Viaggio nella storia

La trappola di Anagni: i giorni del complotto che spezzarono Papa Bonifacio VIII

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«Perché per me qual che’l fatto sia, / per le man del suo vicario Cristo / esser preso dentro a Anagni s’avvia…»

— Dante Alighieri, Purgatorio, Canto XX

Nei primi giorni di settembre del 1303, l’aria nell’antica residenza papale di Anagni era carica di una tensione insostenibile. L’estate stava per volgere al termine, ma nel palazzo della cittadina laziale si consumavano gli ultimi dettagli di uno scontro d’altri tempi: da una parte Papa Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani, inflessibile custode della teocrazia medievale, dall’altra Filippo IV il Bello, re di Francia, risoluto a sottomettere l’autorità della Chiesa al potere dello Stato moderno.

Il Pontefice stava preparando per l’8 settembre la bolla Super petri solio, con cui avrebbe solennemente scomunicato il sovrano francese e sciolto i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà, ma il Re non aveva alcuna intenzione di attendere.

Mentre a corte a Roma e Anagni si limavano i testi religiosi, nei boschi e nei feudi circostanti si muoveva nell’ombra una forza spietata. Guglielmo di Nogaret, astuto giurista e braccio destro del re di Francia, era giunto segretamente in Italia dotato di ingenti somme d’oro e di un mandato ben preciso: arrestare il Papa e condurlo incatenato a Parigi per farlo processare da un concilio.

Nogaret trovò il miglior alleato possibile nella potente e sdegnata aristocrazia romana, incarnata da Sciarra Colonna, esponente della famiglia storica rivale dei Caetani. I Colonna erano stati privati dei propri beni, excommunicati e cacciati dai propri feudi da Bonifacio VIII, e bramavano una vendetta sanguinosa.

Nei primissimi giorni di settembre del 1303, la trappola venne stretta in gran segreto attraverso una precisa convergenza di forze. Nogaret e Colonna reclutarono centinaia di cavalieri e fanti tra i baroni del Lazio scontenti del dominio dei Caetani, mentre alcuni nobili e funzionari della stessa città di Anagni garantirono la complicità interna aprendo i varchi per l’accesso senza dare l’allarme. Allo stesso tempo, un’efficiente rete di spionaggio di palazzo riferiva ogni mossa del Papa in tempo reale agli assedianti tramite emissari in incognito.

All’alba del 7 settembre 1303, le porte di Anagni vennero spalancate dal tradimento. Al grido di “Viva il Re di Francia, morte a Papa Bonifacio!”, le truppe di Sciarra Colonna e di Guglielmo di Nogaret invasero la città e diedero fuoco alle porte del palazzo papale e della cattedrale. Abbandonato da gran parte dei suoi cardinali e servitori, l’ottantenne Bonifacio VIII affrontò gli assalitori vestito dei suoi paramenti sacri, con la tiara in testa, la croce in mano e seduto sul trono, affermando che se doveva morire per inganno, almeno sarebbe morto da Papa.

Fu in quel momento di supremo dramma che si colloca la leggenda dello “Schiaffo di Anagni”: si narra che Sciarra Colonna, accecato dall’odio, abbia colpito direttamente il volto del Pontefice con il guanto di ferro, o quantomeno lo abbia pesantemente ingiuriato e minacciato di morte, prima che Nogaret intervenisse per evitarne l’uccisione immediata, necessitando del Papa vivo per il processo in Francia.

La prigionia di Bonifacio VIII durò pochi giorni. Il 9 settembre la popolazione di Anagni, insorta contro gli invasori stranieri, riuscì a scacciare i francesi e a liberare il Papa. Tuttavia, il colpo morale e fisico fu devastante: riportato a Roma sotto la protezione degli Orsini, l’anziano Pontefice si spense poco dopo, l’11 ottobre 1303, distrutto dal trauma e dalle febbri. L’Oltraggio di Anagni non rappresentò soltanto un drammatico fatto di cronaca nera del Trecento, ma segnò la vera fine della teocrazia medievale, aprendo la strada alla nascita del papato avignonese sotto il diretto controllo della corona francese.

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