Letture condivise

I commenti alla lettura condivisa di febbraio 2021 – “Avevano spento anche la luna” – Ruta Sepetys

Il 9 marzo del 1953 si concludevano i funerali del dittatore sovietico Iosif Stalin. Milioni di persone si recarono a Mosca per rendere omaggio al dittatore che per anni aveva instaurato un regime di terrore in tutta l’Unione Sovietica.

La denuncia del regime stalinista non sarebbe arrivata però che tre anni dopo, in occasione del XX congresso del PCUS, quando Nikita Kruscev pronunciò lo storico discorso in cui elencò i crimini commessi dal dittatore, tra i quali, la deportazione nei gulag sovietici delle popolazioni slave delle repubbliche baltiche e dei Paesi dell’Europa settentrionale passate sotto il dominio di Stalin. Così, “mentre Hitler infieriva sugli ebrei, in Russia Stalin sterminava le popolazioni baltiche”

E proprio questo terribile episodio di deportazione messo in atto da Stalin è protagonista del libro “Avevano spento anche la luna” di Ruta Sepetys che abbiamo letto lo scorso febbraio in condivisa nel gruppo FB di Thriller Storici e Dintorni. Di seguito potete leggere i commenti dei lettori che hanno partecipato a questa condivisa e che ringraziamo per il loro apporto.

Trama
Lina ha appena compiuto quindici anni quando scopre che basta una notte, una sola, per cambiare il corso di tutta una vita. Quando arrivano quegli uomini e la costringono ad abbandonare tutto. E a ricordarle chi è, chi era, le rimangono soltanto una camicia da notte, qualche disegno e la sua innocenza. È il 14 giugno del 1941 quando la polizia sovietica irrompe con violenza in casa sua, in Lituania. Lina, figlia del rettore dell’università, è sulla lista nera, insieme alle famiglie di molti altri scrittori, professori, dottori. Sono colpevoli di un solo reato, quello di esistere. Verrà deportata. Insieme alla madre e al fratellino viene ammassata con centinaia di persone su un treno e inizia un viaggio senza ritorno tra le steppe russe. Settimane di fame e di sete. Fino all’arrivo in Siberia, in un campo di lavoro dove tutto è grigio, dove regna il buio, dove il freddo uccide, sussurrando. E dove non resta niente, se non la polvere della terra che i deportati sono costretti a scavare, giorno dopo giorno. Ma c’è qualcosa che non possono togliere a Lina. La sua dignità. La sua forza. La luce nei suoi occhi. E il suo coraggio. Quando non è costretta a lavorare, Lina disegna. Documenta tutto. Deve riuscire a far giungere i disegni al campo di prigionia del padre. E l’unico modo, se c’è, per salvarsi. Per gridare che sono ancora vivi.

Stalin deve liberarsi completamente di noi per sgombrare dai rifiuti la sua visione… Rifiuti. Era questo che eravamo per Stalin?

I commenti dei lettori

Laura Pitzalis
Non è un romanzo qualsiasi sugli orrori della deportazione, non è la cronistoria delle umiliazioni fisiche e morali che ha dovuto sopportare un popolo durante la prigionia. No, è qualcosa di più. Ruta Sepetys, spezza sì il silenzio su uno dei più terribili genocidi della storia, le deportazioni dai paesi baltici nei gulag staliniani, ma lo fa non per denunciare, accusare, portare alla luce eventi per non dimenticare, almeno non solo. L’autrice con il suo romanzo vuole mostrare, attraverso la storia della protagonista Lina, la dignità, la forza, il coraggio della popolazione baltica in quelle steppe russe, dove ha dovuto sopportare freddo, fame, sete, angherie, umiliazioni. E chi è riuscito a sopravvivere, come ci testimonia la Sepetys nelle “note dell’autore”, non ha serbato rancore, ostilità verso i propri aguzzini riuscendo in questo modo a “vincere la guerra non con i bombardamenti ma credendoci”.Con uno stile, che mi è piaciuto moltissimo, non così crudele o forzatamente scioccante, l’autrice riesce a trasmetterci il terrore, l’angoscia, descrivendo le atrocità, gli orrori con le espressioni dei protagonisti, con le loro movenze, con il loro “stare” in determinati posti, con il disporre gli oggetti in un preciso contesto spaziale ottenendo però lo stesso effetto del “pugno allo stomaco”.Tutti i personaggi, anche le comparse, sono fortemente caratterizzati dall’aspetto introspettivo, tutti unici ma uniti nella lotta per la sopravvivenza anche quando sembra che tutto sia perduto.Ruta Sepetys racconta una storia drammatica mantenendo però sempre un clima di speranza. Gli episodi di rabbia, di sofferenza, di morte dove sembra che venga meno la fiducia che tutto possa risolversi, sono smorzate dalla serenità, le risate, la normalità del quotidiano familiare dei ricordi di Lina. Ed ecco che il buio, il tetro, il grigio è sostituito dalla luce, dall’azzurro, dal sole, dal calore umano e atmosferico. Veramente fantastico! Tutto questo l’ho amato molto perché manca del tutto l’eccesso dei buoni sentimenti: il giusto e lo sbagliato, il buono e il malvagio non sono mai portati all’esasperazione. Ci portano, tuttavia, a riflettere toccandoci nel profondo: sarei mai riuscita ad agire come i vari personaggi hanno agito? Avrei avuto compassione e perdonato chi mi ha causato dolore e sofferenze? Perché anche i “cattivi” non sono del tutto cattivi, ma sono portati a esserlo dalle circostanze. Anche loro hanno sentimenti come noi, anche loro soffrono e piangono e nel momento opportuno salvano.Una storia originale e sconvolgente che però ha una morale che è proprio la comprensione e il perdono, lo stesso che hanno avuto le popolazioni del Baltico che, dopo cinquant’anni di disumana occupazione hanno riconquistato l’indipendenza con dignità e pacificamente.“ … Hanno scelto la speranza e non l’odio e hanno dimostrato al mondo che anche alla fine della notte più buia c’è la luce.”

