Arti nella Storia cinema e teatro

I Kolossal di Cinecittà: nascita e splendore della Hollywood sul Tevere

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Articolo a cura di Raffaelina Di Palma

“Cinemà, cinemà, o che bella novità.”

Sono i versi di una canzoncina di inizio Novecento, che denunciava la moda dell’epoca dalla pronuncia alla francese della parola cinema: che rappresentava una vera rivoluzione tecnologica e culturale europea, guidata dai nostri cugini d’oltralpe. 

La nascita di Cinecittà

Il 28 aprile 1937 Benito Mussolini inaugurava Cinecittà: il complesso di studi cinematografici più importante d’Europa. Il regime fascista credeva fermamente nel rapporto tra la propaganda di regime e i nuovi mezzi di comunicazione e impegnò notevoli investimenti per attuare l’idea di una città del cinema, da edificare alle porte di Roma.

La possibilità per dare forma al progetto arrivò il 26 settembre1935 quando un inspiegabile  incendio, (le cui cause resteranno oscure), bruciò gli studi della casa di produzione Cines. Subito dopo l’incendio, Luigi Freddi, capo della neo Direzione Generale per la Cinematografia prospettò a Carlo Roncoroni, proprietario della Cines, di disporre nuove costruzioni di produzione più adeguate agli scenari futuri del cinema italiano.

Intorno a questo progetto si attivò anche il dinamismo di molti tecnici privati che vedevano l’opportunità di sostenere un veloce sviluppo di qualità e quantità dell’opera italiana, sulla traccia di quanto era già avvenuto negli Stati Uniti.

La maestosa costruzione si suddivideva in dieci teatri di posa, un teatro per miniature, effetti speciali e animazione. A tutto questo si aggiunsero diversi edifici per laboratori e per il montaggio sonoro, un centro per le registrazioni audio e tre piscine per le riprese subacquee, la più grande delle quali misura sessantadue metri e lunga centosessantacinque. Tutto questo in sedicimila metri quadrati e trentaduemila di altri fabbricati su un’area complessiva di centoquarantamila metri quadri, ma la guerra rallentò e poi bloccò completamente tutte le attività.

A causa dei numerosi bombardamenti su Roma e la requisizione delle attrezzature da parte dei tedeschi, Cinecittà diventò rifugio per centinaia di senzatetto romani, sembrò destinata a non rivivere più. Il mondo del cinema, lanciò sconfortanti appelli, fin dai primi mesi della ricostruzione e, insperatamente, la città del cinema riaprì le porte nel 1947 come ente autonomo. Cinecittà, in breve, ritornò ad essere il centro di produzione cinematografica italiana espandendo dentro e fuori dai confini nazionali la sua fama.

“Il Ventennio” e i kolossal

Nelle prime edizioni degli anni ’30 e ’40, il Festival di allora, fortemente voluto dal regime, premiò e ospitò alcune produzioni grandiose. La prima fu la vittoria nel 1937 della Coppa Mussolini (il massimo riconoscimento dell’epoca) per il kolossal storico italiano, Scipione l’Africano.

Ma fu senza dubbio il “gigante di celluloide” per eccellenza, come venne rinominato dai giornalisti dell’epoca, ovvero il celebre film del 1951 del regista Mervyn LeRoy, tratto dall’omonimo romanzo di Henryk Sienkiewicz, con il quale vinse il Premio Nobel nel1905: stiamo parlando del film “Quo Vadis?”. Diventato poi il kolossal più famoso girato a Cinecittà con il quale si inaugurò la fortunata stagione della “Hollywood sul Tevere”, offrendo lavoro a centinaia di comparse e maestranze, tra cui i giovanissimi Franco Zeffirelli, Sergio Leone, Sofia Loren…

Oltre al Premio Nobel all’autore del romanzo si guadagnarono la nomination all’Oscar i componenti della troupe e gli interpreti del film: Robert Taylor, Deborah Kerr, Peter Ustinov, Marina Berti e Leo Genn.

I proventi del “Quo Vadis?” furono un grande apporto a quella Cinecittà che aveva appena ripreso a lavorare in maniera stabile. Come tutta la città, dopotutto. Il film diede lavoro all’intero territorio romano: migliaia furono le comparse che vi presero parte. Molte donne vendettero i propri capelli per confezionare le tante parrucche servite per il film. Quella moltitudine in agitazione, una folla umana affamata che attraversava la Tuscolana; trovare lavoro per sfamare la famiglia faceva parte a tutti gli effetti di quella strana magia che nasceva dal cinema.

Le comparse venivano assunte direttamente dai quartieri romani. I capigruppo di Cinecittà andavano a chiamare centinaia di persone porta a porta per riempire le scene di massa.

Ciak si gira!

C’era tutto un universo che girava intorno alla città del cinema: interi quartieri della città di Roma, come la Garbatella, lavoravano negli studios, riportando nei bar e nelle case molti dei retroscena quotidiani dei set cinematografici raccontando i capricci dei grandi divi hollywoodiani.

Gli studi di via Tuscolana, insieme con ottime attrezzature, offrirono un personale altamente specializzato con costi competitivi per il mercato internazionale. Verso la fine degli anni ’40 e ’50 la congiuntura economica e una serie di misure eccezionalmente indovinate diedero spazio allo sviluppo di cooperazioni e coproduzioni internazionali di alto livello.

Cinecittà diventò a tutti gli effetti un punto di riferimento obbligato per le produzioni americane.

La “Hollywood sul Tevere”, ebbe il suo momento magico nella realizzazione dei grandi kolossal come “Quo Vadis?”, (già sopra citato), di Leroy nel 1949, “Ben Hur” di Wyler nel 1959, “Antonio e Cleopatra” di Mankiewicz nel 1963 … questi sono quelli più importanti, poiché il termine “kolossal” non ha una statistica rigida non si conosce un numero preciso. Comunque sia, negli studi romani furono girati più di 3.000 film tra cui si contavano decine di celeberrime case di produzione, storiche e internazionali.

Nel corso del Ventennio i produttori non erano veri produttori, non rischiavano in prima persona, i finanziamenti per la realizzazione dei film arrivavano dal regime. Il vero e unico produttore era Mussolini e le parti da assegnare agli attori le decidevano i gerarchi, diventando così anche i loro protettori.

Per non essere ricattati, adottarono la protezione sotto copertura o per interposta persona, soltanto Alessandro Pavolini, politico e giornalista, mostrava in pubblico la sua relazione con Doris Durante, la bellissima attrice che anche nel dopoguerra non smentì mai di essere stata fascista. Alcuni personaggi, diventati poi famosi, raccontarono che Cinecittà, all’epoca, era un luogo ambiguo, inquinato da informatori e da spie della Questura di Roma. Un impegno per il regime, che voleva fare del cinema un mezzo artistico all’ideologia fascista, la stessa cosa che stava facendo la Germania, alla cui inaugurazione era presente anche Mussolini.

“La Hollywood sul Tevere”

“La Hollywood sul Tevere” fu il soprannome che venne dato a Roma tra gli anni cinquanta e sessanta, quando la città divenne il centro del cinema mondiale.

Con l’arrivo a Ciampino di star internazionali come Elizabeth Taylor, Richard Barton, Charlton Heston, Audrey Hepburn, Ava Gardner, Tyrone Power, Kirk Douglas… ci fu un grande rilancio della moda e dell’alta sartoria italiana, legata ai costumi e alle preferenze delle star del cinema.

Con Cinecittà venne messa in rilievo la grande professionalità delle maestranze artigiane italiane.

I reparti di falegnameria, scultura, pittura, realizzarono imponenti set a grandezza naturale. Per ingrandire gli spazi dipinti su immensi teli e la tecnica del glass shot (vetri dipinti che, posizionati 

davanti alla macchina da presa, ampliavano e davano veridicità allo sfondo reale).

Prima dell’era digitale, l’azione era concreta. Per le bighe di Ben-Hur, ad esempio, vennero costruite piste e curve paraboliche implicando centinaia di cavalli, stuntman e operatori, che filmavano le scene con la cinepresa che si muoveva su rotaie di metallo per seguire gli attori in maniera lineare e continua.

Tra successi e scandali

La cronaca rosa dell’epoca è ricchissima di amori scandalosi tra i divi, di feste eccessive, che diedero vita ai paparazzi, il nuovo termine coniato da Federico Fellini e Ennio Flaiano per il film “La dolce vita”. Tra gli attori e i fotografi, spesso scoppiavano feroci liti quando questi ultimi diventavano troppo pressanti, liti che animarono le notti di via Veneto e la elevarono alla fama mondiale; ma  si vociferava, erano liti preparate dai divi stessi, i quali continuavano a recitare anche fuori dal set…per farsi pubblicità. Così si leggeva nelle riviste di gossip. Tra bevute, tradimenti, liti furiose e varie stravaganze, via Veneto e gli ingressi di Cinecittà divennero il posto fisso  dei paparazzi in cerca dello scatto rubato, che poteva valere milioni di lire: diventando così un giro di affari molto redditizio.

Le periferie della capitale fornivano alle produzioni artigiani e comparse. Queste ultime, come si racconta, nei film ambientati nell’antica Roma dimenticavano di togliersi  la canottiera della salute, la catenina con la madonnina d’oro dal collo, l’orologio da polso e gli assistenti alla regia, avevano anche questa incombenza, cioè, dovevano controllare che all’inizio delle riprese si togliessero quegli oggetti che, certamente, nell’antica Roma non esistevano.

E non era raro vedere le star americane che giravano per Roma in Vespa, lo scooter della Piaggio, lanciato dal grande successo del film “Vacanze Romane” del 1953 con Audrey Hepburn e Gregory Peck. Sono famosi gli scatti d’epoca che ritraggono i divi di Hollywood a cavallo di una Vespa, sia sul set sia per le strade della città. Le due ruote rappresentavano un modo pratico e informale per sfuggire ai paparazzi e visitare la città fuori dai riflettori.

La mostra del Cinema di Venezia, (inaugurata il 6 agosto1932), incise profondamente il cinema d’autore, con kolossal e blockbuster, aiutando il debutto di grandi opere, storiche e contemporanee, richiamando l’attenzione mediatica internazionale.

La mostra introdusse il concetto di festival competitivi, che oltre a lanciare il neorealismo italiano, fu da esempio per altri grandi festival nati dopo, come quello di Cannes, grazie ai quali vennero promossi incontri, scambi culturali e promozioni del cinema d’autore, dando spazio a opere d’arte lontane dal criterio dei soli incassi commerciali.

Nell’immaginario collettivo Cinecittà era ed è rimasta una leggendaria fabbrica di sogni.

Dalla sua fondazione con i suoi capolavori e le grandi produzioni internazionali ha unito la storia d’Italia al fascino eterno del grande schermo e con il passaggio di registi e attori di tutto il mondo si è trasformata in un simbolo globale di fantasia e genialità artigianali: tutte italiane.

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