Trama Demostene Psimaris è un tranquillo antiquario di origine greca che ha trascorso la maggior parte della propria vita a Trieste. Uomo piuttosto schivo e solitario, nutre un grande amore per il proprio lavoro: quando Elke, la vedova di Mauro Ghersina, assassinato in circostanze poco chiare cinque anni prima, si rivolge a lui per ritrovare un importante quadro, non può tirarsi indietro. Il quadro in questione è Il cimitero ebraico e rappresenta per lei un importante cimelio di famiglia, nonostante sia ritenuto maledetto per l’aura funesta che porta con sé. Attraverso i canali ufficiali del magistrato Valentina Stuparich, donna ambiziosa e apparentemente molto algida e austera, e quelli meno ufficiali dell’antiquario, riemergono elementi che riportano il lettore al passato della famiglia di Elke e di Trieste. Un giallo in cui la Storia si mescola con le relazioni umane e sociali e in cui le azioni compiute nel passato non cessano di avere un’eco gravida di ripercussioni nel presente. Recensione a cura di Laura Pitzalis Il titolo del libro, “Il Cimitero”, potrebbe far pensare a un romanzo horror, un romanzo che ha come tema situazioni sovrannaturali che provocano sensazioni di terrore e inquietudine. Niente di tutto questo. Il titolo si riferisce ad un quadro, “Il cimitero ebraico” del pittore Jacob van Ruisdael, realizzato tra il 1653 ed il 1654 e conservato nella Gemäldegalerie di Dresda, perno della storia e con una nomea di quadro maledetto. Così l’autore, Stefano Scarpa, lo fa descrivere da uno dei personaggi del libro, Daniel Mayer, uno dei più conosciuti ed esperti ricettatori d’arte di Trieste, professore di storia dell’arte moderna alla facoltà di lettere dell’Università:
Sulla destra del dipinto, in primo piano, un albero si contorce rinsecchito sopra lapidi scoperchiate dalle strutture geometriche. Sulla sinistra un torrente inonda con le sue acque inquiete i resti delle tombe, provenendo da un fondale che si perde fra le nebbie, facendo delle lapidi scogli muschiati che dirottano il suo corso. Al centro, stagliato contro un cielo opaco, tronconi di un palazzo del quale rimangono solo le finestre a tutto sesto le quali, come gli antichi acquedotti romani dell’Appia, somigliano agli archi di una chiesa sconquassata da un’esplosione.
Il furto di questo quadro lascia una scia di orribili omicidi, tutti appartenenti a una famiglia altolocata di Trieste, al quale il quadro appartiene. A dissipare la matassa, il magistrato Valentina Stuparich, attraverso le vie ufficiali, e l’antiquario Demostene Psimaris, attraverso quelle meno legali. Un libro giallo-poliziesco, quindi, ma non solo, perché quello che mi ha catturato in questo romanzo è l’aspetto psicologico ed etico che impregna tutti i protagonisti della storia. Non c’è, infatti, solo la caccia all’assassino, le indagini, gli interrogatori, la suspence come in tutti i gialli che si rispettino, ma delle valutazioni che, attraverso gli atteggiamenti e la caratterizzazione che l’autore imbastisce nei personaggi, ci portano a riflettere su valori etici e su avvenimenti storici che ci lasciano un segno. Stefano Scarpa descrive tutti i personaggi in un modo che ci porta ad amarli o a odiarli, ma per questi ultimi ci dà una chiave di lettura tale che alla fine siamo portati a capirli anche se non a giustificarli, perché se è vero che si è responsabili delle proprie azioni, queste possono essere volute da eventi che hanno interferito sull’ordine del mondo individuale, rompendolo.
Mai gli era capitato di sentire tanto strazio dalla voce di un vecchio afflitto e deluso: deluso della propria esistenza e di quella dell’umanità che lo circondava. Se si era comportato come si era comportato, Werner Kandler lo aveva fatto per sopravvivere, anche per proteggere i suoi cari, e ormai, dopo gli orrori cui era stato costretto ad assistere, non gli restava che lasciarsi morire.
Molto coinvolgente, da brivido e descritto in modo sublime, il racconto, un flashback , che ci porta al 15 ottobre del 1943, quando i tedeschi entrano a Trieste, subentrando agli italiani, dichiarando il Litorale Adriatico territorio tedesco. Da lì inizia l’inferno per tante famiglie ebree: prima isolate e ghettizzate, poi deportate e annientate. Cose aberranti e mostruose viste con gli occhi di un bambino di dieci anni. La narrazione qui è talmente viva e cruda, i sentimenti e le emozioni così amplificati che non si può rimanere impassibili:
Il nostro abbraccio durò brevissimi secondi, lo stesso secondino che avevo gabbato mi strappò con forza dalle braccia di mio padre e Dio solo sa come urlai forte la parola papà e come le grida di un bambino risuonarono alte nel piazzale e tutt’intorno
Non vi sembra di sentirle quelle urla rimbombare tra le vostre mura di casa? L’autore è bravissimo nelle descrizioni dei luoghi: molto belle quelle di Trieste con la Cittavecchia, il rione alle spalle del salotto buono di piazza Unità e del Corso Italia, con i suoi i vicoli in salita, le case addossate le une sulle altre; quelle austriache con i paesaggi perfettamente ordinati come se qualcuno si prodigasse nel pettinare l’erba e nel rifare le chiome agli alberi; quelle di New York, città da visitare in verticale, iniziando dalle strade e da chi le popola per poi salire e osservare i riflessi delle finestre dei grattacieli. Sublime nel servirsi della descrizione di movimenti ordinari o di oggetti per farci entrare e capire i sentimenti dei personaggi o l’atmosfera del momento. Come, per esempio, la sigaretta che a volte ci indica l’attesa (strusciò un fiammifero sulla fascia ruvida della scatoletta, conducendo poi la fiamma sulla punta della sigaretta. Aspirò profondamente. Scrollò il fiammifero e lo depose in un portacenere sul tavolo); a volte la riflessione (Estrasse dallo zainetto il pacchetto di Marlboro e si accese una sigaretta, rimanendo supino e osservando le nuvolette di fumo che espirava dalla bocca); oppure l’indecisione (estrasse dalla tasca una sigaretta e ruotandola più volte tra le dita e poi tra le labbra, alla fine l’accese e prese con tutta calma il tempo per inspirare ed espirare una profonda boccata di fumo) Lo stile è fluido, essenziale ed efficace. La lettura scorrevole, che coinvolge mantenendo sempre alta la concentrazione e la curiosità. Non è un giallo d’azione, non ci sono inseguimenti, né fughe rocambolesche, né scontri violenti con sparatorie, ma la suspence c’è tutta! Quella suspence che t’incolla alle pagine, che ti toglie il fiato fino alla fine. Ecco la fine … non quella dell’indagine che ti sorprende e non ti aspetti, ma quella del romanzo. L’ho trovata “tronca”, come se si volesse chiudere con un punto e basta. Questa, però, è solo una considerazione personale, che non invalida assolutamente il giudizio più che ottimo di un libro che oltre ad avermi coinvolto con l’aspetto puramente poliziesco, mi ha suscitato molte riflessioni, non ultima quella che, nelle tragedie e orrori di una guerra, non ci sono né vinti né vincitori: tutti sono perdenti. “Solo quando i leoni si metteranno a scrivere la storia, i cacciatori cesseranno di essere degli eroi.” [Proverbio africano.] Copertina flessibile: 271 pagine Editore: Porto Seguro Editore (5 febbraio 2020) Lingua: Italiano ISBN-10: 8855461079 ISBN-13: 978-8855461078 Link di acquisto cartaceo: Il Cimitero

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