Luigia Amico
Nella notte del 14 giugno 1941 Lina viene portata via dalla polizia sovietica insieme alla madre e al fratellino. Solo venti minuti per raccogliere le loro cose ed abbandonare il calore della loro casa. È l’inizio di un incubo che durerà anni e che la vedrà costretta, insieme a tutte le persone deportate, a lottare con i denti per la propria sopravvivenza. Ha la passione per il disegno Lina, la grande capacità di imprimere su carta quello che i suoi occhi vedono e la sua mente immagina l’aiuterà ad affrontare la disperazione che come una morsa le stringe il cuore.Il suo sostegno sarà la madre, donna caritatevole, amorevole e nonostante la situazione drammatica che si ritroverà a vivere suo malgrado, non lesina di donare aiuto e conforto. Non è stata una lettura facile, oserei paragonarla ad uno schiaffo in pieno volto, tra le pagine si legge tutta la sofferenza inflitta a persone senza colpe. Ci si chiede come la mente umana abbia potuto mettere in atto simili atrocità.L’autrice, con parole semplici ma ad effetto, descrive perfettamente l’atmosfera di terrore che avvolgeva i deportati, la paura del non ritorno a casa che perennemente occupava le loro menti. Mentre si legge questo libro bisogna fermarsi a riprendere fiato, perché la consapevolezza del male perpetrato è grande.

Emilia Milucci Guido
Difficile trovare le parole per condividere le emozioni forti che questo romanzo mi ha fatto provare: dolore, rabbia, incredulità, speranza,…Attraverso le vicende di Lina e della sua famiglia l’autrice riesce a farci rivivere non solo le assurde atrocità a cui può portare la convinzione di poter calpestare i diritti dei nostri simili in nome di una qualunque ideologia, ma anche i conflitti interiori dei perseguitati, dei persecutori e degli “spettatori”, facendoci percepire com’è sottile il confine che può trasformarci da vittime in carnefici e viceversa.Un romanzo “forte” e delicato nello stesso tempo.Una ferma condanna per ogni forma di soppruso che diventa anche messaggio di speranza: l’odio si può anientare se non permettiamo che ci contamini.

Isabella Novelli
Un libro che ho letto con piacere perché affronta un argomento che conosco poco, quello delle deportazione avvenute per mano dei sovietici di Lituania, Estonia e Lettonia. Un racconto molto toccante, visto dagli occhi di una bambina che trova nel disegno, il suo modo di restituire la realtà crudele che la circonda. Una storia emotivamente coinvolgente, che ho letto con un interesse che mi accompagna da anni per quanto riguarda la deportazione nei campi di concentramento e nei gulag staliniani. Anche se la vicenda è di fantasia, restituisce molto il clima che animava il popolo lituano, costretto in prigionia per anni e a privazioni di ogni tipo. Un libro che lascia il segno, raccontato con animo partecipe, da una scrittrice che approfondisce l’argomento scandagliando negli animi dei protagonisti, con un sapiente modo di scrivere. Un’esperienza destinata a lasciare il segno.

Alessandra Ottaviano
“Vi siete mai chiesti quanto vale una vita umana?” Questa è la domanda che mi sono posta per tutta la lettura del romanzo, e come sia stato possibile tutto quell’orrore.Lina è una ragazzina di sedici anni, figlia del rettore dell’università. Una notte viene deportata, insieme alla sua famiglia, dai soldati del regime sovietico nei campi di lavoro in Siberia, i famigerati gulag russi, e proprio sui vagoni del treno per l’inferno comincia il suo viaggio verso l’abisso.Il romanzo ha un grande impatto emotivo, la tematica trattata è molto forte e lascia veramente poco spazio all’immaginazione. La crudeltà, in ogni sua forma, viene minuziosamente descritta dall’Autrice. Ho dovuto compiere delle pause per “respirare”, non è stata una lettura facile.Una pagina buia e terrifica della storia. Mentre Hitler infieriva sugli ebrei, in Russia Stalin sterminava le popolazioni baltiche: due demoni per un unico inferno.L’Autrice utilizza un linguaggio semplice, ma fortemente evocativo; ho trovato molto suggestivi gli stralci sulle quotidianità perdute dei protagonisti: riescono a mitigare un pochino la crudeltà del loro presente. Il romanzo mantiene sempre un tono di speranza, i personaggi resistono al male che subiscono. La giovane Lina lotta con tutte le sue forze per la sopravvivenza, la passione per il disegno e l’arte la mantengono viva.Il finale, a mio avviso, è stato troppo frettoloso.È comunque un libro da far leggere assolutamente ai ragazzi nelle scuole.“Era più difficile morire, o essere tra i sopravvissuti?”

