TSD ha il piacere di ospitare questa intervista a Massimo Ghelardi, autore della scuderia Maratta Edizioni, casa editrice nata recentemente da un’idea di Monica Maratta. Prima di iniziare con le domande, Massimo puoi presentarti ai nostri lettori: Sono nato a Pisa nel 1952, abito a Livorno. La cosa più preziosa che ho, sono quaranta anni di matrimonio con Mirella oltre a due figli, Davide e Nicola e tre nipoti: Alessandro, Anita e Lorenzo. “Arepo“ è il mio ultimo romanzo edito da Maratta Edizioni (di cui potete leggere la recensione qui). Altri miei romanzi sono : “Il mercante armeno”,  è stato pubblicato nel 2010 dalla Casa editrice “Società editrice Fiorentina”. La storia narrata si svolge  nella prima metà del 1600 tra Livorno, Venezia e le Fiandre. Terre di frontiere geografiche e umane che sono, esse stesse,  partecipi delle avventure di Sevag e di suo figlio Hagan. Sono, questi, gli ultimi discendenti della famiglia armena degli Sheriman, commercianti di caffè, che viveva  nella Livorno dove Cosimo dei Medici  aveva chiamato  “……. mercanti di qualsivoglia nazione, Levantini,  Ponentini, Spagnoli,  Ebrei, Armeni…..”.  Padre e figlio, ignaro l’ uno del destino dell’ altro, sono protagonisti  nella guerra, nel tradimento, negli affari e nell’ amore. “Rivoluzione”,  è stato pubblicato nel 2012 dalla Casa editrice “Società editrice Fiorentina”. L’ azione del romanzo si svolge nella prima metà del 1900 e segue la vita di un giovane rivoluzionario anarchico, Gino Souvarine Gualandi, che lascia Livorno  per giungere a Milano  dove partecipa agli scioperi operai dei primi anni del secolo. La vita di Souvarine, di sua moglie Loredana, e dei figli Vittorio e Bruno, si dipana attraverso le due guerre mondiali insieme alla storia di tanti italiani. “L’oro del Gobbo”, è stato pubblicato nel 2015 dalla Casa editrice “  0111 Edizioni” . Il romanzo si svolge negli anni ’90 del 1900. L’ investigatore Ettore Bandi, partendo dal rinvenimento di uno strano lingotto d’ oro,  affronta un indagine complessa. Deve ricostruire la storia di Giuseppe Albano, detto il Gobbo del Quarticciolo ( personaggio realmente vissuto,  mezzo bandito e mezzo partigiano, ucciso in un agguato a Roma nel gennaio del 1945) e scoprire se è realtà o leggenda la scomparsa di una cassa di lingotti d’ oro, sottratta dai partigiani ai tedeschi in ritirata da Roma. Ettore Bandi  nella sua indagine si troverà a dover  fare i conti anche con i suoi  stessi ricordi e  affetti. Partiamo dal principio. Si dice che uno scrittore debba essere innanzitutto un lettore. Tu che lettore sei? Sin da ragazzino, nelle varie ricorrenze: Natale o compleanno, un libro era il regalo preferito. Salgari e Verne mi hanno accompagnato a lungo e sono autori che nella mia libreria hanno la stessa evidenza di Tolstoj. Sono un lettore curioso delle nuove proposte in libreria ma, allo stesso tempo, mi piace tornare a leggere romanzi o saggi che mi hanno accompagnato negli anni e che mi hanno aiutato a crescere o semplicemente mi hanno divertito. Certamente mi sento maggiormente coinvolto da scritti nei quali la Storia sia essa stessa un “personaggio”. Mi spiego meglio: un romanzo non è un saggio, i personaggi in gran parte sono frutto e rappresentazione della fantasia creativa dell’autore, ma quando le vicende narrate si intersecano e direi quasi s’ intrigano con la realtà storica del tempo in cui si svolgono, ecco, allora anche la Storia reale assume le caratteristiche di un vero e proprio “personaggio/protagonista” del romanzo. E, se l’operazione dell’ autore riesce, diventa difficile distinguere realtà e fantasia. Mi rendo conto di avere un po’ divagato rispetto alla domanda, ma spero di aver dato un’ idea del tipo di romanzi dai quali mi sento immediatamente attratto, anche se, ripeto, sono un lettore curioso e mi piace spaziare fra i vari generi letterari. Hai sempre amato la storia fin da piccolo o è una scoperta successiva? “La Storia siamo noi…….attenzione nessuno si senta escluso” cantava De Gregori. Credo che non sia possibile non amare la storia se si ama la vita nelle sue