Articolo a cura di Laura Pitzalis In Europa tra 1828 e il 1833 si aggirava un genovese alto, magro, vestito di nero dai capelli lunghi e disordinati, con un violino sottobraccio, un Guarneri annata 1717. Si presentava sul palcoscenico, iniziava a suonare e tutti gli spettatori rimanevano rapiti, ipnotizzati dai suoni ed effetti che uscivano dalle quattro corde sulle quali le dita della mano sinistra e l’archetto si abbattevano con veemenza. E se una corda si spezzava, lui continuava imperterrito. Il suo nome è Niccolò Paganini, uomo dalle tante anime, selvaggio, talentuoso, istrionico, amante degli eccessi, ombroso, avvolto nel mistero, carismatico. Figura dannata, maledetta e demoniaca, il violinista per eccellenza, l’uomo che avrebbe imparato dal diavolo in persona l’arte di suonare quelle… diavolerie. Sicuramente un genio dotato di un’enorme intelligenza che lo poneva molto più avanti rispetto al tempo in cui visse, un genio che, con il suo vivere fuori le righe, sarebbe risultato bizzarro perfino ai nostri giorni, figuratevi nell’ottocento! Tiene concerti in giro per il mondo, osannato dalle folle, desiderato da frotte di donne, (al suo fascino cedettero perfino Elisa e Paolina Bonaparte, sorelle di Napoleone) anche se non è quello che si definisce “un adone”. Ė, anzi, parecchio brutto. Ha i capelli neri lunghi sempre spettinati, gli mancano dei denti, l’imponente naso aquilino spicca sul viso pallido e ossuto. Magrissimo e cupo, è pienamente consapevole del suo status e si costruisce un look demoniaco ad hoc: abito completamente nero con pantaloni svolazzanti che lo fanno sembrare ancora più emaciato e consunto di quanto non lo sia, portamento legnoso e rigido, davvero impressionante! Indossa degli occhialini rotondi scuri che gli danno un’aria assolutamente raccapricciante. Gestisce con attenzione le notizie circolanti sul suo conto: lascia trapelare solo quelle che alimentano il suo mito, una vera e propria strategia di marketing, diremo oggi. Si crea in tutta Europa un vero mercato di gadget e lui diventa una vera icona di stile: gli uomini si acconciano i capelli alla Paganini, si preparano dolci con il suo nome, a Vienna la banconota da cinque fiorini è chiamata Paganinerl. E poi caricature, ritratti, scarpe alla Paganini, scialli alla Paganini, cappelli alla Paganini, pipe alla Paganini … una star dei nostri tempi! Ma questo suo “essere”, nulla toglie alle sue qualità di musicista. Nelle Corti di tutta Europa, da Milano a Londra, da Praga a Vienna è acclamato per il genio che realmente è. Idolatrato dai suoi stessi colleghi: da Beethoven a Liszt, da Chopin a Schubert, da Schumann a Berlioz. «Ho sentito cantare un angelo», disse Franz Schubert. «Solo due volte ho pianto in vita mia: quando un tacchino infarcito di tartufi mi cadde accidentalmente nell’acqua e quando sentii suonare Paganini». Questo il simpatico ma non meno lusinghiero commento di Gioacchino Rossini. Le descrizioni di Paganini riferiscono di braccia lunghissime, mani con lunghe dita affusolate e piedi sproporzionati che muove al ritmo della musica, contorcendo il magrissimo corpo in pose impossibili. La sua mano sinistra ha un’insolita flessibilità, che lui sfrutta, fino in fondo, a suo vantaggio. Anche l’articolazione della spalla è eccezionalmente elastica, tanto da accavallare i gomiti praticamente uno sull’altro quando suona. Questa eccezionale mobilità consente a Paganini di usare una tecnica violinistica talmente sofisticata e difficile che alcuni dei suoi “Ventiquattro capricci” restano quasi impossibili da eseguire. Recenti studi hanno ipotizzato che queste sue straordinarie capacità artistiche fossero, probabilmente, “esaltate” da una rara malattia, la sindrome di Marfan, che altera il tessuto connettivo e compromette vari apparati dell’organismo, tra cui lo scheletro. Ė quindi una persona che ha una disabilità, a quei tempi una condanna all’emarginazione. Ma lui non si arrende e sa fare di necessità virtù. Utilizzando a suo servizio gli handicap dovuti alla patologia e con un estenuante allenamento quotidiano, raggiunge livelli di virtuosismo impossibili. In quest’articolo non mi soffermerò sulla sua biografia di bambino prodigio, nato da una famiglia molto modesta che non gli permise un’educazione musicale appropriata per cui imparò a suonare da autodidatta, sotto la guida di un padre dispotico che lo costringe a suonare per 10- 12 ore al giorno, chiuso in cantina. Mi rifarò all’aneddotica della biografia ufficiale, anche se è ricca di episodi romanzati creati ad arte per accrescere la suggestione intorno al personaggio. Da questa veniamo a sapere di un Paganini dodicenne che si presentò a Milano a casa