Daniele Chiari
Lettura interessantissima, su un argomento che non conoscevo assolutamente, la persecuzione e le deportazioni operate dai sovietici sulle popolazioni balcaniche.Libro durissimo e sconvolgente, in alcuni momenti quasi insopportabile, eppure, nonostante tutto, strabordante umanità e persino un invito alla speranza.Fonte di ispirazione di tanti approfondimenti e riflessioni, ideale per una lettura condivisa con tanti compagni di avventura intelligenti e sensibili.Grazie a tutti, come sempre, ma stavolta ancora di più.

Maria A. Bellus
Penso che tutti dovremmo leggere romanzi come questo, leggere e meditare. Delle deportazioni ed eccidi degli Ebrei si è scritto e si conosce molto ma della barbarie attuate dal regime comunista sovietico si sa ben poco. Sono pagine strazianti, pugni nello stomaco che Lina deportata con la madre ed il fratello, ci racconta in prima persona. Le angherie subite da parte dei Sovietici su persone indifese che nulla avevano fatto. La fame, la paura, i soprusi subiti sono atroci ma nonostante tutto emerge la grande dignità che queste persone pur private di tutto hanno. SI aiutano tra loro senza perdere la speranza, l’unica cosa che li tiene in vita. Romanzo molto bello forse un’unica pecca su un finale poco definito… ma assolutamente da leggere.

Lucia Maria Collerone
Un romanzo forte, intenso. Una storia dolorosa e poco conosciuta, che deve essere raccontata perchè tutti sappiamo e nessuno dimentichi. Una narrazione in prima persona che gela il sangue. Il finale un poco frettoloso lascia perplessi. Il messaggio è la capacità del bene di trasformare il male in bene Di grande forza la figura della madre, Elena esempio di come il bene sia forza primaria.

Matilde Titone
Non è il primo libro che leggo su pezzi di storia ignorati, non sconosciuti, tutti sapevano, ma ignorati, volutamente non storicizzati. Ruta Sepetys, di origine lituana narra un pezzo di storia amara del suo Paese. Le deportazioni effettuate da Stalin dai paesi Baltici in Siberia e il mare di Laptev. Solo per il sospetto di essere antisovietici, per dilazioni ( se vere o false non era importante) centinaia di migliaia di persone furono deportate, con metodologie che nulla hanno da invidiare alle deportazioni degli ebrei nei campi di sterminio. Diversi gli uomini, uguale la cattiveria. Uguale il dolore. La narrazione procede a flash back, Lina, a tratti, si astrae, torna indietro e ricorda la sua vita normale, le riunioni di famiglia, le vacanze i primi amori, le tradizioni, ll Natale lituano con 12 piatti di portata. Ci mostra, tra l’orrore in cui vive, un mondo sereno fatto di amore e di cultura. Si staglia in questo panorama la mamma, Elena. Donna straordinaria, forte, dignitosa sempre, salda nella sua etica senza mai un’esitazione. Accanto a lei il fratello minore, un piccolo uomo di cui ci si innamora. Un libro forte, duro e tenero, che narra, in un contesto di male assoluto, la prepotenza della vita sulla morte, di come la vita non si arrende mai. Ho pianto, ho sentito la rabbia percorrere il mio corpo, ho provato dolore e sollievo, fame, sete e gioia quando il Natale è stato ricreato tra lugubri capanne, come se fosse il vero Natale lituano. Il medico che salva tana gente da quella galera fatta di nulla, i russi non ebbero bisogno neppure di filo spinato, il gelo era sufficiente a contenere i prigionieri, quel medico è figura vera e parla di denuncia che farà ai vertici del partito. Ecco la diversità dalla Shoa, lì non c’era denuncia a nessuno, era tutto legale: la soluzione finale era legale. Qui tenere i prigionieri in quelle orrende condizioni non è legale. Certo non cambia il prodotto: la vita umana tenuta in nessuna considerazione e offesa senza etica alcuna. Bel libro, duro da leggere ma importante conoscere realtà dimenticate. Si potrebbe parlare a lungo di quello che successe poi nelle Repubbliche baltiche una volta invase dai tedeschi, e degli eccidi perpetrati dai residenti contro gli ebrei, ma non fa parte del libro, fa parte della storia non narrata. Ci sono altri libri a denunciare.

