recensioni Saggistica

La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme – Hannah Arendt

Recensione a cura di Lucia Maria Collerone

Il saggio della filosofa ebrea tedesca con le sue argomentazioni che superano le comuni definizioni di bene o di male, ha creato e crea un importante e acceso dibattito.

La Arendt affermò che Eichmann, il gerarca nazista responsabile della cosiddetta “soluzione finale” per distruggere la razza ebraica e altre razze ritenute inferiori e pericolose per la purezza di quella ariana, non era malvagio, ma le sue azioni erano quelle di un uomo privo della capacità di pensiero autonomo e critico. Un essere “banale” in cui era assente la capacità di confutazione di idee amorali o disumane, un burocrate che faceva il suo lavoro in modo acritico, rispettando gli ordini, senza chiedersi se fossero giusti o sbagliati, banalizzando il male, che diviene un’insipienza, una totale assenza di pensiero critico e di autonomia. Eichmann non è un mostro del male, è solo un uomo piccolo dal punto di vista morale, meschino, un mero burocrate, “terribilmente normale”, incapace di pensiero “socratico” che rende capace l’uomo di avere contatti dialogici con il proprio io interiore, privo di capacità di giudizio.

Dal punto divista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme.

Bene e male non sono più contrapposti, in antitesi, perché non si può creare nessun rapporto tra loro. Il bene si fonda sul pensiero, la riflessione; il male non ha alcun fondamento poiché è causato dalla totale mancanza di capacità critica, dall’inconsapevolezza delle proprie azioni.

La mia opinione è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né la profondità, né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida, come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare alle radici, e nel momento in cui si cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ’banalità’…solo il bene ha profondità e può essere integrale.

Eichmann, durante il processo, affermò di considerarsi un mero esecutore, per lui “peccato mortale non era uccidere, ma causare inutili sofferenze” e con il suo lavoro preciso e attento era proprio quello che aveva cercato di evitare; aveva mandato a morire migliaia di persone ma lo aveva fatto usando un modo indolore e veloce, concedendo una “una morte pietosa”. Eichman accusò chi era stato al potere, durante il regime nazista, di avere abusato della sua obbedienza, di una delle migliori qualità di un uomo.

Durante il Terzo Reich le persone avevano imparato a resistere alla tentazione di uccidere e di commettere qualunque tipo di atrocità. Tutti coloro che assecondarono le scelte disumane del regime nazista, a più livelli, avevano perso la capacità di riconoscere il male per quello che è, cioè decisero di non di resistere alla tentazione di compiere il male. La filosofa, tuttavia, nota come, nonostante il clima di terrore, capace di sottomette le volontà di molti attraverso la brutalità e la violenza, tipico di un regime come quello nazista, c’è sempre qualcuno che non si omologa, che non accetta di adeguarsi e che a costo della propria vita si oppone alle scelte scellerate e inumane.

Non in tutti paesi la “soluzione finale” fu accettata passivamente: la Danimarca, l’Italia, la Svezia si opposero in vario modo a quella scelta dimostrando che si può scegliere di non cadere nella tentazione di fare il male. Certo questa opposizione deve avere la forza dell’atto eroico e non è una scelta facile, ma spesso ammantata di una forma di eroismo.

La Arendt afferma che Eichmann avrebbe dovuto essere processato da un tribunale internazionale e non da quello di Israele, perché egli aveva commesso, non solo crimini contro il popolo ebreo, ma contro l’intera umanità.

Come l’assassino è processato per aver violato la legge della comunità e non perché ha privato del marito o del padre la famiglia Tale dei Tali, così questi moderni assassini di massa al servizio dello stato devono essere processati perché hanno violato l’ordine dell’umanità, non perché hanno ucciso milioni di persone.

Lo scopo è quello di evitare che questi crimini si ripetano di nuovo perché è nella natura umana che, se un crimine viene commesso una volta, è probabile che venga ripetuto. Quindi, è plausibile che in futuro qualcuno faccia di nuovo quello che i nazisti hanno fatto e su questo la Arendt non si sbagliava, così come la storia continua a raccontarci.

Alla fine della sua dissertazione Hannah Arendt conclude dicendo che, seguendo il filo logico della deduzione filosofica, Eichmann non avrebbe dovuto essere condannato all’impiccagione per una scelta politica, ma che si meritava di essere impiccato. Se lo meritava perché a rigor di logica, avendo appoggiato una politica di sterminio, aveva appoggiato l’idea di non voler abitare su questo pianeta con il popolo ebraico e con altre razze ritenute inferiori, e quindi è giusto ritenere che nessun essere umano possa provare il desiderio di coabitare con Eichmann e che per tale ragione doveva essere impiccato.

Un saggio durissimo, feroce, crudo, rigoroso, ma non difficile da leggere. Il cuore trema e si sbigottisce come sempre quando si affronta il male. Una narrazione di fatti che scioccano il lettore, mandando in tilt il mondo interiore di chi pensa, di chi sa riflettere e ha la consapevolezza di cosa significhi l’integrità del bene.

Trama
Otto Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf e di Maria Schefferling, catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell’11 maggio 1960, trasportato in Israele nove giorni dopo e tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme l’11 aprile 1961, doveva rispondere di 15 imputazioni. Aveva commesso, in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico e numerosi crimini di guerra sotto il regime nazista. L’autrice assiste al dibattimento in aula e negli articoli scritti per il “New Yorker”, sviscera i problemi morali, politici e giuridici che stanno dietro il caso Eichmann. Il Male che Eichmann incarna appare nella Arendt “banale”, e perciò tanto più terribile, perché i suoi servitori sono grigi burocrati.

Editore: Feltrinelli; 20° edizione (1 settembre 2013)
ISBN-10: 8807883228
ISBN-13: 978-8807883224
Link di acquisto cartaceo: La banalità del male
Link di acquisto ebook: La banalità del male

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *