“Batracomiomachia”, sembra un parolone rimbombante, ma significa semplicemente “la battaglia dei topi e delle rane”, dal greco bátrachos “rana”, mys “topo” e máche “lotta”. In senso figurato, il termine indica una disputa futile, condotta per motivi ridicoli e del tutto irrilevanti.
È anche il titolo di un breve poema dell’antica Grecia che racconta una comica ed immaginaria guerra tra topi e rane. Si tratta, ovviamente, di una parodia, forse la più antica che ci sia giunta, dei poemi epici tanto amati dagli antichi da essere attribuita, erroneamente, allo stesso Omero.
Il testo, infatti, ricalca da vicino l’Iliade: riecheggia la guerra tra Achei e Troiani e, come nel poema omerico, una serie di piccoli e sfortunati eventi finisce per scatenare un conflitto di proporzioni epiche.
La storia comincia in modo semplice. Rubabriciole, principe dei topi, incontra il re delle rane Gonfiagote sulle rive di uno stagno. I due dialogano come se fossero grandi eroi, vantando origini nobili e imprese gloriose. La rana invita il topo a visitare il suo regno e lo trasporta sul dorso per attraversare l’acqua, ma durante il tragitto, spaventata da un pericolo improvviso, si immerge, lasciando il topo in balìa delle onde. Incapace di nuotare, il topo muore annegato.

Quando i topi scoprono l’accaduto, accusano le rane di tradimento e dichiarano guerra. Da questo momento il racconto assume i toni solenni dell’epica classica: assemblee, discorsi infuocati, duelli, cadute eroiche e persino l’intervento degli dèi dell’Olimpo, che osservano la battaglia dall’alto. Alla fine, quando il conflitto rischia di degenerare, Zeus interviene e manda i granchi, che mettono in fuga i topi e pongono fine alla guerra.
La Batracomiomachia è uno dei testi più misteriosi dell’antichità greca, non se ne conoscono né l’autore né l’epoca di composizione. Eppure, ebbe un successo travolgente nel corso dei secoli, fino ad affascinare Giacomo Leopardi che, appena diciassettenne, ne realizzò una brillante traduzione in endecasillabi. Non solo, propose un’ideale continuazione nei “Paralipomeni della Batracomiomachia”, un poemetto satirico in ottave composto tra il 1831 e la morte del poeta, nel 1837. L’opera sarà pubblicata solo postuma, nel 1842 a Parigi, anche per sfuggire alla censura politica, grazie all’intervento dell’amico Antonio Ranieri.
“Paralipomeni” significa “cose tralasciate”, (dal greco paraleipô, “tralasciare”), oppure un “seguito o appendice” della battaglia tra rane e topi, usata dal Leopardi per parodiare le vicende politiche post-napoleoniche, in particolare il fallimento dei moti liberali italiani del 1830-1831. In questa lettura allegorica, i topi rappresentano i patrioti liberali italiani (con un riferimento alla Carboneria), i granchi gli austriaci e le rane le truppe reazionarie.
Non mancano personaggi che alludono a figure storiche precise: re Ferdinando I di Borbone è il re dei topi Rodipane; il granchio Camminatorto è il principe di Metternich; il generale napoleonico Gioacchino Murat è il valoroso topo Rubatocchi, mentre Francesco I d’Austria è il granchio Senzacapo. Il topo Leccafondi rappresenta invece l’intellettuale liberale moderato e progressista, deluso ma ancora impegnato, spesso identificato con figure come lo stesso Leopardi o i moderati toscani.
Il poemetto si chiude con un finale tronco e un tono cupo, sottolineando l’assenza di soluzioni reali per la situazione italiana, descritta come un sogno destinato a finire nel nulla.




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