Donatella Palli
Questo è un romanzo molto importante e desidero ringraziare TSD per averlo proposto altrimenti, forse non lo avrei letto. L’emozione provata si può paragonare alla lettura, molto tempo fa, di “Se questo è un uomo”. Il fatto è che delle persecuzioni staliniane sapevo molto poco e leggere le nefandezze che di nuovo un uomo può far subire a un suo simile mi ha molto commosso. Ho apprezzato la dignità e il coraggio di queste vittime. La loro coesione sociale e familiare apre uno spiraglio di speranza. Ognuno ha forte l’istinto della sopravvivenza che nella madre si identifica nel proteggere i figli, conservando la sua umanità e per la piccola Lina nel suo amore per il disegno che la distrae e la trasporta in un mondo più bello. Dice Ruta Sepetys: Nel 1991, dopo cinquant’anni di brutale occupazione, i tre paesi baltici hanno riconquistato l’indipendenza, in maniera pacifica e con dignità. “

Paola Nevola
La storia narrata è tratta da vere testimonianze, una storia che doveva essere raccontata per non dimenticare e perché per moltissimo tempo ai deportati nei campi di lavoro sovietici sopravvissuti, vittime del regime staliniano, è stato imposto di tacere. C’è da riflettere e restare agghiacciati da una parte Stalin dall’altra Hitler ed in mezzo tanti innocenti spazzati via, come rifiuti. “Stalin deve liberarsi completamente di noi per sgombrare dai rifiuti la sua visione… Rifiuti. Era questo che eravamo per Stalin?” Venti minuti per raccogliere poche cose e poi trovarsi stipati su un carro bestiame, venti minuti in cui la vita di sempre scompare in modo disarmante e brutale. Inizia così la drammatica storia di Lina appena quindicenne, del suo fratellino e dei suoi genitori, così come quella di migliaia di altre persone nelle regioni baltiche e non vengono risparmiati ne anziani ne bambini. Un viaggio interminabile lungo la steppa attraverso campi di prigionia e di lavoro in condizioni disumane fino ad arrivare ai confini del mondo dove non esiste più nulla, nella zona artica della siberia dove persistono ghiaccio, freddo, buio. Lina ha una passione ed è la forza che l’aiuta a sopravvivere, la sua arte nel disegno e l’affinità per Munch in cui vede il tormento umano, i suoi disegni testimoniano ciò che vede e sente, disegni che spera di far giungere al padre in un altro campo per sentirsi ancora vicini, ancora famiglia, il suo disegno è la luce dei sogni, la luce che gli aguzzini volevano spegnere con la psicologia del terrore. E’ un libro che racconta tutta la verità della sofferenza fisica e mentale, delle umiliazioni, delle violenze, della fame, delle malattie e della morte. Mi ha impressionata la forza dell’essere umano per rimanere vivo in uno stato così estremo dove anche rimanere lucidi è una prova difficoltosa. Così come mi ha commossa come ogni persona tiene alla propria dignità, con un semplice vestito portato in valigia, un orologio da caricare o un libro da leggere, una piccola ricorrenza da festeggiare con il poco o nulla disponibile. L’autrice è brava ad inserire in corsivo nel racconto dei brani di vita passata che contrastano con la realtà a simboleggiare i ricordi a cui aggrapparsi nei momenti di disperazione. Un libro denso anche di valori positivi su tutti spicca la solidarietà, l’amicizia e l’amore.Tra i molti momenti toccanti ho trovato forte la sensazione e l’emozione nel momento in cui un uomo tra i carnefici non riesce più a tollerare tanto odio e dolore ed è capace di uno slancio di umanità. Forse allora c’è speranza in questa umanità che è capace di arrivare a tanto, una grande e importante testimonianza che coinvolge profondamente nell’animo.

Roberto Orsi
Un libro sulla vita e per la vita. Un libro che ripercorre (purtroppo) gli stereotipi delle tante pubblicazioni legate alle deportazioni e ai regimi totalitari del ‘900 che fecero della paura e l’oppressione il loro unico modo di agire. Se sei contrario, se non la pensi come me, se anche solo sospetto che tu possa danneggiarmi, diventi il nemico, sei meno di nulla, sei carne da macello e ti devo allontanare. Pulizia etnica, odio razziale, prigionieri politici, diamo tante parole a tutto questo ma i concetti primordiali a cui ricondurre sono sempre gli stessi: odio e ignoranza.Odio gratuito però e spesso odio unilaterale. Ecco cosa mi ha sorpreso di più in questo romanzo (come in altri dedicati all’argomento). I prigionieri, i vessati, molto spesso mantenevano quella dignità umana che non era più dei loro carcerieri. La capacità di perdono, di comprensione ed empatia, anche in quei momenti in cui avrebbero potuto vendicarsi. Ed è l’insegnamento principe della madre di Lina, la protagonista del romanzo di Ruta Sepetys. L’umanità a cui rimanere aggrappati, per non diventare bestie, per non perdere anche quell’ultimo granello di realtà, di ciò che la vita può essere, del bello che ci può donare.Il viaggio di Lina, resa prigioniera in età giovanile, non è solo fisico dalla Lituania ai confini della Siberia. E’ un viaggio interiore, dell’anima. Grande merito all’autrice di aver raccontato uno spaccato di storia terribile e molto spesso dimenticato, perché oscurato da altre deportazioni e odi razziali. Poco importa se le motivazioni originarie di Stalin fossero diverse da quelle di Hitler. La privazione di libertà è sempre da condannare. Banale dirlo, certo, ma mai inutile.

