Usi e costumi Viaggio nella storia

I mestieri estivi di una volta

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Articolo a cura di Laura Pitzalis

L’evoluzione tecnologica e l’avvento dell’elettrodomestico di massa non hanno solo semplificato la vita quotidiana, hanno anche fatto scomparire molti mestieri legati al ritmo delle stagioni. Fino alla prima metà del Novecento, infatti, l’estate richiedeva l’impiego di una forza lavoro specializzata, oggi quasi del tutto scomparsa. Dalla raccolta e conservazione della neve alla mietitura del grano, fino alla raccolta del sale, i mestieri dell’estate erano indispensabili nella vita quotidiana. Oggi, quasi tutti appartengono al passato.

I NEVIERI (O NIVAROLI)

Oggi, se abbiamo bisogno di cubetti di ghiaccio, basta aprire il freezer. Un gesto che diamo ormai per scontato. Fino alla prima metà del Novecento, invece, dietro quel gesto si nascondeva il lavoro dei nevieri, che raccoglievano, compattavano e conservavano la neve per poter disporre del ghiaccio durante l’estate.

La neve appena caduta veniva sistemata nelle neviere che potevano essere grotte, anfratti, strutture sotterranee o locali coibentati. Qui la pestavano per bene per renderla dura e senza aria e la coprivano con della paglia o foglie per l’isolamento termico. In questo modo si trasformava in ghiaccio solido che in estate veniva utilizzato per la conservazione e il trasporto dei cibi, per scopi medici e sanitari, e per preparare bevande fresche e gelati.

I VENDITORI DI GHIACCIO E DI GRANITE

Quando arrivava l’estate, iniziava una fase altrettanto delicata: l’estrazione del ghiaccio dalle neviere. Operai specializzati scendevano al loro interno e, con il piccone, incidevano la massa ghiacciata fino allo strato di paglia che separava i vari livelli. Con una paletta staccavano quindi i blocchi, li avvolgevano in sacchi di juta o di pula di riso, imbottiti di paglia per rallentarne lo scioglimento, e li affidavano ai venditori di ghiaccio. Questi li trasportavano su carretti o sul dorso dei muli e, una volta giunti a destinazione, li tagliavano con un punteruolo nelle dimensioni richieste dai clienti, per la maggior parte commercianti che ne facevano largo uso per conservare gli alimenti deperibili.

Anche le famiglie più ricche acquistavano grandi quantità di ghiaccio. Spesso disponevano di ghiacciaie private, mobili di legno isolati nei quali il ghiaccio veniva sistemato in apposite intercapedini. Erano, in pratica, gli antenati dei moderni frigoriferi.

Per i ragazzini, l’arrivo del venditore di ghiaccio era sempre una festa. Mentre il venditore tagliava i blocchi, regalava loro le schegge che si staccavano e loro le succhiavano come fossero ghiaccioli.

Ai venditori di ghiaccio si unirono quelli di granite. Il venditore di granite utilizzava una struttura in legno o metallo decorata, munita di ruote e dotata di una ghiacciaia incorporata. Con un apposito raschietto grattava un grande blocco di ghiaccio, raccoglieva il ghiaccio tritato in un bicchiere e vi versava gli sciroppi di menta o amarena o limone. Questa “specialità”,  era conosciuta con nomi diversi a seconda delle regioni italiane, come “grattachecca” a Roma, rattata o ‘a rattata e ghiaccio a Napoli e carapigna ad Aritzo in Sardegna.

Nel secondo dopoguerra, con la diffusione dell’energia elettrica nelle case e, successivamente, dei frigoriferi, anche questo mestiere scomparve.

I MIETITORI

Quello del mietitore era un mestiere antico e particolarmente faticoso. Richiedeva abilità manuale, forza fisica e una notevole resistenza per affrontare lunghe giornate nei campi durante il raccolto, sotto il sole cocente di giugno. Era un lavoro svolto soprattutto da persone appartenenti alle classi contadine più povere, per le quali costituiva un’opportunità di guadagno, anche se il compenso arrivava spesso solo dopo la vendita del grano al mulino, generalmente nel mese di agosto. L’arrivo dei trattori e delle mietitrebbie lo ha progressivamente reso superfluo dal punto di vista produttivo.

