Trama 1216. Firenze è dilaniata dalla guerra civile: guelfi contro ghibellini, papato contro impero. Feroci battaglie si consumano di casa in casa. Le torri pullulano di argani e catapulte, pronti a scagliare massi sui tetti. Pur di sopraffarsi, le fazioni lanciano pece infuocata sulle dimore degli oppositori. La città brucia e il sangue scorre copioso nelle strade. Tra i combattenti spicca un valoroso condottiero, un brillante capo politico, un uomo d’onore: è il giovane Farinata degli Uberti, erede di una delle più potenti casate del Giglio. E’ proprio Farinata a guidare le truppe fiorentine contro Siena, l’acerrimo nemico di sempre, e a condurle al trionfo da una situazione che pareva disperata. E’ lui a far garrire i gonfaloni del Giglio sul colle di fronte a Siena e infine a risparmiare l’odiata città, per evitare all’Italia centrale un altro inutile spargimento di sangue. O forse quel gesto magnanimo è dipeso dal fatto che l’impavido guerriero, lo stratega di ghiaccio, durante la battaglia più feroce, ha conosciuto l’unica donna in grado di tenergli testa, la bella Adeleta, senese, che invece di fuggire dal nemico e rinchiudersi tra le mura come altre donne della città, ha reciso la sua chioma dorata, ha impugnato le armi e ha combattuto strenuamente fino alla fine, fino alla resa. Due anime fiere e combattive, seppur separate dalla guerra, non potevano che incontrarsi e amarsi per sempre. Ma il più grande amore di Farinata resta Firenze. Egli sarà l’unico, dopo il massacro di Montaperti, a schierarsi in sua difesa, per impedire che venga rasa al suolo dai senesi, cancellata dal mondo per evitare altre lotte. La vita intensa di un uomo dai valori forti, figura eroica della Commedia dantesca. Recensione a cura di Roberto Orsi
Piangere era inutile, abbattersi indegno. Solo la vendetta avrebbe placato il dolore
Farinata degli Uberti è uno dei personaggi più carismatici della storia italiana e soprattutto di quella fiorentina. Tutti conosciamo Lorenzo il Magnifico, colui che ha reso grande Firenze agli occhi dell’umanità, ma un uomo come Farinata, vissuto circa due secoli prima non è sicuramente da meno. Per la sua epoca è stato forse il più grande condottiero, a capo di una delle fazioni politiche che si sono contese il potere della città del Giglio. Una lotta intestina tra guelfi e ghibellini che abbiamo imparato a conoscere fin dai banchi di scuola, studiando la Divina Commedia del maestro Dante Alighieri. Ed è proprio al decimo canto dell’Inferno che l’autrice Carla Maria Russo si è ispirata per la stesura di questo romanzo, il canto di cui Farina degli Uberti è il protagonista.
Ed el mi disse: “Volgiti! Che fai? Vedi là Farinata che s’è dritto da la cintola in su tutto il vedrai”
In questo romanzo, che per certi versi si avvicina ad un saggio, ripercorriamo circa 70 anni del XIII Secolo, lungo tutta la vita del capo ghibellino. Un uomo che già da ragazzo dimostrava una grande tempra da combattente, poco amante degli studi filosofici e della gestione burocratica della città a cui ha sempre preferito un campo di battaglia e un’azione militare. Accanto a lui i suoi due fratelli: Neri degli Uberti, molto simile a lui caratterialmente, al suo fianco in tantissime battaglie, e Schiattuzzo, completamente opposto agli altri due, il figlio primogenito di Jacopo più incline alla vita politica e agli studi. La discordia tra guelfi e ghibellini in città si fa risalire a un episodio di legato alle famiglie Amidei e Buondelomenti durante un banchetto per festeggiare la nomina a cavaliere di Mazzingo Tegrimi de Mazzinghi. L’episodio viene raccontato nel romanzo di Carla Maria Russo e permette di comprendere al meglio la tensione che si viveva in quel periodo in una Firenze divisa al suo interno, solo apparentemente in armonia. Una miccia che fece scoppiare la rivalità tra i sostenitori dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, Federico II di Svevia (n.d.r. personaggio cui TSD ha dedicato uno speciale che trovate a questo link), e quelli del papato, al tempo Innocenzo III succeduto poi da altri pontefici come Gregorio IX.
Lealtà e rispetto non albergavano più da tempo a Firenze. Si combatteva una lotta senza quartiere, il cui unico obiettivo era la distruzione totale dell’avversario.