Angela D’Albis
La storia si ripete! Questo romanzo, bellissimo ma duro, racconta la deportazione di milioni di Lituani, Lettoni e Estoni nei gulag della Siberia, colpevoli solo di esistere! Pochissimi riescono a sopravvivere e a tornare a casa! Tra i sopravvissuti, pochissimi riescono a raccontare! I regimi sono diversi, ma i metodi di deportazione e di morte sono gli stessi! Un romanzo duro, commovente e che chiede a gran voce la nostra collaborazione affinché questi episodi non si ripetano in futuro!

Sabrina Poggi
“Stalin mi aveva portato via la casa e mio padre e ora si era preso anche il mio compleanno”.L’autrice racconta una storia poco conosciuta, una di quelle storie più o meno volutamente dimenticate: le deportazioni dai Paesi Baltici ai “campi di lavoro” ad opera dei sovietici negli anni ’40 del secolo scorso. La voce narrante è quella della giovane Lina, che descrive le sofferenze e il tentativo di disumanizzazione subiti dai prigionieri, stremati dalla fame e dal freddo. Nonostante la durezza della situazione, colpisce la volontà di restare umani, di aiutarsi come possibile. E in mezzo alla desolazione emergono con forze le figure di Elena, la madre di Lina, esempio di coraggio e forza d’animo per tutti; il fratellino Jonas, che si adatta a vivere e a sopravvivere con tutte le sue fragili forze; la signora Rimas, l’uomo con l’orologio e tanti altri, che non perdono mai la loro dignità. Il libro offre spunti interessanti di riflessione ed invita all’approfondimento, ad esempio a me ha colpito il comportamento, spesso indifferente o a volte infastidito, delle popolazioni civili nei confronti dei prigionieri. E poi la forza di volontà e il desiderio di sopravvivere anche in situazioni che ci appaiono intollerabili, che si ritrovano anche nelle storie della persecuzione nei confronti degli ebrei o degli armeni o di tanti altri popoli. La nostalgia per le piccole cose quotidiane, a cui mi rifaccio nella citazione. Il linguaggio è semplice e scorrevole, forse qualche venale sbavatura nella traduzione. Unico appunto è il finale un po’ affrettato, mi sarebbe piaciuto avere anche un semplice accenno alla fine della prigionia. Avevo questo libro da molto tempo e sono felice che la lettura condivisa mi abbia finalmente offerto l’occasione per leggerlo.

Rosalinda Tolomei
Il racconto di un orrore troppo poco noto. Una narrazione in prima persona che non ha risparmiato colpi al cuore. E scene che mi hanno commossa oltre ogni limite. Credo che non si possa non leggerlo, dopo averlo letto ne sono consapevole.

Daniela Castagnino
Questo romanzo ci fa conoscere attraverso la voce di Lina, una ragazza di 15 anni, le atrocità subite dalle popolazioni baltiche che sono state strappate alla propria terra e deportate nei campi di lavoro in Siberia. È una storia forte, intensa che mi ha fatto commuovere, mi ha fatto riflettere e mi ha colpito nel profondo. Quello che più mi ha commosso è stato come, nonostante queste persone abbiano affrontato prove che noi non possiamo nemmeno immaginare, non abbiano mai perso la voglia di continuare a sperare battendosi ogni giorno per la vita senza perdere la dignità.

Sara Orioli
Una lettura molto forte ed intensa ma nello stesso tempo una scrittura semplice e scorrevole. A me è piaciuto molto e anche io nn conoscevo nulla delle deportazioni da parte dei sovietici quindi l ho letto volentieri. Anche a me ha colpito molto il fatto che i protagonisti, nonostante tutte le grandi atrocità subite, nn abbiano mai perso la speranza e abbiano sempre avuto la grande capacità di mantenere acceso quel lumicino. Un libro che sicuramente ricorderò.

Marina Viganò
Primo libro che leggo di quest’autrice di origini lituana. Avevo già letto in precedenza libri su questo periodo della Seconda Guerra Mondiale..ma non conoscevo la situazione che s’era creata in Lituania durante il governo di Stalin che, per molti aspetti ricorda quella dei campi diconcentramento in Germania (molto più tristemente famosi di questi).E’ stata un’altra testimonianza triste e tragica..ma con un filo sottile di speranza, dato dalla protagonista chenon si arrende mai (anche se deve sopportare e superare prove durissime) fino alla fine e riesce anche, con uno stratagemma artistico, a far conoscere la (dura) realtà che veniva nascosta dal governo di Stalin al resto delmondo.

