Articolo a cura di Armando Comi
Alla fine capii che il mal governo era un male comune a tutte le città Platone, Lettera VII
La lettera settima di Platone è una specie di testamento. È un testo disilluso pregno però di tutta la passione politica che ha animato la filosofia platonica. Platone in questa lunga confessione spiega perché scelse di fare politica proprio non partecipando alla vita politica della sua corrotta Atene. Sembrerebbe un controsenso visto che Platone, uno dei più grandi filosofi di ogni tempo, dedicò l’intera sua filosofia all’arte di governare. Eppure proprio perché tale attività è qualcosa di talmente nobile da non poter essere delegata a concetti quali “maggioranza” o “ricchezza”, occorreva tracciare il percorso filosofico da seguire prima di diventare un politico. Il problema della conoscenza, dell’etica o dell’anima in Platone sono finalizzati solo alla realizzazione di un progetto governativo. L’esigenza di fondare una nuova politica è dettata a Platone da una terribile esperienza biografica. Nell’Atene del V secolo A.C. infatti visse il più grande filosofo del suo tempo: Socrate. Ma proprio questo grande pensatore venne condannato a morte dagli ateniesi e lui, invece di fuggire, scelse di morire proprio per rispettare la legge. Era stato appunto Socrate il maestro che aveva fatto conoscere a Platone la filosofia della piazza, quella fatta tra i cittadini ma, soprattutto, con i cittadini. La condanna a morte di Socrate, per Platone, rappresenta la prova definitiva del fatto che il sogno ateniese è fallito, perché laddove per risolvere un problema politico occorre uccidere un nemico non c’è più civiltà. Platone non perdonerà mai agli ateniesi di aver permesso di uccidere il maestro. Socrate incarnava la giustizia e la vera passione per il bene, condannarlo a morte era equivalso a uccidere la giustizia stessa. Ed ecco allora che se la giustizia e il bene sono morti, non rimane che rifondarli, ma per farlo occorre un genere di uomo nuovo, non il democratico o l’aristocratico, non il re o il tiranno. L’uomo nuovo è il filosofo. La rivoluzione non si ottiene con il voto o con un colpo di stato, ma con una nuova capacità di pensare e di pensarsi. Insomma non servono uomini diversi al potere, ma un genere di uomo nuovo, un uomo che conosce appunto la filosofia. Solo un filosofo sarà in grado di pensare a leggi che valgano per tutti e che siano capaci di mantenersi valide con il succedersi dei singoli politici, l’opposto dunque della legge ad personam. Ma chi è il filosofo? La filosofia di Platone è una lunga risposta a questa domanda: il filosofo è colui che conosce il bene. Riuscì mai Platone a insegnare la propria filosofia a qualcuno che poi la applicò? Sì, quantomeno ci provò. Si tratta del tentativo di riformare la città di Siracusa, il cui tiranno finì per imprigionare Platone. La lettera VII racconta di tutti questi suoi fallimenti. Inizia a raccontare di quando era giovane e vide sorgere il potere dei Trenta tiranni, un momento propizio per Platone per entrare in politica, in quanto tra i tiranni vi era un suo parente. Ma Platone proprio per questo rifiuta di far parte di quel governo. La tirannia dei Trenta disgusterà Platone, sopratutto per un episodio preciso, infatti i tiranni cercarono di coinvolgere Socrate in un delitto, cosa che Socrate ovviamente rifiutò di fare. Socrate con questo rifiuto aveva messo sotto scacco i tiranni, non volendo diventare loro complice si era infatti sottratto al loro potere. Socrate pagherà anche questo rifiuto. Platone, dopo aver osservato il fallimento della democrazia, della tirannia, dopo aver vissuto la morte di Socrate e subito la prigionia a Siracusa, arriva, alla fine della propria vita, a dire che non si può fare politica rimanendo onesti. Solo chi conosce il bene si sottrae a questa logica perversa. Per questo non servono politici ma filosofi. Platone, Lettera VII
