Libertina per fantasia, empia per temperamento, ambiziosa per calcolo, Lucrezia bramava piaceri, adulazioni, onori, gemme, oro, stoffe fruscianti e palazzi sontuosi. Spagnola sotto i capelli biondi, cortigiana sotto la sua aria candida, aveva il viso di una madonna di Raffaello e il cuore di una Messalina.

Così Alexandre Dumas padre definisce e tratteggia Lucrezia Borgia, un personaggio di cui stiamo leggendo nella lettura condivisa sul nostro gruppo Facebook e di cui, probabilmente, la Storia, e con essa la Bellonci, ne ha tramandato versioni diverse.
Si sussurrava che avesse un anello (o una spilla) contenente del veleno di sua invenzione, a base di viscere di maiale e arsenico o, secondo altri, di olio di mandorle amare e arsenico. E ancora che nei suoi banchetti impiegasse funghi epatotossici, che uccidevano a distanza di tempo i suoi invitati, così da non destare sospetto. Di tutto questo, però, nei documenti dell’epoca, e soprattutto nei pur pettegoli carteggi degli ambasciatori, non si trova traccia. Anzi, Lucrezia viene sempre descritta come Madonna decorosissima.
Ma la storia la ricorda anche come una irresistibile seduttrice. E che amasse tanto i tartufi per le loro note virtù afrodisiache… anzi, è stata proprio la sua passione per i preziosi tuberi che contribuì ad alimentare la leggenda erotica del nobile fungo ipogeo. I sudditi spoletini la accolsero nella munita Rocca di Albornoz con un pranzo memorabile, di 14 portate quasi tutte a base di tartufo. Ed è così che per i ricchi dell’epoca, il tartufo diventò in fretta un vero “status symbol”, fancendone un gioiello alimentare che le città dell’Umbria offrivano come graditissimi doni nelle complesse schermaglie diplomatiche tra i signori del Rinascimento.

Si dice altresì che amasse oltre alle belle vesti, anche le belle tavole, abituata com’era ai suoi piaceri, che da sempre si praticavano alla corte papale, da dove proveniva; che amasse le tavole imbandite ricche e sontuose, non solo nelle apparecchiature ma anche nella abbondanza di portate e con decine di convitati. Ma i fasti gastronomici rinascimentali non si addicevano alla proverbiale avarizia di Ercole I d’Este, duca di Ferrara, padre di Alfonso, il marito di Lucrezia Borgia. Raramente appariva sulle mense ducali, il pavone farcito di anguille, che era il piatto preferito della vitale principessa romana. E questo la rattristava molto, costretta a cenare spesso in solitudine, quando il marito, guerriero instancabile, la lasciava sola per compiere l’una o l’altra di tali imprese. Fu forse proprio questo uno dei motivi che contribuirono al formarsi della leggenda di Lucrezia avvelenatrice, poiché si diceva che gli ospiti temevano per la propria vita dell’accostarsi alla sua tavola. E invece i ferraresi crapuloni ne stavano lontani per lo squallore della mensa.
Insomma sembra incredibile, ma nel Castello di Ferrara, la città della salama da sugo, e dei cappellacci di zucca, si faceva una gran fame. Per cui non è azzardato dare credito alle voci che allora circolavano, ovvero che Lucrezia fosse divenuta l’amante di Francesco Gonzaga, suo cognato, sedotta da doni frequenti, in segno, anche emblematico del suo amore di rostrati storioni che provenivano dalle foci del Po, o di lucci pescati nell’ ansa lacustre che il Mincio formava davanti al Castello di Mantova. E poiché il Duca padre intercettava gli omaggi dei pescioni, e li dirottava, cambiando la pergamenina d’accompagno, alle sue amanti, o ai signori confinanti, Lucrezia, per dispetto, o per golosità cedette ai desideri del cognato, noto amatore e gourmet.

E proprio da questo intreccio amoroso, tra la Borgia e il Gonzaga i “benpensanti” fanno discendere le famose “coppiette di pane”, oggi noto come “pane ferrarese: qualcuno, infatti, ha avanzato la suggestiva ipotesi che le “coppiette”, composte di quattro piccole corna di pane intrecciate e presentato dai cuochi della corte ferrarese per il banchetto carnevalesco del 1507, simboleggiassero in realtà le relazioni “pericolose” intercorse tra Lucrezia e Francesco Gonzaga, marito di Isabella d’Este. Molto più verosimile, invece, che a ispirare Cristoforo da Messisbugo inventore e autore di questa lievitata creazione fu la foggia degli splendidi capelli biondi di Lucrezia.

Ma la chioma bionda della bella figlia di papa Alessandro VI[1], era già stata, anni prima ispiratrice di qualcosa che oggi è spesso sulle nostre tavole e a livello nazionale: le tagliatelle
Secondo una versione del tempo, fu il signore di Bologna, Giovanni II di Bentivoglio, a chiedere al suo cuoco personale, Mastro Zefirano, di organizzare una cena maestosa in onore di Lucrezia Borgia
, che avrebbe fatto tappa nella sua città durante il viaggio nuziale da Roma a Ferrara. Il cuoco concepì un banchetto memorabile, in cui presentò un nuovo tipo di pasta, bionda e inanellata, ricavata “tagliando” (da cui il termine “tagliatelle”)  le tradizionali lasagne e dando ad esse la forma di lunghe strisce dorate.
Le tagliatelle di Lucrezia Borgia si trovano nel trattato di cucina di Cristoforo da Messisbugo pubblicato postumo nel 1549, quella che segue invece è la versione di Bartolomeo Scappi cuoco pontificio autore del più famoso ricettario del XVI secolo:

Si impastino 2 libbre di fior di farina con tre uova e acqua tiepida e si mescolino bene sopra una tavola per lo spazio di un quarto d’ora e dapoi si stendano sottilmente con il bastone, e si lascino alquanto rasciugare la sfoglia e si taglino con lo sperone gli orli troppo grossi… e quando tutto sarà asciutto ma non troppo che altrimenti creperebbe si spolverizzi con fior di farina  e si tagli a strisce con un coltello largo e sottile… Asciutte che siano se ne facciano menestre con brodo grasso di carne , o con latte e burro, e cotte si servano calde con cacio, zucchero e cannella.

E rimanendo in tema di nozze… che banchetto sarebbe senza la torta? E volete che la bella Borgia non sia stata anche ispiratrice di un dolce? Ebbene, leggenda narra che le suore di clausura di Bisceglie per festeggiare il matrimonio tra Lucrezia Borgia e Alfonso d’Aragona prepararono un goloso e sofficissimo pan di spagna ripieno di crema e cosparso da una glassa di zucchero detta gileppa[2]. Ma il giorno del matrimonio la sposa Lucrezia Borgia non si presentò in chiesa cosi il matrimonio andò a monte (in realtà si celebrò tempo dopo ll’appartamento Borgia) Gli invitati sospirando per l’attesa vennero consolati con i dolci preparati per l’occasione, che dal quel giorno vennero chiamati Sospiri.
A ben vedere, dunque, si potrebbe creare un vero e proprio menù a tema Lucrezia Borgia: dalle tagliatelle al tartufo, ai Sospiri di Bisceglie, passando per rostrati storioni accompagnati dalle note coppiette di pane. E chissà che un giorno, al castello TSD, non si decida di tenere un banchetto in omaggio a Lucrezia Borgia. Tenete pronti gli abiti, ma a tavola occhio ad anelli e spille dei commensali…


[1] Piccola curiosità suoi capellidi lucrezia Borgia. All’epoca i capelli chiari erano di gran moda e pare che quelli di Lucrezia fossero particolarmente ammirati, se anni dopo Pietro Bembo ne conservava addirittura un ricciolo tra le sue carte! Nel viaggio che la donna fece verso Ferrara, i pettegoli notarono che ogni otto giorni la futura duchessa ordinava a tutta la comitiva di fermarsi e procedeva alla complicata operazione della tintura, realizzata attraverso cenere di legno, foglie di noce e paglia d’orzo.

[2] variante italiana del giulebbe (dialetto salentino), sciroppo molto zuccheroso insaporito con succhi di frutta ed aromi.
etimologia: dall’arabo “ǧulēb”, che è dal persiano “gulāb”: “acqua di rose” (Dizionario Garzanti di Italiano, 2006, sub voce “giulebbe”). Da cui, poi, le diverse varianti scileppu, sciruppu… sciroppo.

Fonti:
https://www.comune.bisceglie.bt.it/pagine/il-sospiro
https://urbanitartufi.it/news/2016/07/20/lucrezia-borgia-e-il-tartufo/
https://www.altezzareale.com/2016/01/25/tutti-gli-articoli/dinastie/antichi-stati-italiani/tagliatelle-di-lucrezia-borgia/
http://www.cavoloverde.it/joomla30/articoli/il-cibo-in-testa/item/6523-le-tagliatelle-di-lucrezia-borgia.html

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