Mariagrazia Dicarlo
Una lettura davvero interessante, che scatena tante emozioni: tristezza, rabbia e speranza.Tratta la deportazione vista dagli occhi di Lina, di 16 anni, con la passione per Munch e per il disegno, nel quale si rifugia, insieme ai ricordi vissuti insieme alla sua famiglia prima della cattura, per “sfuggire” anche se momentaneamente alle angherie subite dai russi. E l’incontro con Andrius le da la forza di andare avanti.

Raffaelina Di Palma
Il novecento è stato il secolo del progresso, ma anche il secolo dei genocidi.Atto perpetrato dall’uomo sull’uomo che ha portato molte volte alla catastrofe della ragione e della civiltà.Arrivarono di notte, il loro bussare produceva nella strada, un rimbombo profondo, scuro…Gli agenti dell’ NKVD, mentre controllavano i loro documenti, gli avevano dato venti minuti di tempo per prepararsi. << Venti minuti … o non vivrete abbastanza da arrivare a domattina >> minacciarono.“Era il 14 giugno 1941 quando i russi misero in atto le deportazioni dei lituani, dei lettoni, degli estoni.Lina ha quindici anni, il fratellino Jonas dieci. La loro età è quella di migliaia di altri bambini che furono obbligati a seguire il destino dei grandi; senza difesa, senza conoscere i più elementari espedienti per sopravvivere. Un genocidio non differisce da un olocausto: entrambi questi eventi sono follie! Follie della mente umana.Per Lina e il fratellino Jonas la loro normale vita quotidiana si trasformò, nell’arco di poche ore, in un incubo. La cosa più atroce era la ragione di quel viaggio, che nella loro mente ancora immersa nel mondo delle favole, non capivano. Continuavano a chiedere, << perché ci portano via, ma il papà dov’è, perché non è qui con noi? >>Quando scesero in strada era buio pesto: quel buio era agghiacciante, a Lina appariva tutto incomprensibile e folle. L’assenza del padre era la cosa che più l’angosciava: ma lei non perdeva la speranza; avrebbe trovato il modo di fargli sapere dove li stavano portando.<< Davai! Davai! >> <<Andiamo! Andiamo! >> Ordinò un agente.Li fecero salire sui camion. Nel loro gruppo c’era una persona che Lina soprannominò“il calvo”: fino a quando arriveranno nei lager russi farà da tormentone con il suo pessimismo e il suo sarcasmo dovuto, spiegava la mamma, al dolore che gli procurava la gamba rotta. << Qualcuno mi spari, vi supplico! >> gridò improvvisamente il “calvo.” Lina sentì in quel grido tutta la sua angoscia e quella dell’uomo. Ebbe la visione reale di quello che li aspettava e fu terribile.La Mamma, una figura bellissima che riesce a dare un equilibrio a tutta la storia. Nonostante la situazione fosse tragica affrontava con dignità la fame, il freddo, le umiliazioni; in quel nulla pieno di morte riusciva, con fierezza, a sostenere lo sguardo ottuso dei carcerieri. Alla fine di quel massacrante viaggio in treno arrivarono a destinazione, ma trovarono un deserto di neve e di ghiaccio: dovettero costruirsi le baracche da soli per ripararsi dal gelo.Nelle memorie e nei disegni di Lina, appunti tanto disordinati ( e non poteva essere diversamente viste le circostanze in cui lo faceva) quanto toccanti, ci sono le testimonianze scritte su pezzi di carta dei quali era venuta in possesso fortunosamente, sui quali disegnava i volti emaciati dei suoi compagni, descriveva le malattie che li affliggevano costantemente: dal tifo allo scorbuto, dai pidocchi alla dissenteria.Per scrivere “ Avevano spento anche la luna” Ruta Sepetys, figlia di rifugiati lituani, è ritornata in Lituania alla ricerca delle sue radici, per raccogliere testimonianze dirette da quei pochi sopravvissuti. E’ riuscita a trasmettere tutta l’angoscia di quelle popolazioni: agghiaccianti testimonianze, che confermano lo spaventoso processo di distruzione psicofisico subìto dai prigionieri. Non c’era filo spinato nei lager sovietici, non ce ne era bisogno. Bastava il gelo. La temperatura scendeva di decine di gradi sotto lo zero. Tentare la fuga era morte certa. L’origine, il principio, il punto di partenza di un processo, di una realtà, nello spazio e nel tempo: nell’incontro con gli altri, negli interessi concreti della vita di relazione. Tutto questo fu negato a quei bambini che conobbero i lager, quei bambini che ci rimandano il sintomo di un’umanità che, inconsciamente, diventa una testimonianza culturale che ha, proprio nei bambini, i loro più importanti destinatari. Il futuro spezzato è rimasto nei loro occhi e nella loro vita perduta.Questo romanzo mi ha dato fortissime emozioni; ho sentito “fisicamente” le sofferenze di quelle persone. Esse ci “confidano”che le loro testimonianze non sono soltanto il bisogno di raccontare agli altri, di far partecipi gli altri, ma sono quell’impulso immediato per quella necessità soggettiva di esprimere il proprio mondo, i propri valori.

