Articolo a cura di Roberto Orsi

Cari lettori di TSD, eccoci a un nuovo tour Storico. Dopo esserci inebriati del caffè nero e bollente servito nelle sale del Gran Caffè Gambrinus, procediamo il nostro tour virtuale: rimaniamo a Napoli e senza allontanarci molto andiamo a Piazza Plebiscito.
Su forza, non vedete che lì c’è una festa, una giostra di cavalieri? Non sentite il richiamo del banditore del Re che ci invita? Non siete curiosi di vedere a chi appartengono le statue nelle nicchie del perimetro di Palazzo Reale? E di sapere chi ha realizzato quelle due equestri che campeggiano davanti al colonnato? Allora, seguitemi (dovrò farmi un ombrellino col logo TSD, tipico da guida turisitica, eh sì), portiamoci al centro della piazza, mettetevi in cerchio intorno a me e iniziamo il nostro racconto!

Siamo in luogo strategico di Napoli: poco distante dal porto, ma non direttamente a picco sul mare, questo enorme spiazzato ha da sempre attirato l’attenzione di quei regnanti che più di altri hanno voluto lasciare un’impronta ben decisa del loro passaggio sulla città. Questo slargo ha rappresentato spesso uno di quegli avamposti urbani in grado di comunicare l’avvenuto accesso in città.

Sembra che la storia della piazza abbia avuto inizio con quella della città stessa: qui si innalzavano infatti le mura della greca Palepoli e quelle del romano Castro Luculliano, di cui non esiste alcun frammento residuo perché furono demolite fra il XIII e il XIV secolo per fare spazio a chiese e monasteri intorno ai quali si andarono poi ad agglomerare case che formarono quello che poi venne chiamato Borgo del Santo Spirito.
Nel 1500 con l’inizio del viceregno spagnolo occorreva una reggia per il vicerè, fu così costruito il Palazzo Vecchio. Nel 1600, a distanza di un secolo, venne poi costruito il Palazzo Reale, firmato dall’architetto Domenico Fontana, detto Nuovo per distinguerlo dal Palazzo Vecchio (solo in seguito ad un pericolo di crollo fu l’architetto Luigi Vanvitelli a potenziare il fabbricato, rimodernandolo e conferendogli allo stesso tempo una certa eleganza). La piazza nel 1602, terminata la costruzione del Palazzo Reale, cambiò completamente volto ed abitudini, e prese il nome di largo di Palazzo, questo il suo nome originario.

In tutti questi decenni l’area dello slargo non fu mai pavimentata, poiché impiegata per ospitare feste popolari con giostre di cavalieri, corride, cortei, spettacoli: tutto al solo scopo di esaltare la grandezza dei regnanti e distogliere l’attenzione della plebe dalla miseria delle loro vite.
Largo di Palazzo era, dunque, un vero e proprio teatro all’aperto: tornei, matrimoni, caroselli e gare di armigeri. Ma la piazza divenne ancor più celebre per le sue “cuccagne” nel ’600 e nel ’700.
I vicerè spagnoli prima e i sovrani Borbone poi davano ordine di predisporre davanti Palazzo Reale grandissimi palchi dove, in occasione di determinate ricorrenze, erano a disposizione della gente ogni tipo di cibo: polli, salumi, formaggi, bovini.

Per dovere di cronaca, però, dobbiamo dire che la piazza fu anche teatro di lotte per la libertà del popolo napoletano: nel 1647 il duca d’Arcos, inseguito dai lazzari di Masaniello, si salvò prendendo rifugio nel convento di S. Luigi, salvandosi disperdendo monete d’oro durante la fuga; o ancora, in seguito, quando un colpo di fucile sparato proprio in questa piazza da non si sa chi o perché diede inizio al massacro del 15 maggio 1848.

Torniamo a pensieri e racconti più fastosi.
Con il crescere della bellezza di Palazzo Reale, che con l’arrivo di Carlo III si abbellì d’arredamenti e opere d’arte al suo interno portandola davvero a essere una reggia nobiliare, la Piazza così fatta non poteva più reggerne il confronto, né d’altro canto una dimora reale poteva affacciare su un luogo così: fu dunque questo lo sprone a iniziare una serie di interventi architettonici, urbanistici e monumentali che la porteranno poi ad essere quella che è oggi. 

Le trasformazioni più considerevoli ebbero inizio a partire dal 1809, con  Murat e il cosiddetto decennio francese.