articolazioni di grandi gioie e di grandi dolori. Quello che forse è più difficile è avere la consapevolezza del nostro vivere una storia comune. In questo senso si può dire che alcuni eventi aiutano a comprendere noi stessi e la nostra vita come coinvolgimento nella storia di tutti. E’ naturale che questi sentimenti maturano e divengono consapevolezza man mano che si cresce in età ed esperienza. Ma tornando alla domanda e alla mia precedente citazione di Salgari e Verne, che cosa sono Sandokan o Michele Strogoff se non protagonisti della storia vera oltre che delle fantasie degli autori? E come si fa ad amare le loro avventure senza amare la storia? Quando si leggono da ragazzini non ce ne rendiamo immediatamente conto, ma con Sandokan e Strogof stiamo vivendo la Storia. Come è nata l’idea di scrivere Arepo? Ci sono sempre motivi, o meglio, più che motivi ci sono sempre stimoli e sensazioni diverse che fanno crescere dentro di noi un racconto. E spesso sono stimoli o sensazioni che si sedimentano nell’ animo in momenti diversi fino a quando un evento più o meno casuale riesce a dare loro una specie di coerenza per un abbozzo narrativo. Anche “Arepo” si è venuto formando in momenti diversi e inizialmente “inconsapevoli” l’uno dell’altro. C’ è stato un periodo di vita a Siena dove ho scoperto il Sator, c’è stata la mia vita a Pisa con i suoi Lungarni e i palazzi storici fra i quali quello della famiglia Alliata, c’è stato, infine, un bel viaggio in Sicilia e la scoperta a Palermo di una piccola chiesa dedicata insieme a San Ranieri ( protettore di Pisa) e ai Quaranta Martiri di Sebaste- una intitolazione strana e suggestiva – . Qualche approfondimento mi ha permesso di ritrovare nella storia di Palermo la presenza di molte importanti famiglie pisane fra i quali gli Alliata. Poi, come sempre accade a chi scrive romanzi, la curiosità di misurarmi con la mia fantasia e la storia, mi ha spinto ad intrecciare vicende reali e inventate fino a dare forma ad Arepo. Nel tuo libro hai intrecciato tre orizzonti temporali, il IV Secolo d.C. nell’Impero Romano d’oriente, la metà del XVII Secolo in Sicilia e i giorni nostri a Pisa. In quale dei tre periodi ti sei “divertito di più”? E’ una domanda simpatica, perché l’ uso del verbo “divertirsi” mette in evidenza quante mai sensazioni coinvolgono un autore durante l’ invenzione del romanzo, e il divertimento è una delle sensazioni più importanti: se non si diverte lo scrittore difficilmente si divertirà il lettore e se questi non si diverte difficilmente arriverà a leggere l’ ultima riga del racconto. Quindi tante sensazioni mi hanno accompagnato, c’è stata la commozione, la partecipazione affettiva, c’è stata la curiosità per come, a volte, il racconto sembrava andare avanti da solo e c’è stato il divertimento. Sono stati due, in particolare, i momenti in cui mi sono divertito di più. Uno di questi è stata la costruzione del  “giallo” ambientato a Pisa nei nostri giorni e che fa da raccordo fra i vari periodi storici, l’ altro è stata la costruzione dell’ “intrigo-giallo” di cui è protagonista la Baronessa nella Palermo del 1600. Il libro si apre con la vicenda dei quaranta martiri di Sebaste. Ci puoi parlare di questa vicenda? I “Santi Quaranta Martiri di Sebaste” sono parte della storia e dell’ iconografia cristiana-armena. Erano soldati della  Legione Fulminata di stanza a Militene. I loro nomi: Aezio, Eutichio, Cirione, Teofilo, Sisinnio, Smaragdo, Candido, Aggia, Gaio, Cudione, Eraclio, Giovanni, Filottemone, Gorgonio, Cirillo, Severiano, Teodulo, Nicallo, Flavio, Xantio, Valerio, Esichio, Eunoico, Domiziano, Domno, Eliano, Leonzio detto Teoctisto, Valente, Acacio, Alessandro, Vicrazio detto Vibiano, Prisco, Sacerdote, Ecdicio, Atanasio, Lisimaco, Claudio, Ile, Melitone ed Eutico. Erano cristiani che furono martirizzati per la loro fede immergendoli nel lago ghiacciato di Sebaste (allora città armena). Il martirio dei soldati maturò all’ interno del conflitto che opponeva nel 320 d.c. Licinio imperatore della parte orientale dell’Impero e Costantino imperatore d’ Occidente. E’ una