Viaggio nella storia

Il Teatro delle origini

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Articolo a cura di Raffaelina Di Palma

“Benvenuti a teatro. Dove tutto è finto, ma niente è falso.”  (Gigi Proietti)

Sin dalle sue origini il teatro è sempre stato un luogo d’incontro. Storicamente ha dato l’input al progresso sociale della nostra civiltà, mettendo in scena i drammi e i contrasti universali dell’uomo. Per secoli è stato sinonimo di finzione e astrazione dalla realtà: metaforicamente, esso è tutto ciò che riflette la realtà, dove si rispecchia la natura umana e la società con le sue dinamiche.

Il Teatro assume un significato che racchiude un grande valore simbolico, non ha bisogno di aggettivi per spiegare la sua presenza né di etichettare le sue funzioni.

È stato ed è da sempre un incontro, un cerimoniale, un punto di partecipazione: è specchio, è emotività, è condivisione, è attenzione verso “l’altro”.

Nell’antica Grecia, gli attori etano considerati persone di grande autorevolezza, come veri e propri sacerdoti del rito collettivo e religioso, che si ammiravano nei teatri, onorati e riccamente ricompensati. Rispettati come cittadini esemplari, beneficiavano di immunità diplomatica e potevano spostarsi liberamente anche tra stati in guerra.

Nel teatro greco, (ad Atene nel V secolo a. C.), gli spettacoli erano ritenuti realmente un atto politico e il palco serviva da cassa di risonanza per indirizzare le critiche e il malcontento verso il governo, le istituzioni e i leader politici.

Gli autori  come Eschilo, Sofocle ed Euripide dibattevano la morale del dominio, le leggi della città e i confini dei governanti. Anche nella tragedia gli autori trovavano terreno fertile per affrontare i problemi politici anche se, quasi sempre, indirettamente, parlavano attraverso la voce degli attori. Gli antichi greci veneravano il teatro: lo consideravano un mezzo per trasmettere educazione culturale e valori civili. Eppure c’era chi lo avversava: uno di questi era Seneca. Lo storico, convinto difensore dello stoicismo, cioè, quella pratica che insegna a raggiungere la serenità accettando ciò che non si può cambiare, esso riteneva che simulare continuamente, come facevano gli attori, li danneggiasse interiormente.

La condizione degradante degli attori nella Roma antica

I moralisti romani ritenevano che un attore non avesse delle proprie virtù poiché rinunciava, con la recitazione, a essere se stesso. Perciò, a Roma, benché le rappresentazioni teatrali fossero molto famose, gli attori erano guardati con disprezzo.

Il regno di Augusto, fondatore dell’Impero Romano, fu un periodo d’oro per il teatro romano. Egli consapevole che lo spettacolo potesse diventare un fine di potere, una maniera elegante per formare l’opinione pubblica a suo favore, ordinò la costruzione di teatri a Roma e provincia sul modello del Teatro Marcello.

Gli spettacoli erano gratuiti, sovvenzionati dai magistrati o dallo stesso imperatore, che in questo modo otteneva fama e devozione da parte del popolo.

Nei giochi di intrattenimento e promozione, gli attori assumevano un ruolo funzionale determinante.  Eppure, nonostante fossero personaggi pubblici di un certo livello e anche molto famosi, gli attori non sfuggivano al marchio legale.

“Il marchio legale non prevedeva tatuaggi indelebili per gli attori, ma li colpiva giuridicamente con un marchio d’infamia (la cosiddetta infamia notatur). Questa condizione giuridica degradante escludeva gli attori  da molti diritti civili e politici.”

Erano considerati infami (infamis), una categoria che toglieva loro la dignitas, la dignità civica che, ogni cittadino romano dell’epoca, doveva difendere.

Non avevano diritto al voto, non potevano testimoniare in tribunale, gli era proibito di rivestire cariche pubbliche: nella scala sociale romana, erano allo stesso livello degli schiavi e delle prostitute, perché “smerciavano” il proprio corpo e la propria voce per il piacere del pubblico. Per questo motivo era loro proibito di frequentare l’alta società romana. 

