piedi non toccavano terra – e fradicio di pioggia. L’acqua inzuppava i vestiti, scadenti, da scugnizzo. Calzava un paio di zoccoli che non nascondevano i segni dei geloni. Le labbra erano violacee, gli occhi semiaperti nel vuoto.

Il bimbo, Matteo Diotallevi, detto Tettè a causa della sua balbuzie per la quale non riusciva a pronunciare nemmeno il suo nome senza impappinarsi, è fermo immobile, in una posizione di calma serafica, quasi dormiente. Al suo fianco un cane bianco con macchie marroni sembra accudirlo nel sonno eterno. Presenza silenziosa quella del fedele amico a quattro zampe, l’unico che Matteo abbia mai avuto nella sua breve esistenza.

Come si chiamava? Che giochi faceva, che amici aveva? C’erano una madre, dei fratelli che ora piangevano e si disperavano per la sua assenza? O era solo e abbandonato da vivo come lo era stato nella morte?

Le indagini non possono seguire il loro corso naturale. Se negli anni Ricciardi ha capito come Napoli debba risultare sempre pulita ed estranea ai crimini per regalare ai cittadini quella sicurezza che solo il nuovo regime fascista può assicurare, in questo episodio l’assunto è ancora più forte. Il 3 novembre è prevista la visita del Duce e la Questura non può permettere che ci siano crimini ancora irrisolti con una conseguente caccia a un assassino misterioso.

Le autorità vorrebbero archiviare il caso come morte accidentale ma per Ricciardi qualcosa non va. È un richiamo molto forte quello che mantiene il suo pensiero su quell’esile e indifeso corpo. Inoltre, un segno che solo il Commissario può cogliere lo convince ad andare a fondo della questione. Lo spirito del bimbo sul luogo delitto non c’è. Il “Fatto” come lo chiama Ricciardi da sempre, questa volta lo ha abbandonato. Per quale motivo? Perché Matteo non parla a Ricciardi dei suoi momenti di vita? L’ultimo pensiero per la vita terrena che solo lui può cogliere, come ultimo filo sottile che li lega a questo mondo prima di lasciarsi definitivamente andare.

La pioggia incessante non lascia tregua, come il pensiero di Tettè non abbandona la testa di Ricciardi che si convince di indagare in segreto sulla vita del povero bimbo.

La pioggia incessante non ferma il cane del bambino che come un custode del ricordo di Matteo, è una presenza costante per Ricciardi.

La pioggia incessante lava le strade di Napoli, ma nulla può con la coscienza del Commissario.

La pioggia incessante si è accanita anche su Matteo ma nulla ha potuto contro la solitudine che lo opprimeva. Bistrattato dai ragazzi della sua età, bullizzato diremmo oggi, Tettè trovava l’unico momento di conforto con “il suo angelo”, l’unica persona che lo faceva sentire umano, l’unica persona con cui la balbuzie non compariva.

A lato delle vicende noir, prosegue l’avvicinamento tra il commissario ed Enrica Colombo, con Livia Lucani, la vedova Vezzi, conosciuta nel primo episodio, ormai trasferita in pianta stabile a Napoli e sempre più convinta di poter conquistare Ricciardi.

Quegli inquietanti occhi verdi, trasparenti come il vetro, con le palpebre che non sbattevano mai; quegli occhi che ti sfidavano senza sfidarti, che ti mettevano di fronte alla parte peggiore di te stesso, quella che non volevi conoscere, quella che non sapevi di avere.

L’autunno dalle tinte fosche, il grigio dei nuvoloni che incombono, le gocce d’acqua alle finestre attraverso le quali scrutare il mondo esterno. Quel mondo spesso troppo crudele per chi chiede solamente una carezza d’affetto. Ancora una volta De Giovanni attraverso i suoi gialli polizieschi mette i lettori di fronte a interrogativi che pesano sullo stomaco e stringono le viscere.

La sofferenza dei vivi costretti a una vita di stenti. L’amore e la fame, ancora una volta, le grandi nemiche dell’uomo secondo Ricciardi. Sono loro a muovere l’essere umano. ìL’amore buono e l’amore malato. Le ingiustizie che in qualche modo devono essere sanate per concedere, nella morte, quel poco di dignità che nella vita è stata negata.

Il giorno dei morti. L'autunno del commissario Ricciardi - Maurizio De Giovanni - copertina

Editore: Einaudi

Collana: Einaudi. Stile libero big

Edizione: 1

Anno edizione: 2012

In commercio dal: 12 giugno 2012

Pagine: 312 p., Brossura

EAN: 9788806213930

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