Quando ero giovane mi capitò di pensare, come accade a tanti altri giovani, che mi sarei dedicato alla vita politica non appena fossi divenuto padrone di me stesso. In città si produssero allora questi avvenimenti: vi fu un cambiamento di governo che era bersaglio di molte critiche, e il potere fu assunto da cinquantuno cittadini: undici in città e dieci al Pireo si occupavano dell’amministrazione e degli affari pubblici, gli altri trenta sovrintendevano a tutti con pieni poteri. Tra questi, alcuni erano miei parenti e conoscenti, e costoro mi invitarono subito a partecipare alla vita pubblica, ritenendo che mi fosse congeniale. Data la mia giovinezza, non c’è da stupirsi se ritenevo che i nuovi governanti avrebbero ripristinato in città la giustizia, contro l’ingiustizia che vi regnava prima; perciò stavo molto attento a quello che facevano. Non passò molto tempo però, e io mi accorsi che quegli uomini facevano apparire il governo precedente come un’età dell’oro. Fra le altre cose essi disposero che un mio amico, più anziano di me, Socrate, un uomo che io non esito a ritenere il più giusto fra quelli del suo tempo, andasse insieme con altre persone ad arrestare un cittadino condannato a morte: cercavano in tal modo di renderlo, volente o nolente, loro complice. Egli però non volle obbedire e preferì rischiare la vita piuttosto che essere coinvolto nelle loro azioni scellerate. E io, vedendo questi e altri – non meno gravi – misfatti, mi indignai e mi tenni lontano da quelle azioni nefande. Non molto tempo dopo il governo dei Trenta cadde. E allora mi prese di nuovo, anche se più moderato, il desiderio di occuparmi della vita pubblica e politica. Anche durante quei rivolgimenti si verificarono molti episodi che potevano muovere a sdegno e non c’è da stupirsi se in tali circostanze aumentò il numero delle vendette personali: tuttavia coloro che rientrarono allora in città si comportarono con molta moderazione. Accadde però che alcune persone potenti trascinarono in tribunale il mio amico Socrate con l’accusa più infame e meno di ogni altra adatta a lui: l’accusa di empietà, per cui fu condannato e ucciso, lui che pure non aveva voluto partecipare all’arresto di uno dei loro amici, di quelli che allora sopportavano le pene dell’esilio. E io osservavo tutto questo, e gli uomini che si occupavano di politica, e le leggi e i costumi – e quanto più osservavo e andavo avanti negli anni, tanto più mi pareva difficile che potessi occuparmi di politica in modo onesto. Non si poteva far nulla senza amici, senza compagni degni di fiducia, e questi non era facile trovarli tra le persone di quel tempo, dato che la città non era più governata in base agli usi e ai costumi tradizionali – ed era altrettanto difficile farsene di nuovi. Quanto alle leggi scritte e ai costumi, si andavano corrompendo con straordinaria rapidità, a tal punto che io, pur così desideroso di occuparmi della vita pubblica, vedendo come tutto andava allo sbando, finii per provare una sorta di smarrimento; e tuttavia continuavo a osservare se mai si verificasse un miglioramento negli usi e nei costumi ma soprattutto nel governo: e aspettavo l’occasione opportuna per agire. Alla fine capii che il mal governo era un male comune a tutte le città, che le loro leggi non erano sanabili se non con una preparazione straordinaria unita a buona fortuna; e fui costretto a riconoscere che solo la vera filosofia permette di distinguere ciò che è giusto sia nella vita pubblica che in quella privata. Capii che le generazioni umane non si sarebbero mai liberate dai mali se prima non fossero giunti al potere i filosofi veri – oppure se i governanti della città non fossero di ventati, per sorte divina, dei veri filosofi.
Platone, Lettera settima, in “Lettere”, a cura di Fondazione Lorenzo Valla – M. Isnardi Parente, trad. di M.G. Ciani, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2002

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