Carla Maria Russo ha una buonissima penna che rasenta la saggistica allorquando racconta gli anni di vita del popolo fiorentino e della toscana intera in quel basso medioevo, accompagnandoci come un novello “Virgilio”, per rimanere su echi danteschi, all’alba delle Signorie e l’affermarsi di una nuova categoria sociale: quella dei mercanti. Il comune interesse commerciale di questo nuovo ceto permise di superare i contrasti ideologici di partito per un bene superiore, comune a tutta la cittadinanza. La vita politica raccontata nel romanzo non ha sfumature di grigio: o sei bianco o sei nero. O sei guelfo o sei ghibellino. Non esistono vie di mezzo. Il senso di appartenenza alla propria famiglia e alle proprie tradizioni è molto forte, con diversi personaggi che più di altri ne sostenevano le sorti. Schiatta degli Uberti, nonno di Farinata, ne fa un paragone molto significativo e diretto.
L’onore è come la verginità” ripeteva sempre ai nipoti. “Si perde una volta sola. Sicché chi tradisce, tradirà di nuovo, tanto non ha più niente da perdere”.
Se da una parte c’era chi voleva mantenere una pace almeno apparente, è pure vero che ogni piccolo pretesto era buono per scatenare una lotta fratricida. Spesso anche legami matrimoniali studiati ad hoc per garantire calma e tranquillità, forieri di prosperità economica, si dissolvevano per uno sgarro, una parola detta nel momento sbagliato e alla persona sbagliata. La lotta tra le due fazioni fu molto aspra nel corso degli anni, provocando vari dissidi e tumulti nella città di Firenze e sanguinose battaglie nelle campagne fiorentine tra le città sostenute da una o l’altra forza politica. Un racconto che al primo posto mette i valori del senso di appartenenza, della lealtà ai “propri colori” e l’onore di una famiglia da tenere alto come un vessillo sul campo di battaglia o in una disputa politica.
Rispettare il debito contratto con gli antenati per aver ricevuto un nome onorato, e consegnarlo ai posteri intatto e ancora più grande.
Le poche parole qui sopra sono riportate più volte all’interno del romanzo, come un mantra nella testa di Farinata degli Uberti, una missione di vita da perseguire non solo attraverso ricchezze da accumulare con beni materiali, ma con quel prestigio che si conquista nei confronti delle altre famiglie, soprattutto delle fazioni opposte più di quelle alleate. Un amore e un attaccamento a Firenze che non morirà neppure al momento dell’esilio voluto dalla fazione guelfa che per un certo periodo ottenne il controllo della città. La famiglia degli Uberti gioca un ruolo da protagonista sullo scacchiere politico dell’epoca, costellato da sanguinose battaglie, tra le quali viene ricordata quella di Montaperti a pochi chilometri da Siena, dove un esiliato Farinata conduce alla vittoria la fazione dei ghibellini senesi e dei loro alleati.
Il capitano Farinata non si sarebbe mai tenuto al di fuori della mischia, limitandosi a seguire l’azione dalla cima del colle più vicino: avrebbe condiviso con i suoi commilitoni ogni istante della battaglia e combattuto in prima fila, davanti a tutti. Per sapere cosa fare, bastava seguirlo
Siamo di fronte a un romanzo che miscela il sapore del romanzo storico tout court a quelle dai toni più romantici, con un tocco di leggerezza e dolcezza tipico di una scrittrice come Carla Maria Russo, specialmente per la storia che lega Farinata alla senese Adaleta. L’autrice dimostra una grandissima conoscenza del periodo di riferimento, e per forza di cose dovendo raccontare quasi un secolo di avvenimenti alterna alcuni momenti in cui il libro si trasforma in un saggio, rallentando il ritmo dell’azione ma garantendo una maggiore comprensione del contesto storico di riferimento. Un libro per chi ama il periodo medievale che come di consueto emana il suo irresistibile fascino, almeno per il sottoscritto, raccontato con dovizia di particolari, con tanti personaggi che animarono quel grande palcoscenico delle meraviglie che chiamiamo “Storia”.   Copertina flessibile: 304 pagine Editore: Piemme (18 novembre 2014) Collana: Pickwick Lingua: Italiano ISBN-10: 8868367572 ISBN-13: 978-8868367572 Link di acquisto cartaceo: Il Cavaliere del Giglio Link di acquisto ebook: Il Cavaliere del Giglio  

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