Dopo aver conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Biomediche, Marco ha intrapreso una carriera come scienziato ed è autore di oltre cinquanta pubblicazioni tra articoli di ricerca, revisioni su invito, prospettive e brevetti. Nel corso degli anni ha lavorato sia nell’industria farmaceutica sia nella ricerca accademica, sviluppando un approccio rigoroso e analitico che oggi si riflette anche nella sua narrativa.
Parallelamente alla sua attività scientifica, ha coltivato la scrittura creativa. Un suo racconto è stato selezionato per l’antologia del concorso Racconti Siciliani 2026, confermando il suo interesse per le storie radicate nel territorio e nella memoria culturale.
Oggi TSD ha il piacere di intervistarlo per parlare del suo romanzo “La Maledizione di Garibaldi” tra storia e ucronia.

Benvenuto su TSD Marco. Il genere ucronico vive sul fascino del “Cosa sarebbe successo se…”. Spesso gli autori usano l’ucronia per esplorare i grandi traumi della storia mondiale (come la Seconda Guerra Mondiale). Tu hai scelto di applicarla al Risorgimento e alla nascita dell’Italia. Come mai hai voluto esplorare proprio questo momento fondativo della nostra identità?
Ciao, innanzitutto grazie per l’invito. Per me è davvero un piacere poter parlare con voi del mio romanzo, La Maledizione di Garibaldi.
Allora, parto da una cosa semplice, la storia mi è sempre piaciuta tantissimo. E anche l’ucronia, cioè la storia alternativa, mi ha sempre affascinato. Non è certo un genere nuovo, tanti autori hanno immaginato mondi in cui un evento storico è andato diversamente. Tra i miei esempi preferiti ci sono L’uomo nell’alto castello, conosciuto anche in Italia anche come La svastica sul sole, di Philip K. Dick, ambientato in un mondo in cui le potenze dell’Asse hanno vinto la Seconda guerra mondiale, e Bring the Jubilee di Ward Moore, dove invece la Guerra Civile Americana si conclude con la vittoria degli Stati Confederati.
Nel mio caso, l’idea è nata anche dalla mia esperienza personale. Per lavoro ho vissuto per un periodo in Toscana e poi, più tardi, in Sicilia. E devo dire che la differenza fra Nord e Sud mi è sembrata subito molto evidente: nella cultura, nella cucina, nel modo di pensare, nel rapporto con la storia. In Sicilia, in particolare, ho scoperto che Garibaldi non è visto da tutti come l’eroe che spesso viene raccontato nei libri di scuola. Per alcuni è quasi l’opposto, una figura controversa, qualcuno che avrebbe approfittato dello scontento dei siciliani nei confronti dei Borboni per portarli dalla sua parte.

E poi ci sono le promesse mancate. Garibaldi aveva fatto sperare molti siciliani in un futuro diverso, più sviluppo industriale, più libertà, forse persino una nuova Italia repubblicana. Ma poi l’Italia che nacque fu una monarchia, governata dai Savoia, e il Sud non ebbe affatto il destino prospero che molti si aspettavano. Anzi, tanti meridionali ancora oggi raccontano il Risorgimento come una storia molto meno gloriosa di quella ufficiale, una storia in cui il Sud uscì sconfitto, impoverito e in qualche modo tradito.
Da lì mi è venuta la domanda alla base del romanzo, che cosa sarebbe dovuto cambiare nella storia perché il Regno delle Due Sicilie sopravvivesse? Quale evento, quale scelta, quale tradimento o quale alleanza avrebbe potuto impedire il Risorgimento al Sud?
E da questa domanda è nata La Maledizione di Garibaldi, un thriller storico e ucronico ambientato in un’Italia alternativa, dove il Regno delle Due Sicilie esiste ancora oggi, come Regno dell’Italia Meridionale.
Nel genere della Alternate History, il “punto di divergenza” deve essere credibile per catturare il lettore. Nel tuo romanzo la svolta avviene nel 1852, ribaltando l’impatto delle celebri e durissime lettere di Gladstone contro il governo borbonico. Invece di chiudersi a riccio, Ferdinando II lo ascolta. Come sei arrivato a immaginare questo specifico “corto circuito” diplomatico che dà il via a tutto?