storia vera che è rappresentata in numerosi dipinti. Sono anche numerose le chiese a loro intitolate. Come ho detto nella risposta alla domanda precedente, in occasione del viaggio a Palermo ero rimasto particolarmente incuriosito dalla dedica della chiesa della comunità pisana a San Ranieri e ai Quaranta Martiri, perché in effetti non risulta, storicamente, un rapporto tra il santo pisano e i martiri armeni. Nella vicenda del romanzo assume un ruolo centrale l’enigma del “Quadrato del Sator”, una iscrizione latina ritrovata su varie epigrafi e graffiti, ancora da decifrare. Senza svelare chiaramente ciò che non è possibile in merito al romanzo, che idea ti sei fatto di questo mistero? Ho “scoperto” il Sator durante alcuni anni vissuti a Siena. La Cattedrale senese, oltre all’ impatto emotivo per la sua bellezza, offre anche spunti di curiosità e interesse, si potrebbe dire di carattere esoterico. All’ ingresso in Cattedrale ci accoglie la grande tarsia con Ermete Trismegisto e poi procedendo verso l’altare si susseguono le tarsie con le Sibille e Socrate. Un simbolismo complesso proprio del cristianesimo rinascimentale. La frase del Sator che nasconde un simbolismo ancora più misterioso è incisa su una pietra della facciata laterale sinistra, quasi nascosta verso l’ angolo dove si apre la porta della canonica. Sator arepo tenet opera rotas. Cinque parole delle quali Arepo è l’ unica a non avere un significato certo. La formula che si ritrova in altre chiese soprattutto di origine templare, viene presentata a volte come un cerchio a volte come un quadrato. E’ un palindromo, infatti ogni parola può essere letta da destra a sinistra o viceversa trasformandosi, a secondo del verso di lettura, in un’altra parola della frase. Sator ( il seminatore) se letta da destra a sinistra diventa “rotas” ( ruote) e così ogni altra parola. Le ipotesi sul significato sono state tantissime, ma, comunque, Arepo è quella di più difficile interpretazione. Io mi sono appropriato del palindromo nel romanzo, sposando la tesi che il Sator, pur essendo probabilmente una frase precristiana, sia poi divenuta una formula dell’ esoterismo cristiano e in particolare templare. E’ intorno a questa interpretazione che è costruito il filo conduttore del mio romanzo. Per la pubblicazione di questo libro ti sei affidato a una Casa Editrice emergente, di nuovissima costituzione. Come è stato lavorare con la Maratta Edizioni? Arepo è il quarto libro che pubblico con una casa editrice, altre due brevi raccolte di racconti li ho autopubblicati con Amazon. Mi aspettavo che più o meno Maratta Edizioni si comportasse come le altre due case editrici precedenti: rapporti corretti e cordiali ma scarsa se non addirittura assente attività post pubblicazione. In realtà Monica Maratta è una persona che mette grande entusiasmo nel suo lavoro e offre ai propri autori molte opportunità di promozione dei loro romanzi. Anche chi come me non si trova particolarmente a proprio agio nella gestione delle piattaforme social, è stato indotto a farsi coraggio e a presentarsi su FB e su Istagram.  E’ stata, quindi, un’ esperienza positiva non solo per la qualità del prodotto cartaceo, con studio e realizzazione di una copertina molto bella e suggestiva, ma anche per la soddisfazione che un autore trae dal lavorare ad un obiettivo comune con una  Casa Editrice che si spende tantissimo per la promozione dei libri. Potrebbe sembrare ovvio, ma chi ha avuto esperienza del mondo dell’ editoria sa benissimo che questo entusiasmo è una rarità. Stai lavorando al sequel di qualche tuo libro? Prima di Arepo ho pubblicato altri tre romanzi: Il mercante armeno, Rivoluzione e L’ oro del Gobbo. Tutti hanno un’ambientazione storica e tutti si sarebbero prestati (e si prestano ancora) ad un sequel. Ma ogni volta, pur conservando nel cuore ogni protagonista dei miei scritti, vengo poi attratto da altri progetti e da altri personaggi. Non so se anche con Arepo accadrà lo stesso. Grazie mille per essere stato con noi Massimo, alla prossima avventura!

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