Tra il 1808 e il 1815, per rendere ancora più apprezzabile questo palcoscenico all’aperto, il re Gioacchino Murat fece bandire dal Consiglio degli Edifici Civili un concorso per la costruzione di un “Foro San Gioacchino” che prevedeva l’abolizione dei vari conventi, la costruzione di due palazzi  e la trasformazione della piazza in un grande anfiteatro le cui gradinate dovevano essere scavate nella collina di Pizzofalcone. La sua prima mossa quindi fu quella di far costruire un colonnato semicircolare che doveva circoscrivere l’anfiteatro, già battezzato da lui Foro Murat.

Ma quando il regime francese venne meno e ritornò sul trono Ferdinando di Borbone, di Foro Murat non si parlò più.

Ferdinando IV di Borbone, continuò l’opera di modifica avviata dal suo predecessore, pur esigendo delle modifiche di natura prevalentemente molto più simbolica e meno formale. Per rispondere a quell’esigenza compositiva di simmetria, che conforma oltremodo l’intero progetto, fu avviata sul lato opposto la costruzione di un edificio identico che sarebbe stato adibito, una volta ultimato, a sede del Ministero degli Esteri e a foresteria (quelli che poi, per una parte, sono diventati i locali del Gran Caffè).

Innanzitutto, trasformò l’edificio centrale laico in un tempio dedicato a San Francesco di Paola, in segno di riconoscenza, come voto del re nei confronti di quel santo che lo aveva appoggiato per restaurare la corona borbonica.
La realizzazione della Chiesa fu affidata a Piero Bianchi che collocò due statue equestri, di Carlo e Ferdinando di Borbone al centro della piazza

A completare la piazza furono poi il Palazzo Salerno, (chiamato così perchè residenza privata inizialmente del principe Salerno figlio di Ferdinando IV) e Palazzo dei Ministri, oggi chiamato Palazzo della Prefettura.

Solo quando il plebiscito del 21 ottobre 1860 decretò l’annessione del Regno delle due Sicilia al Regno di Sardegna, la piazza da Largo di Palazzo prese il nome di Piazza (del) Plebiscito.

Una curiosità lunga 170 metri!
È piuttosto risaputo il “gioco” che i napoletani fanno fare ai turisti che visitano la piazza. Al centro della piazza troviamo due statue equestri di Carlo III e Ferdinando I costruite dal Canova e finite dal suo allievo Calì dopo la morte del suo maestro.
Il turista, bendato, deve riuscire ad attraversare la piazza, secondo una linea retta, partendo da Palazzo Reale fino al percorrimento dello spazio tra le due grandi statue. La prova è valida se la persona riesce a passare fra i due cavalli. Una leggenda sostiene che nessuno potrà mai riuscirci a causa di una maledizione della regina Margherita.
Si narra, infatti, che la sovrana era solita concedere una volta al mese la libertà a uno dei suoi prigionieri a patto che riesca a superare questa prova. Partendo da Pallazzo Reale, il prigioniero ad occhi chiusi, doveva riuscire ad arrivare in mezzo alle due statue. Le notizie narrano che nessun prigioniero riuscì nell’impresa proprio perché la sovrana lanciò una maledizione che non ha risparmiato nessuno.
Esiste però una spiegazione un po′ meno fantasiosa e più scientifica: la leggera inclinazione della superficie della piazza, nonchè la sua ampiezza, farà virare la persona bendata non permettendole di proseguire diritto e di attraversare le due statue. Quando la persona aprirà gli occhi resterà molto stupita di aver cambiato così tanto la sua traiettoria iniziale. Provateci anche voi!

Voglio però salutarvi lasciandovi un sorriso sulle labbra e raccontarvi una piccola storia.
Sulla facciata di Palazzo Reale, campeggiano anche otto nicchie dove dal 1888 sono esposte tutte le statue dei re di Napoli (Ruggero il Normanno, Federico II, Carlo d’Angiò, Alfonso d’Aragona, Carlo V, Carlo III, Gioacchino Murat, Vittorio Emanuele II).

Legata in particolare alle ultime quattro sculture c’è una simpatica storiella che si tramanda di padre in figlio.
Carlo V d’Asburgo, indicando con il dito verso il basso, sembrerebbe dire «Chi ha fatto la pipì qui a terra?». «No, non sono stato io!», risponderebbe sdegnato Carlo III di Borbone. Accanto a loro Gioacchino Murat, portandosi la mano al petto, confesserebbe «Sono stato io!». E infine Emanuele II di Savoia, sfoderata la spada, esclamerebbe «Allora glielo taglio!».

Fonti

https://www.10cose.it/napoli/piazza-plebiscito-napoli

http://www.guidanapoli.com/piazze/piazza_del_plebiscito.php

https://www.ilmattino.it/rubriche/segreti_napoletani/segreti_napoletani_storia_re_plebiscito-4644436.html

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *