Articolo a cura di Laura Pitzalis
“Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale, e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano.”
Con questa motivazione, nel 1926 viene insignita del Premio Nobel per la Letteratura, che riceverà un anno dopo il 10 dicembre 1927, un’apparente e anonima scrittrice autodidatta: Grazia Deledda. Minuta, riservata e taciturna ma determinata, resiliente e profondamente sensibile, è, in quell’anno, la quarta donna a ottenere il premio Nobel, la seconda dopo la scrittrice svedese Selma Lagerlöf e la prima, e finora unica, italiana a ricevere quello per la Letteratura.

È una donna, è autodidatta, viene dalla Sardegna: tre condizioni che, all’inizio del Novecento, sembrano escludere qualunque possibilità di consacrazione. Eppure, Grazia Deledda ce la fa. Lei che ha “vissuto con i boschi, i venti e le montagne” e che avrebbe custodito per sempre dentro di sé la sua Sardegna, attraversando tanto il favore del pubblico quanto critiche dure e spietate.
LA SUA VITA
Grazia Maria Cosima Damiana Deledda nasce a Nuoro, nel 1871. Qui trascorre l’infanzia e la giovinezza ed è dalla natura e dalla vita del popolo che trae quelle impressioni destinate a diventate il germe e l’anima delle sue opere letterarie.
In quegli anni Nuoro vive in una condizione di isolamento, lontana dai traffici economici, dalle correnti letterarie e dai fermenti culturali. La monotonia della vita quotidiana è interrotta soltanto dalle feste religiose o popolari e, nei giorni di Carnevale, dai canti e dalle danze che animano le strade.
Non ha mai la possibilità di seguire un percorso di studi avanzati e, come molte giovani della borghesia locale, frequenta solo la scuola elementare arrivando alla quarta. Riceve alcune lezioni di latino, francese e italiano, poiché in famiglia si parla prevalentemente il dialetto sardo. La sua formazione scolastica resta, quindi, limitata; tuttavia, vivendo in una famiglia relativamente agiata, se rapportata alla realtà sarda dell’epoca, e “con una biblioteca” prosegue da autodidatta. I libri della biblioteca di casa la attraggono profondamente e alimentano una passione crescente per la scrittura: passa ore a camminare tra le colline con un quaderno, annotando nomi, gesti e dialoghi che diventeranno, più tardi, personaggi e scene dei suoi romanzi.
Giovanissima, nonostante un periodo di complicazioni familiari ed economiche causate dalla morte del padre e della sorella, dall’arresto del fratello più giovane Andrea e dai problemi di alcolismo del fratello maggiore Santus, scrive a chiunque possa solo lontanamente prendere in considerazione l’idea di recensirla o dedicarle poche righe di apprezzamento, incoraggiata anche dall’amicizia con Enrico Costa e Giovanni De Nava, tra i primi a riconoscerne il talento.
A diciassette anni, invia alla rivista romana “Ultima moda” la novella Sangue sardo, pubblicata nel 1888. È la sua opera d’esordio ma anche quella che a Nuoro suscita così tanto scandalo,(allora per le donne era contemplato solo il destino del focolare domestico), che persino in chiesa, durante la messa, un prete arriva a tuonare dal pulpito: “Farebbe bene a pregare chi invece si diletta nello scrivere per i giornali storie scostumate!”.
Per questo viene osteggiata dalla famiglia, criticata dalla sua città e da una società incapace di comprendere il desiderio di una donna di essere padrona del proprio destino.
Ma Grazia non desiste e si dedica alla scrittura di romanzi: prima Fior di Sardegna (stampato nel 1892), poi Via del male, Il vecchio della montagna, Elias Portolu, opere che le permettono di affermarsi come una delle voci più interessanti della letteratura italiana.

I riconoscimenti arrivano anche grazie a un rinnovamento della letteratura europea, che, già dalla metà del Settecento, cerca nuovi temi lontani dai modelli classici, ispirandosi all’“uomo allo stato di natura” di Jean-Jacques Rousseau.
Considerata la “cantrice degli umili”, viene accostata al Verismo e stimata da Giovanni Verga e Luigi Capuana.
IL MATRIMONIO, LA POLEMICA CON PIRANDELLO, IL PREMIO NOBEL
Nel 1900, dopo una breve ma significativa permanenza a Cagliari, si trasferisce a Roma in seguito al matrimonio con Palmiro Madesani, che per lei lascia il suo “posto fisso” come funzionario del Ministero delle Finanze. È l’uomo che le resta accanto per tutta la vita, il suo più fedele alleato, colui che cura i contatti con gli editori italiani e stranieri come un vero agente letterario, permettendole di dedicarsi interamente alla scrittura.
All’inizio del Novecento, in un’epoca in cui alle donne è di fatto preclusa ogni carriera, il successo di una donna superiore a quello del proprio marito non poteva che suscitare stupore e sarcasmo. A reagire con derisione, esponendo Madesani al pubblico scherno e accentuandone la figura fino al grottesco, è Luigi Pirandello che non nasconde la propria disapprovazione per il sodalizio professionale tra Deledda e Madesani: lo fa modellando sulla caricatura di quest’ultimo il personaggio centrale del romanzo Suo marito.
E se la casa editrice Treves rifiuta di pubblicarne il testo, nel 1911 l’editore Quattrini di Firenze non si tira indietro pubblicandolo con il titolo “Giustino Roncella nato Boggiolo”.
Grazia Deledda ne è vivamente risentita e si oppone con decisione a una riedizione, bloccandone di fatto la diffusione. Il romanzo torna alle stampe solo nel 1941, in edizione postuma e incompiuta.
Malgrado la polemica, Deledda continua a scrivere e pubblicare romanzi e opere teatrali, tra i quali ricordiamo: Cenere (1904), riscritto in seguito su richiesta di Eleonora Duse, sua grande amica, per il suo primo film; L’Edera (1908); Canne al vento (1913), considerato il suo capolavoro; La madre (1920); Il Dio dei viventi (1922).
Nonostante la fama, Deledda resta una donna semplice che preferisce passeggiare osservando il mondo circostante piuttosto che partecipare a eventi mondani. Nei pomeriggi romani coinvolge i figli Franz e Sardus nella lettura dei manoscritti, chiedendo loro impressioni e suggerimenti, osservazioni che a volte confluiscono nei suoi romanzi.
Nel 1926 arriva, in modo del tutto inatteso, il Premio Nobel per la Letteratura, candidatura sostenuta non dall’Italia ma da un gruppo di intellettuali svedesi. L’assegnazione non la sorprende, è stata più volte candidata negli anni precedenti, ma lascia interdetti quanti ne avevano messo in dubbio il valore.
Lasciandosi alle spalle invidie e maldicenze, l’ 8 dicembre 1927 parte in treno con il marito per Stoccolma; il 10 dicembre riceve il premio alla presenza di sovrani, politici e letterati. Scambia alcune parole con il re Gustavo V di Svezia, qualcuno ricorda di averla sentita esclamare “Viva la Svezia. Viva l’Italia”.

Anni dopo, tra le sue carte, i familiari trovano un biglietto che ci piacerebbe pensare fosse stato scritto per quell’occasione:
Io non so fare discorsi; mi contenterò di ringraziare l’Accademia svedese per l’altissimo onore che nel mio modesto nome ha concesso all’Italia e di ripetere l’augurio che i vecchi pastori di Sardegna rivolgevano ai loro amici e parenti nelle occasioni solenni: Salute! Salute al Re di Svezia! Salute a voi tutti, signori e signore. Viva la Svezia, viva l’Italia.
Quasi dieci anni dopo il Nobel, nel 1936, Grazia Deledda muore a Roma per un tumore al seno che l’ affliggeva da tempo, lasciando incompiuta l’ultima opera autobiografica, Cosima, quasi Grazia. Il testo esce nel settembre dello stesso anno sulla rivista Nuova Antologia, a cura di Antonio Baldini, e viene poi pubblicato con il titolo Cosima.
LA SUA SCRITTURA
La maggior parte dei suoi personaggi proviene dal popolo: sono persone semplici, con pensieri e sentimenti essenziali, che riflettono in qualche modo la forza e la grandezza della natura sarda. Appaiono autentici e credibili mai artificiosi e in questo si manifesta la straordinaria capacità dell’autrice di unire realismo e idealizzazione.
Attraverso “tocchi folkloristici”, Grazia Deledda restituisce un quadro vivido della Sardegna del primo Novecento e non lo fa solo nei romanzi e novelle: fin dagli esordi, infatti, scrive numerosi articoli giornalistici sulla vita dell’isola, sui costumi, le tradizioni, la cucina, l’arte e le feste religiose sarde. Non si tratta, però, di una semplice attività di “cronaca antropologica”: nei suoi romanzi emerge una nitida attenzione ai problemi sociali, alle grandi domande esistenziali, ai dilemmi morali e alle tensioni emotive.
Estranea alle battaglie ideologiche del suo tempo, non propone programmi politici, ma affronta temi come la povertà, l’analfabetismo, i figli illegittimi, le difficoltà sanitarie e le ristrettezze economiche delle classi più umili.
Non tace i problemi della Sardegna di quel periodo, (e forse è anche per questo che le sue opere non sempre furono accolte favorevolmente qui in Sardegna), nemmeno quella del banditismo, che descrive da un’altra prospettiva, quella vista dagli occhi delle mogli e dei figli dei banditi sardi.
Crede che nella lotta della vita il trionfo finale spetterà alle forze del bene, un fil rouge che domina tutta la sua opera ed emerge chiaro e incisivo nella conclusione del romanzo Cenere.
“Sì, tutto era cenere: la vita, la morte, l’uomo; il destino stesso che la produceva. Eppure, in quell’ora suprema […] davanti al corpo della più misera delle creature umane, che dopo aver fatto e sofferto il male in tutte le sue forme era morta per il bene altrui, egli ricordò che fra la cenere cova spesso la scintilla, seme della fiamma luminosa e purificatrice, e sperò, e amò ancora la vita”.

Grazia Deledda sa aprirsi al mondo e superare i limiti del suo tempo, nutrendosi di letture italiane e straniere e intrecciando una fitta rete di relazioni culturali. Moderna nella determinazione e capace di anticipare i tempi, deve, tuttavia, confrontarsi con pregiudizi e incomprensioni, in vita e dopo la morte: prima come donna che rivendica la propria vocazione in una società che la vuole marginale, poi come scrittrice a lungo sottovalutata da una critica prevalentemente maschile.
Oggi la sua levatura di narratrice appare in tutta la sua evidenza, anche se la sua opera resta ancora poco studiata e poco conosciuta, soprattutto tra i più giovani. Le iniziative degli ultimi anni, anche istituzionali, stanno finalmente restituendo centralità a un’autrice fondamentale del Novecento italiano e alla ricchezza, ancora da riscoprire, dei suoi libri.



