Curiosità

Sapete perché il fiasco di vino è rivestito di paglia?

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Forma panciuta, collo lungo e un inconfondibile “vestito” di paglia: basta un’occhiata per riconoscere il fiasco di vino, per decenni uno dei simboli dell’Italia nel mondo. Un manufatto che sa di tempi lontani e che richiama la convivialità delle antiche tavole contadine, magari davanti a un buon piatto e a un bicchiere di vino. Quel suo caratteristico rivestimento di paglia, da semplice espediente artigianale, sarebbe diventato uno dei dettagli più riconoscibili della tradizione italiana.

Ma vi siete mai chiesti perché fosse rivestito proprio di paglia? Per ragioni estetiche? Per mantenere il vino fresco? Niente affatto, la sua funzione era molto più pratica: proteggere il vetro che poteva rompersi al minimo urto e permettere al recipiente, dal fondo tondeggiante, di restare in piedi.

Le origini del fiasco di vino con tutta probabilità si collocano tra  tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento. La prima documentazione conosciuta risale al 1275, quando il Comune di San Gimignano autorizzò un artigiano, Cheronimo, detto “il Bicchieraio“, a produrre nella sua fornace bicchieri, bottiglie e fiaschi.

Alla documentazione d’archivio si affiancano anche le testimonianze letterarie. Nel Decameron, scritto tra il 1349 e il 1353, Giovanni Boccaccio cita più volte il fiasco come recipiente per il “buon vino vermiglio“, segno che era ormai entrato nella vita quotidiana dell’epoca.

I maestri vetrai (detti allora “bicchierai”) del Valdarno e della Valdelsa iniziarono così a produrre bicchieri e fiaschi, ispirandosi per questi ultimi alla forma delle borracce d’acqua che, chi si spostava a cavallo, portava con sé. La forma del fiasco, nella sua prima versione, era sferica, da osteria, con il collo svasato.

Nel corso del Trecento si affinò la tecnica, arrivando ad impagliare i fiaschi che, contrariamente a quanto accade adesso, erano rivestiti fino al collo del recipiente. L’ esterno di paglia era costituito da erbe palustri, la stiancia e il  salicchio, facilmente modellabili e di fibra assai resistente, alla cui realizzazione lavorarono per secoli le cosiddette “fiascaie”. Questo rivestimento , che era verticale nella zona di Firenze e orizzontale in quella di Siena, permise un trasporto più sicuro ed una migliore conservazione. 

Il fiasco conquistò rapidamente ogni ambiente, dalle osterie alle corti rinascimentali. Lo troviamo citato negli epistolari di Lorenzo il Magnifico e raffigurato da artisti come Botticelli, Caravaggio e Ghirlandaio, a testimonianza della sua straordinaria diffusione. Nei secoli successivi divenne il “contenitore per eccellenza del vino Chianti”, presente sulle tavole dei nobili come su quelle delle famiglie contadine, nelle cantine e nelle fiere.

Oggi il fiasco è diventato una rarità. Le comuni bottiglie bordolesi lo hanno quasi completamente sostituito. A decretarne il declino contribuirono la progressiva scomparsa delle ultime fiascaie e il comportamento di produttori senza scrupoli che cominciarono a commerciare nei fiaschi vino di scarsa  qualità.

Non solo. Dagli anni Sessanta e Settanta, i produttori di qualità iniziarono ad abbandonarlo volontariamente, preferendo la bottiglia bordolese, che all’estero trasmetteva un’immagine più moderna e prestigiosa.

Così poco alla volta il fiasco smise di essere sinonimo di buon vino e finì per evocare, nell’immaginario collettivo, un prodotto economico e di modesto pregio. E il danno fu aggravato ulteriormente quando il rivestimento in paglia fu sostituito dalla plastica.

Oggi con la sua caratteristica forma panciuta e il suo vestito di stiancia, è sparito dai nostri tavoli . Per secoli ci ha accompagnato nei quadri dei grandi maestri, ha decorato banchetti succulenti, è stato presente nelle cene modeste delle famiglie, lasciandoci un nostalgico ricordo di uno degli oggetti più iconici della tradizione italiana.

Qualche spigolatura…

❧ Nel 1574 venne definita per la prima volta una misura obbligatoria per il fiasco in quanto il suo contenuto fu fissato in 2,280 litri, corrispondenti al mezzo quarto. Per evitare le frodi venne reso obbligatorio un marchio di piombo da apporre sulla paglia, detto “Segno pubblico”, che garantiva la reale capienza del fiasco. Ma, nonostante questa norma (e le fustigazioni pubbliche per i trasgressori), le frodi continuavano: bastava infilare nuovi fiaschi in rivestimenti già bollati per aggirare la legge. Si dovette così imprimere un marchio a caldo direttamente sul vetro e fu per questo motivo che il fiasco perse il suo aspetto tradizionale, per assumere quello giunto fino a noi: l’impagliatura lasciò libero il collo e parte della pancia, per dare visibilità alla marchiatura.

❧ Sino agli anni 40 del ‘900 era piuttosto frequente vedere passare dei carretti trainati da cavalli, i “barrocci”, nei quali i carrettieri, cimentandosi in un’audace sfida contro le leggi di gravità, stipavano un numero impressionante di fiaschi di vino a piramide, in apparente precario equilibrio. Questo carro era denominato “matto”, forse perché per impilare e trasportare migliaia di fiaschi, nelle accidentate stradine di campagna, ci voleva una certa incoscienza calcolata o forse perché una volta giunto in piazza ci si dava a folli feste.

Comunque sia, questa tradizione è ancora viva e vegeta e ogni anno nel mese di settembre, è possibile assistere a Firenze alla rievocazione storica del “Carro Matto”, in cui viene fatto sfilare un carro stracolmo di fiaschi di vino e trainato da buoi per il centro di Firenze.

❧ Fra i numerosi segni lasciati dal leggendario bottiglione impagliato nel folclore, meritano un cenno l’espressione “vestire un fiasco”, ovvero non far nulla di concreto, “levare il vino dai fiaschi”, l’unico modo per chiarire i dubbi una volta per tutte, e la più famosa “fare fiasco”.

L’origine di quest’ultima espressione non è certa. Secondo una tradizione molto diffusa deriverebbe dai vetrai veneziani che, quando sbagliavano un prezioso manufatto, recuperavano il vetro trasformandolo in un semplice fiasco.

Un’altra interpretazione la collega invece all’attore seicentesco Domenico Biancolelli, detto Dominique, che avrebbe improvvisato una farsa ispirata a un fiasco senza riscuotere il favore del pubblico.

Nessuna delle due spiegazioni è però considerata definitiva dagli studiosi.

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