di Alessandro Rolla, violinista e compositore tra i più importanti in Italia, e Direttore del Teatro alla Scala. All’arrivo di Paganini Rolla era a letto per una fastidiosa influenza e francamente non tanto propenso ad alzarsi per uno sconosciuto. Il giovane Paganini, che aspettava in anticamera, notò un violino e nel leggio uno spartito, il nuovo concerto scritto da Rolla, e si mise a suonarlo. Rolla, sentendo suonare la sua opera in modo eccellente e saputo che chi suonava era un ragazzino, subito si alzò per controllare e rimase ovviamente sbigottito, tanto che disse: “poco o nulla potrà apprendere di più di una tal’arte”. Le vicende di Paganini e di Rolla si intrecciarono ancora quando, cinque anni più tardi, nel momento in cui Paganini si vantava di poter suonare qualsiasi cosa a prima vista, senza neppure conoscerla, il Maestro scaligero gli presentò un suo nuovo concerto composto per l’occasione: inutile dire che fu impeccabilmente eseguito, per di più con lo spartito posto sul leggio a testa in giù! Nel 1802, a vent’anni, l’incontro della sua vita: il violino Guarnieri del Gesù. Che fosse un regalo dell’amico Fantino Pino, ministro della guerra, o di un ricco francese di nome Livron, che glielo regalò in occasione dell’inaugurazione del teatro di Livorno, a patto che da quel momento lo suonasse soltanto lui, non lo sappiamo. Sappiamo che Paganini, per il suo “Cannone”, così lo chiamava per la sua incredibile potenza, aveva inventato una speciale accordatura, incomprensibile per gli “umani”, che gli rendeva semplici anche i passaggi più difficili. Prima di esibirsi, con un coltello segnava le corde perché si rompessero durante il concerto. Finiva, così, per suonare su una corda sola, quella di sol, stregando e seducendo gli spettatori. Questo strumento lo accompagnò fino alla morte e per volontà testamentaria dello stesso Paganini, fu lasciato alla città di Genova, dove possiamo ammirarlo in una sala di Palazzo Tursi, sede del Municipio. Teatro Apollo di Roma 1821: si deve tenere la prima della Matilde di Chabran di Rossini e il direttore d’orchestra, prima della prova generale, ha una sincope. Rossini è nel panico: come trovare un sostituto in così poco tempo? Si rivolge all’amico Paganini. Questi, dopo un breve sguardo alla partitura, dirige con maestria, trascinando gli orchestrali a un’interpretazione straordinaria. È un successo memorabile e Rossini dichiarerà: “E’ una fortuna, per noi compositori italiani, che Paganini non sia mosso a comporre opere. Tutti noi saremmo irrimediabilmente eclissati dal suo genio”. L’ormai nota frase “Paganini non ripete”, (siamo a un concerto che tenne al teatro Carignano di Torino nel 1818), è la risposta che Paganini diede al Re Carlo Felice alla sua richiesta di ripetere un brano che gli era particolarmente piaciuto. Questa risposta non era affatto, come si pensa, un suo normale intercalare dovuto all’altezzosità, lo disse solo quella volta. Lui improvvisava, perciò ogni sua esibizione risultava unica e irripetibile. Suonava poi con tale ardore che spesso finiva stremato con i polpastrelli sanguinanti. Questo ci fa capire come una ripetizione non poteva essere possibile. La sfacciataggine gli costò comunque cara: venne infatti espulso per due anni dal Regno di Savoia, il che gli diede modo di coniare un suo tipico modo di dire: «I grandi non temo, gli umili non sdegno». E proprio ai più umili manifestò il suo lato generoso. Ci è giunta infatti testimonianza di doni elargiti ai membri della famiglia e ai musicisti in difficoltà; era inoltre solito dare spettacoli il cui ricavato destinava ai poveri e agli ammalati delle città in cui si esibiva. Viene così smentita un’altra diceria, quella sull’estrema avarizia di Paganini. Figura dannata, maledetta e demoniaca, per tutti Paganini è il figlio del diavolo. A quattro anni, per un attacco acuto di morbillo, il piccolo Niccolò viene dato per morto. Avvolto in un panno, viene portato al cimitero, ma il lenzuolo si muove, il bambino non è morto e si alza. Morte apparente per i medici del tempo, catalessi da encefalite virale da morbillo, secondo la medicina odierna, opera del diavolo secondo la vox populi. E poi l’aspetto: cammina tutto storto, è claudicante, con una spalla più alta dell’altra, di colorito cadaverico e di una magrezza spaventosa. Per non parlare della vita che il grande Maestro conduce in modo trasgressivo, irriverente e irrispettoso delle regole sociali. Frequenta bettole di terz’ordine, bazzica con prostitute, gioca a carte e spesso perde; finisce in galera per rissa e debiti di gioco non pagati e per aver sedotto una sua allieva, (e proprio in galera, dicono le malelingue, che il