Nel ricercare questa idea mi sono imbattuto nelle celebri lettere scritte da William Ewart Gladstone, il politico liberale britannico che in seguito sarebbe diventato Primo Ministro. In quelle lettere, indirizzate al conte di Aberdeen, Gladstone criticava duramente il governo del Regno delle Due Sicilie, soprattutto per la mancanza di libertà politica e per il trattamento riservato ai prigionieri politici e ai dissidenti. Queste critiche contribuirono all’isolamento diplomatico del regno napoletano in Europa. Sebbene Re Ferdinando II fosse stato inizialmente costretto a concedere una costituzione, in seguito tornò a governare con un forte autoritarismo. La Sicilia aveva già tentato di dichiarare la propria indipendenza durante le rivoluzioni del 1848, ma la rivolta fu infine repressa. Allo stesso tempo, l’Impero Britannico dipendeva fortemente dallo zolfo siciliano per la propria industria. Una Sicilia indipendente avrebbe forse reso quella fornitura più facile da garantire. Per varie ragioni, la Gran Bretagna mostrò ben poca simpatia verso la monarchia napoletana. Tutto questo contribuì a creare le condizioni che permisero il successo della Spedizione dei Mille di Garibaldi nel 1860, una spedizione accolta favorevolmente da molti siciliani.
Perché il Regno delle Due Sicilie potesse sopravvivere fino all’età moderna, le politiche di Ferdinando II avrebbero quasi certamente dovuto cambiare. Nella storia alternativa presentata in questo romanzo, immagino che egli adotti una linea più moderata, concedendo maggiori diritti ai suoi sudditi e lasciandosi ispirare politicamente proprio da Gladstone.
Una delle sfide più grandi per chi scrive ucronie è immaginare l’effetto domino delle modifiche storiche. Se il Regno delle Due Sicilie prospera e si modernizza fino a diventare il “Regno dell’Italia Meridionale” nel 2025, come è cambiato il resto del mondo? Senza un’Italia unita nel 1861, come si sono riconfigurate le alleanze europee nella tua linea temporale?
Allora, nel mondo del romanzo ho immaginato che, fin dall’inizio, il Regno dell’Italia Meridionale rafforzasse molto i suoi rapporti diplomatici con l’Impero Britannico e con la Francia. Di conseguenza, durante le guerre mondiali si sarebbe trovato naturalmente dalla loro parte.
In questa linea alternativa, Mussolini, nato in Emilia-Romagna, avrebbe controllato solo l’Italia Settentrionale, mentre il Regno del Sud si sarebbe schierato con gli Alleati durante la Seconda guerra mondiale. Infatti, nel romanzo si parla anche di Napoli bombardata dalle forze dell’Asse, proprio perché, in quel mondo, il Sud non è fascista ma sì un regno alleato degli inglesi e dei francesi.
Poi c’è la questione della monarchia. Nella nostra realtà, l’Italia abolì la monarchia nel 1946. E il motivo principale, secondo molti storici, fu il ruolo di Vittorio Emanuele III, che aveva permesso l’ascesa di Mussolini e del regime fascista. Però il risultato del referendum non fu schiacciante. Vinse la repubblica con circa il 55 per cento dei voti. E, cosa importante, una grande parte del Sud votò invece per mantenere la monarchia. Per questo, nel mio romanzo, non mi sembrava affatto assurdo immaginare che un Regno dell’Italia Meridionale potesse restare monarchico fino ai giorni nostri. Anzi, dal punto di vista narrativo mi sembrava molto interessante avere un Sud monarchico, autonomo, legato agli Alleati, e con una memoria storica completamente diversa da quella dell’Italia che conosciamo.
Per la trama ho poi fatto un passo in più, ho immaginato che proprio l’esistenza e l’appoggio del Regno del Sud impedissero anche l’abolizione della monarchia nel Regno dell’Italia Settentrionale. Quindi, invece di avere una Repubblica Italiana come nella nostra realtà, nel romanzo esistono due regni italiani, separati ma destinati, forse, a riavvicinarsi.
E anche l’Europa cambia di conseguenza. Quella che nella nostra storia è stata l’Europa dei Sei (Paesi Bassi, Lussemburgo, Belgio, Francia, Germania Ovest e Italia) nel romanzo diventa una specie di Europa dei Sette, perché al posto di una sola Italia ci sono i due Stati italiani, il Regno del Nord e il Regno del Sud.
Il libro si muove su due binari temporali: le riforme dell’Ottocento e il thriller politico del 2025. C’è un legame profondo tra le scelte di Ferdinando II e quelle che si trova ad affrontare oggi la Principessa Vittoria (Vicky)? In che modo il passato “maledice” o benedice il presente della protagonista?
Ovviamente, le scelte di Ferdinando II non sono piaciute a tutti, e finiscono per alimentare un profondo rancore contro la corona del Sud, soprattutto da parte di Garibaldi. Una delle sue grandi vittorie durante il Risorgimento fu la Spedizione dei Mille, con la quale conquistò la Sicilia per conto dei Savoia. Per questo motivo, ho immaginato che Garibaldi facesse di tutto per rovinare i Borboni e i loro alleati, i Tomasi di Lampedusa. Non possiamo dimenticare che la Sicilia aveva sofferto più direttamente di molte altre parti del regno a causa delle politiche dure della corona borbonica. Anche se fossero state introdotte delle riforme di Ferdinando II, l’isola avrebbe potuto comunque schierarsi con Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Mi serviva dunque un ulteriore elemento per legare la fedeltà della Sicilia alla corona napoletana. È qui che entra in gioco la letteratura. Il Gattopardo, il celebre romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, XI Principe di Lampedusa. Il romanzo descrive la trasformazione della Sicilia durante il Risorgimento e l’arrivo delle forze di Garibaldi nel 1860. Il personaggio centrale, Don Fabrizio Corbera, Principe di Salina, è ispirato all’antenato dell’autore, Giulio Fabrizio Tomasi, VIII Principe di Lampedusa. Sua figlia Concetta, però, resta in gran parte una figura tragica il cui potenziale, a mio avviso, rimane inesplorato. Nella storia originale nutre un amore non corrisposto per il cugino Tancredi Falconeri e finisce per vivere senza sposarsi. In questo romanzo ho scelto di immaginarle un destino diverso. Ho creato un matrimonio fittizio tra Concetta e Francesco, Duca di Calabria, che in seguito sarebbe diventato Francesco II delle Due Sicilie. La volontà ferrea e l’intelligenza politica del Gattopardo diventano così una forza protettiva attorno a sua figlia, a suo genero e al loro futuro erede. Storicamente Francesco II dovette effettivamente affrontare opposizioni politiche all’interno della propria famiglia, comprese tensioni legate alla matrigna e ad altri membri della corte borbonica. Nella mia immaginazione, chi meglio del formidabile Gattopardo siciliano avrebbe potuto difendere il giovane re?
Le informazioni raccolte da Garibaldi nel passato gettano un’ombra o, in questo caso, una vera e propria maledizione su Vicky, che si ritrova davanti a un potenziale scandalo dinastico capace di farle perdere il diritto a diventare regina e di compromettere l’unione dei due regni italiani.
È su questo conflitto tra memoria storica, vendetta e legittimità dinastica che si basa la trama del mio romanzo.
Vittoria è un personaggio affascinante: una millennial o Gen-Z reale, destinata a essere la prima regina regnante a pieno titolo del Sud. Ci racconti come hai costruito la sua psicologia? Quanto c’è in lei delle vere dinamiche delle monarchie contemporanee europee e quanto dell’orgoglio storico del Mezzogiorno?
Spesso si tende a vedere la monarchia come qualcosa di antico, quasi fuori dal tempo, un sistema in cui il popolo non sceglie il proprio capo di Stato. Però, se guardiamo alle monarchie europee di oggi, l’immagine è un po’ diversa. Penso ai Paesi scandinavi, ai Paesi Bassi, al Regno Unito, Paesi moderni, democratici, socialmente avanzati, dove la monarchia è ancora percepita da molti come un elemento di continuità e di identità nazionale.
Da qui nasce in parte Vittoria. Volevo che fosse una principessa contemporanea, non una figura da favola o da cartolina. È giovane, ha una mentalità aperta, conosce il peso della tradizione, ma sa anche che una monarchia, per sopravvivere, deve parlare al presente. Non può limitarsi a ripetere gesti e simboli del passato, deve avere un senso per le persone di oggi. In Vicky c’è quindi molto delle monarchie europee contemporanee, soprattutto questa idea di equilibrio tra dovere pubblico e sensibilità moderna. Allo stesso tempo, però, c’è anche un forte orgoglio meridionale. È fiera, passionale, testarda quando crede in qualcosa. Non vive il Sud come una semplice eredità dinastica, ma come una parte profonda della sua identità.
Una delle cause che la definiscono meglio, nel romanzo, è il suo impegno verso i migranti africani che arrivano a Lampedusa. Per me era importante mostrarla non solo come una futura regina, ma come una giovane donna che si chiede che cosa significhi davvero avere un ruolo pubblico oggi. Il potere, per lei, non è solo privilegio o rappresentanza, è anche responsabilità.