Costanza Marzucchi
Questo libro ha il merito di dare voce ad una delle pagine più nere e meno trattate del XX secolo: la deportazione nei gulag sovietici delle popolazioni slave delle repubbliche baltiche e dei Paesi dell’Europa settentrionale passate sotto il dominio di Stalin. Un orrore ancora poco trattato nella storiografia. Attraverso la voce della protagonista il lettore ripercorre il cammino di morte di queste popolazioni. Lo stile è quasi cinematografico, con capitoli brevi ma scritti con parole che pesano come macigni e scavano nell’anima al pari di coltelli. Geniale è l’accostamento che la narratrice fa della sua esperienza all’immagine del quadro di Munch, L’Urlo. Questa opera è la sintesi perfetta del sentimento di orrore che la brutalità che la protagonista vive, eppure non c’è solo questo. Anche nel momento più nero della vicenda, è possibile scorgere un barlume di umanità: nella dignitosa condotta di alcuni dei personaggi descritti e persino nei carnefici. E’un libro forte, sotto ogni punto di vista, che lascia qualcosa alla fine della lettura e che merita di essere letto.

Michela Vallese
Sono due giorni che provo a scrivere qualcosa su questo libro che mi ha lasciata senza parole! Mi ritrovo in molti dei vostri commenti, è una storia che mi ha commosso e che porterò nel cuore per molto. Il contrasto tra lo squallore della deportazione e i ricordi dei momenti felici è lacerante. Non riesco a dare un senso alla brutalità che invade l’anima degli uomini e continuo a chiedermi sconcertata come ci si possa ricadere ogni volta senza mai imparare dalla storia. Mi chiedo anche se è sufficiente la speranza per sopravvivere?? Il personaggio che più mi ha colpita è Elena, la madre di Lina, mamma tenace, con una forza d’animo invidiabile.Non so spiegare più di così le emozioni che ha suscitato in me questa lettura…consiglio solo di leggerlo!

Annamaria Leoncini
Ci sarebbero tante emozioni da raccontare, vissute durante questa lettura, che ho dovuto spesso interrompere per stemperare in qualche modo la tensione. Non voglio discutere di stile narrativo, né soffermarmi sul finale che forse ci ha lasciato un po’ delusi, per una volta, contravvenendo al ruolo di docente di lettere, mi voglio attenere solo al contenuto. La lettura di questo romanzo è stata molto sofferta, per tanti motivi, non ultimo quello di aver pressoché ignorato questa pagina tristissima di storia in tanti anni di insegnamento di storia… Certo, si parla di gulag, di collettivizzazione del lavoro, di “purghe” staliniane, ma forse la mancanza di voci dirette ha fatto vedere queste realtà come qualcosa di lontano, appunto, storico. Poi andiamo a dire che i russi sono arrivati per primi ad Auschwitz e entrano nella parte dei buoni. Leggendo il nostro romanzo mi sono trovata a pensare di non aver capito nulla, è come se avessi guardato sempre da una parte sola, senza accorgermi di cosa accadeva dall’altra. Riflettendo, credo che la cosa più triste, unita alle sofferenze di cui abbiamo letto, sia proprio l’impossibilità dei deportati baltici di raccontare le loro vicende anche dopo la guerra e dopo che l’Europa ha ripreso il suo corso ” normale”. Se è vero che non subito si è conosciuto tutto anche della realtà dello sterminio hitleriano, è vero anche che in quel caso spesso sono stati gli stessi ex deportati a non voler parlare, a non voler ricordare, anche per paura di non essere creduti.Non mi resta che chiedere idealmente scusa ai miei studenti del passato, certa che questo romanzo entrerà di diritto nelle prossime letture, così che possiamo insieme guardare equamente da entrambe le parti.

Maria Marques
La scrittrice Ruta Sepetys racconta una pagina di storia drammatica sulla deportazione nei gulag del popolo lituano. La famiglia di Lina, la protagonista, sarà costretta ad affrontare un drammatico viaggio nell’inferno dei gulag dapprima nella regione dei monti Altaj e poi ancora più a nord sino alle sponde del Mar Glaciale Artico. Nei gulag, impegnati in un lavoro disumano, senza tener conto delle età, Lina racconta il sopravvivere quotidiano,le difficoltà enormi, il freddo, la solidarietà e l’egoismo di tutti coloro che si trovano imprigionati. L’uso del flashback contribuisce ad enfatizzare gli orrori di una esistenza ai limiti dell’ impossibile, dove attraverso l’abbruttimento dell’essere umano si vorrebbe piegarlo e annullarlo. La dignità dell’uomo’ tuttavia, riesce ad emergere nei momenti più drammatici della vita, mantenendo vivi legami,tradizioni anche nei luoghi più impensati. Leggere per ricordare e per impedire che gli orrori contro l’umanità siano dimenticati.