diavolo in persona sia apparso e gli abbia insegnato a suonare il violino), suona nei cimiteri di notte, è appassionato di esoterismo e verrà accusato di avere strangolato la sua fidanzata! Quando nel 1835 si reca al Lazzaretto di Genova e suona per i malati di colera, questi credono che sia la personificazione della morte venuta a portarli via. Che dire, sembra veramente la raffigurazione del demonio! E, infatti, alcuni giurano di aver visto il diavolo muovere l’archetto del violino, mentre Paganini suona sul palco, e quando, durante un concerto a Vienna, uno spettatore non vedente chiede in quanti stessero suonando, alla risposta «è uno solo», esclama «allora è il diavolo!». Voci sul soprannaturale erano tipiche del clima culturale del tempo, e la sua evidente bravura era tale da incrementare i pettegolezzi su una presunta “compravendita” di anime fra Paganini e il demonio. Fatto, questo, che egli non smentì mai, facendo di tutto per assecondarlo, soddisfatto della popolarità che ne derivava, anche se con gli amici più intimi se ne rammaricava: «A dirti il vero mi rincresce che si propaghi l’opinione in tutte le classi ch’io abbia il diavolo addosso». Noto per il suo pessimo carattere, fu un padre incredibilmente amorevole per il suo unico figlio, Achille, che amava in modo incondizionato, nato nel 1825 dalla relazione con la cantante Antonia Bianchi. Tre anni dopo il piccolo viene abbandonato dalla madre e Paganini si occupò di lui con dedizione e amore incondizionato, vedendo ricambiato il suo affetto anche nei momenti più difficili. Dal 1834, le condizioni di salute di Paganini si fanno più eclatanti e debilitanti. Sopraggiunse una laringite tubercolare che lo rende completamente afono e, come Beethoven prima di lui, lo costringe a comunicare con gli altri per iscritto. Achille, in questo periodo, è l’interprete dei suoi pensieri, visto che si era abituato a leggere le parole sulle labbra del padre. Spossato dai tanti viaggi, da cure assurde e stravizi la sua salute continua a peggiorare. Muore a Nizza il 27 maggio 1840, a 58 anni. Da sempre inviso alla Chiesa per le intemperanze e gli scandali, malgrado non sia ateo, gli vengono negati i funerali e la sepoltura in terra consacrata. Il corpo finisce così nel Lazzaretto di Villefranche-sur-Mer, viene, poi, imbalsamato ed esibito a pagamento in un macabro tour. La salma raggiunge anche un mercato del pesce, dove la gente lo guarda incuriosita, mentre fa la spesa. Sono gli amici di Gaione a strapparlo da questo triste destino e a volerlo seppellire nel paese, per averlo accanto a loro. Ora riposa in un tempietto neoclassico nel Cimitero della Villetta, a Parma. Sulla tomba è incisa un’aquila che vola verso l’alto stringendo un violino con il becco. Alla morte del Maestro, il figlio si dedica al riordino dell’opera paterna e trasmette l’affetto per il nonno Niccolò ai nipoti, che non lo conobbero mai di persona, ma ne tramandano la memoria regalando allo Stato italiano l’intera opera paganiniana. Niccolò Paganini resta un genio incontrastato, un grande direttore d’orchestra, un grandissimo compositore, immenso esecutore e improvvisatore. Ha anticipato i tempi e lasciato di sé un’immagine diabolica e maledetta. Ha consumato la sua esistenza tra eccessi di ogni genere, dedito all’alcool e alle droghe, divoratore di donne, alimentando sia in vita sia dopo la sua morte un mito, come una vera rockstar. Ma è sempre e comunque un genio e per questo va ricordato. Per i musicofili ricordiamo alcune sue opere: “I Capricci per violino solo”, composti nel 1817, il “Carnevale di Venezia”, la Sonata “Napoleone”, i cinque “Concerti”, composti fra il 1816 e il 1830, “Le Streghe”, del 1813, i lavori: “Dal tuo stellato soglio”, del 1818-19, “Non più mesta”, del 1819 e “I Palpiti”, del 1819; la Sonata con variazioni “Pria ch’io l’impegno”, del 1819 e gli inni nazionali, tra cui “La Maestosa Sonata sentimentale”, del 1828; oltre alla copiosa Musica da Camera, come i “15 Quartetti per violino, viola, violoncello e chitarra”, le “37 Sonate per violino e chitarra”, del 1829 e i “43 Ghiribizzi per chitarra sola”, del 1820. Fonti https://www.superando.it/2015/05/05/paganini-il-disabile-che-divenne-un-funambolo-del-violino/ https://www.bergamonews.it/2018/06/25/paganini-virtuoso-amato-dannato-la-rockstar-della-musica/284805/ https://www.fanpage.it/cultura/175-anni-senza-paganini-10-cose-che-non-sai-sul-genio-del-violino/ http://www.giottoinmusica.altervista.org/bbb/aneddoti-su-paganini.html https://www.settemuse.it/musica/niccolo_paganini.htm https://www.gazzettaitalia.pl/niccolo-paganini-il-violinista-del-diavolo/

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