L’abilità del mietitore era quella di saper usare la falce senza farsi del male. Proprio per questo motivo si usavano dei pezzi di canna infilati nelle falangi delle dita, mentre sull’altro braccio veniva legato un pezzo di cuoio per evitare le abrasioni cutanee provocate dagli steli secchi delle spighe. Inoltre, per proteggere le gambe dalle lacerazioni, gli uomini indossavano pantaloni lunghi, scarponi o stivali, mentre le donne portavano calze spesse e robuste.

Tipico il fazzoletto sul collo, utile per asciugare il sudore dovuto alla tanta fatica, e il cappello, nel caso di un uomo, o un fazzoletto di colore chiaro, nel caso di una donna, per proteggere il capo dal sole.

LE SPIGOLATRICI

Dopo la mietitura, nei campi rimanevano le spighe sfuggite alla falciatura, che venivano raccolte dalle spigolatrici, donne appartenenti alle classi contadine più povere. Era un lavoro umile e faticoso, fatto di gesti ripetitivi: piegarsi, raccogliere e rialzarsi per recuperare ogni spiga rimasta a terra. In un’epoca in cui nulla poteva essere sprecato, anche quel poco poteva fare la differenza per il sostentamento di una famiglia. La spigolatura era infatti una pratica tradizionalmente tollerata, che permetteva ai più poveri di raccogliere le spighe rimaste nei campi e di racimolare il grano necessario per fare la farina e sfamare la propria famiglia.

Quadri, poesie, statue (ma non solo) hanno celebrato questa figura centrale della vita rurale del passato. Tra gli esempi più celebri, il dipinto Le spigolatrici di Jean-François Millet, che restituisce con straordinaria efficacia la fatica del lavoro nei campi, e la poesia La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini, che ha consegnato questa figura alla memoria collettiva.

I SALINIERI

Il mestiere del saliniere (o salinaro) non è del tutto scomparso, ma è profondamente cambiato. Un tempo chi lavorava nelle saline svolgeva un’attività interamente manuale che richiedeva grande forza fisica e resistenza.
Il sale era chiamato “oro bianco” non solo per il suo valore economico: prima della diffusione della refrigerazione, infatti, era fondamentale per conservare gli alimenti e costituiva una risorsa indispensabile nella vita quotidiana.
Oggi l’automazione ha ridotto drasticamente il numero degli addetti e trasformato le mansioni tradizionali.

Il periodo più intenso per la raccolta del sale era l’estate, quando il caldo e l’evaporazione dell’acqua marina ne favorivano la cristallizzazione sul fondo delle caselle salanti. Intere squadre entravano nei bacini per la “raccolta”, lavorando dall’alba al tramonto sotto il sole bruciante. Usavano pale pesanti e particolari zappe per rompere la crosta di sale senza danneggiare il fondo di argilla della salina. Una volta raccolto, il sale veniva caricato a spalle dentro ceste di canne oppure trasportato su pesanti carriole di legno lungo strette passerelle. Successivamente veniva ammassato in grandi piramidi bianche e battuto affinché si formasse una crosta superficiale che lo avrebbe protetto dalla pioggia.

Un mestiere faticoso ma anche logorante dal punto di vista della salute. Le saline sorgevano spesso in aree lagunari o paludose e i salinieri erano esposti alla malaria, trasmessa dalle zanzare.

Inoltre, il riflesso del sole sull’acqua e sul sale affaticava continuamente la vista e, con il tempo, poteva provocare problemi agli occhi, mentre il contatto costante con l’acqua salmastra causava dolorose lesioni alla pelle.  

Per favorire la permanenza dei lavoratori nelle saline, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento sorsero veri e propri villaggi autosufficienti. Attorno alle saline nacquero comunità con case, scuole, chiese e spacci alimentari, dove il lavoro scandiva la vita quotidiana.


Oggi questi mestieri appartengono quasi tutti al passato, ma continuano a raccontarci un’epoca in cui l’estate non era sinonimo solo di vacanze, ma anche di lavoro. Alcuni sono scomparsi, altri si sono trasformati profondamente, ma tutti testimoniano un aspetto poco conosciuto della vita quotidiana di un secolo fa: un’estate fatta di lavoro, fatica e competenze che il progresso ha reso non più necessarie.

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