Nell’antica Roma, quella dell’attore, era una professione legata alle difficoltà. Le compagnie teatrali erano per lo più girovaghe, si spostavano di città in città dove si celebravano feste religiose, fiere pubbliche, erano soggette ai magistrati locali o all’imperatore per sopravvivere, inoltre erano in rivalità con i combattimenti dei gladiatori, le corse dei carri e le esecuzioni.

Non venivano pagati regolarmente. A volte ricevevano regali, ma altre volte non ricevevano né cibo né alloggio. Un mestiere spossante. Pur di attirare l’attenzione, spesso, gli attori si esibivano in acrobazie o salti pericolosi e, nel caso degli attori schiavi, non erano rare punizioni e pestaggi come “regalo”per un insuccesso teatrale.

Il Teatro è socialità

La nostra cultura è profondamente compenetrata da quella classica, tanto che ancora oggi ne tuteliamo molte tracce e ne “subiamo” volentieri il fascino. Questo patrimonio comprende tra i suoi molteplici e splendidi elementi anche il ditirambo.

L’evoluzione teatrale, dal ditirambo all’epoca contemporanea, descriveva l’intero cammino del teatro occidentale: nato come canto corale religioso dedicato a Dioniso nell’antica Grecia, si trasformò nella tragedia classica, attraverso la codificazione rinascimentale in drammi romantici fino ad arrivare ai movimenti innovatori del Novecento, approdando al teatro multimediale contemporaneo.

Secondo Aristotele, da questa forma di improvvisazione nasceva la tragedia introducendo un primo attore che dialoga con il coro, così il ditirambo si trasforma nel dramma messo in scena nelle grandi Dionisie ad Atene.

Il Rinascimento fu un’epoca ricca del teatro per molti Paesi europei, (in particolare Italia, Spagna, Inghilterra e Francia), una rinascita grazie alla lunga tradizione teatrale medioevale.

Abbiamo un lungo elenco di autori italiani: da Niccolò Machiavelli, Annibal Caro, Pietro Aretino, Ludovico Ariosto, Torquato Tasso… che hanno composto tragedie a tema epico.

All’interno della moderna società di massa nacque una forma tra intrattenimento e produzione culturale. Oggi non è facile separare le due cose. La differenza tra di esse la fa lo spettatore: se all’uscita del teatro gli rimane dentro un dubbio o una riflessione a cui non ha mai dato peso, quello è un effetto culturale.  L’intrattenimento è quando il pubblico viene coinvolto, quando si diverte. Questa è la grande separazione nella quale però manca chiarezza, ma poi, alla fine, sono soprattutto i numeri degli spettatori che contano. Shakespeare dice che “il teatro è lo specchio del mondo e che la maschera molte volte rivela di più che non il viso.”

Ascoltando le voci degli attori si “vive” il teatro: si sente la magia che si sprigiona dal calpestio sordo al passaggio degli attori sulle tavole di un palcoscenico: quella magia racconta come i riti sacri e i canti dell’antica Grecia abbiano superato l’evoluzione nel tempo, liberando lo spettatore dalle passioni, attraverso l’immedesimazione nello spettacolo, che gli lascia un senso di “refrigerio” e purificazione spirituale.

La lunga storia del teatro è arrivata sino a noi grazie ai grandi nomi della letteratura, da Euripide a Shakespeare, da Plauto a Victor Hugo… trasformandola in una forma d’arte che ci ha permesso di conoscere questa meravigliosa storia arrivata sino a noi.

Solo un sipario di velluto rosso ci separa dal palco. Spegniamo i cellulari e accendiamo le emozioni: puntando sulla singolarità e sulla magia, che accade qui e proprio davanti  ai nostri occhi!

“Al cinema si, recita; al teatro, è recitare.”  (Eduardo De Filippo)

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