Marisa Bannò
Non conoscevo, se non a livello scolastico, le vicende relative all’occupazione dei paesi baltici e alle deportazioni da parte dell’unione sovietica. Questo libro è stato una scoperta, sia dal punto di vista storico che dal punto di vista delle vicende umane. La storia narrata è intensa ed emotivamente coinvolgente. Grazie alla scrittura scorrevole, il lettore è partecipe delle emozioni della protagonista e degli altri personaggi. È un libro che spinge a riflettere e a conoscere un pezzo di storia forse un po’ trascurato.

Eliana Corrado
Una lettura dura ed emozionante, amara, molto, perché ti sbatte in faccia una realtà e una vicenda di una crudeltà estrema: la deportazione dei lituani. Un argomento di cui si parla poco e che, sebbene sia avvenuto con le stesse modalità di quella degli ebrei, modalità tante volte viste e lette, qui è come se lo si leggesse in maniera nuova. Non è originale il punto di vista e di racconto di una ragazzina; non è originale il dettaglio, la vita che si viveva nei gulag, con soprusi e vessazioni, dove si rimaneva vivi grazie a unica forza, quella della speranza. Perché è grazie a quella, per paradossale che sembri, che Lina, come sua madre, come il piccolo fratellino, non cedono mai alla paura, alla disperazione, anche quando tutto intorno a loro crolla. E allora ecco che a puntellare la sopravvivenza intervengono i ricordi, i sapori, gli odori e i colori della vita di prima, prima del rastrellamento, flashback che come i disegni di Lina interrompono nel lettore la mancanza di aria cui va incontro nel leggere le barbarie subite dai deportati. Così come l’amaro viene leggermente stemperato dalla dolcezza dei momenti del Natale e della storia del primo amore di Lina, che nasce in uno dei momenti più terribili che un essere umano possa sopportare. Il finale, però, mi ha lasciato un po’ male: mi è sembrato affrettato, e un po’ tronco, mi sarebbe piaciuto qualche racconto in più di come siano andate poi le cose.Nonostante questo, però, il libro merita di essere letto ed è, quindi, da me consigliato.

Fabiola Màdaro
Crudo, spietato, amaro, ma anche dolce, delicato, romantico e commovente. Una storia che ti prende e ti trascina in un turbinio di emozioni forti, incisive. Non conoscevo questo argomento, le deportazioni dei lituani nei gulag staliniani, non se ne parla nei libri di scuola, non c’è un “giorno della memoria”, ma ciò che queste popolazioni hanno subito non è stato meno tragico, meno disumano o meno degno di considerazione di altre tragiche deportazioni. La follia umana non ha limite, ma in questa storia, per quanto la crudeltà non sia solo accennata, ma anzi descritta in modo crudo e spietato, la cosa che emerge di più è la dignità delle persone che hanno subito queste atrocità! La forza con cui hanno cercato di mantenere una parvenza di normalità, di non perdere mai il contatto con i legami, i sentimenti buoni e con una speranza che era l’unica via d’uscita per la sopravvivenza. Lina non ha mai perso la speranza di tornare a casa, di tornare a dormire sotto un piumone caldo, nel confort sicuro della sua casa, insieme ai suoi affetti. Lina immagina, ricorda e disegna i volti, gli oggetti, ma si aggrappa anche ai ricordi, ai profumi, ai sapori che sa di dover inseguire per tornare a vivere. Lina trova anche la forza, il coraggio e la fiducia nel prossimo al punto di vivere proprio in questo inferno di ghiaccio il suo primo amore. L’uso dei flashback da la possibilità ai lettori di entrare nella mente di Lina, di vedere una quindicenne, in una condizione disumana e aberrante oltre il limite della sopportazione, che cerca di ricordare come era la sua vita e come vuole ritrovarla! Una frase più di tutte mi ha colpito ed è quella che Andrius dice a Lina “Non devi concedergli niente, Lina, nemmeno la tua paura.” Il titolo, emblematico, ci presenta un’immagine forte e struggente di ciò che queste persone hanno vissuto “AVEVANO SPENTO ANCHE LA LUNA”, gli avevano tolto tutto, anche l’impossibile, ma non la dignità e la voglia di vivere!

Giovanna La Motta
Ho pensato più di una volta a cosa scrivere e sempre mi tornano in mente le scene più crude e dure del romanzo. Avevo già scritto che non conoscevo questo pezzo di storia, ma mai avrei immaginato tanta crudeltà. E la scrittrice riesce perfettamente a riportarla nel libro. Leggendo, mi sentivo insieme a Lina sul vagone buio e senza aria prima, provando spesso un senso quasi di claustrofobia io stessa e ho quasi percepito addosso il grande freddo, le umiliazioni, la fatica inumana, l’annullamento dell’essere umano che veniva descritto in ogni scena. Una lettura molto forte, che mi ha messa in contatto con le mie paure e mi ha fatto molto riflettere sulla natura umana che spesso tanto umana non è.

Editore: Garzanti (6 settembre 2012)
Copertina rigida: 298 pagine
ISBN-10: 8811686857
ISBN-13: 978-8811686859
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