Nel 2025, l’unificazione pacifica attraverso il matrimonio tra il Nord sabaudo e il Sud borbonico viene ostacolata da fazioni interne alla Chiesa e alla borghesia siciliana. Spesso la grande Storia è mossa da interessi privati: quali sono le paure di questi “sabotatori” di fronte a un’Italia finalmente unita?
Nel mio romanzo l’unificazione non fa paura solo per ragioni ideologiche, ma anche per ragioni molto concrete cioè perdere potere, influenza, prestigio. I sabotatori non difendono soltanto un’idea di Italia, difendono soprattutto la (debole) posizione che hanno dentro un’Italia divisa.
Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, ho immaginato che ci fosse una ferita storica mai del tutto rimarginata. Nel mio universo alternativo, per mantenere l’indipendenza del Regno delle Due Sicilie, Ferdinando II e poi Francesco II evitano di partecipare alle guerre che permettono ai Savoia di conquistare gli altri Stati italiani. Di conseguenza, non intervengono nemmeno in difesa del Papa e dello Stato Pontificio durante la Presa di Roma. È il tipo di scelta che, ai vertici del potere vaticano, potrebbe essere ricordata a lungo con rancore.
C’è poi un altro aspetto. In un Regno del Sud rimasto indipendente, il Vaticano avrebbe probabilmente avuto meno influenza politica rispetto a quella esercitata nell’Italia che conosciamo. Basta pensare a quanto la presenza del Vaticano a Roma abbia inciso, e incida ancora, su certe discussioni pubbliche italiane. L’Italia, pur essendo un Paese moderno e democratico, ha spesso avuto un rapporto più complicato con alcuni temi civili rispetto ad altri Paesi cattolici come Spagna e Portogallo. Nel romanzo ho portato questa tensione dentro una realtà alternativa, chiedendomi: cosa succederebbe se una parte della Chiesa vedesse l’unificazione come una perdita definitiva di controllo?
Per la borghesia siciliana il discorso è diverso, ma non meno importante. Mi sono ispirato anche al mondo di Il Gattopardo, dove la borghesia finisce per occupare lo spazio lasciato da un’aristocrazia in declino. Molti nobili perdono denaro e proprietà, mentre famiglie borghesi si arricchiscono, comprano terre, mandano i figli nelle migliori scuole e costruiscono una nuova forma di prestigio sociale. In Sicilia, poi, i titoli hanno sempre avuto un peso simbolico molto forte: dottore, ingegnere, professore. A volte sembrano quasi piccoli titoli nobiliari moderni. Nel mio romanzo ho giocato anche con questa idea: una borghesia che, nella nostra realtà, ha potuto crescere e brillare anche perché la vecchia nobiltà era ormai indebolita, in un Sud rimasto monarchico avrebbe trovato davanti a sé un ostacolo molto più forte. I Tomasi di Lampedusa, che nella storia reale erano una famiglia aristocratica siciliana ma non al centro del potere dinastico, nel romanzo diventano invece molto più vicini ai Borboni attraverso il matrimonio. Questo cambia gli equilibri. Per certe famiglie borghesi siciliane, l’unione tra Nord e Sud sotto una stessa corona non rappresenta un sogno nazionale, ma una minaccia, significherebbe rafforzare di nuovo l’aristocrazia, unire le élite nobiliari del Nord e del Sud, e chiudere per sempre quello spazio sociale in cui loro ancora speravano di dominare.
In questo senso, l’unificazione diventa per loro una minaccia esistenziale: non perché distrugga l’Italia, ma perché distrugge il sistema di compromessi, privilegi e piccole rendite di posizione su cui hanno costruito la propria sopravvivenza.
Immaginiamo che per scrivere questo libro tu abbia dovuto fare una ricerca storica monumentale per “smontare e rimontare” i fatti reali. Qual è stato il confine più difficile da tracciare tra i documenti storici reali e la pura invenzione letteraria? C’è un dettaglio storico vero che hai dovuto sacrificare a malincuore per far funzionare la trama?
A dire la verità, non ho un vero rimpianto per qualche dettaglio storico sacrificato o cambiato. Fin dall’inizio sapevo che stavo scrivendo un’ucronia, quindi il mio obiettivo non era ricostruire la Storia in modo scolastico, ma trovare un punto credibile in cui deviarla.
Il confine più difficile è stato proprio questo, capire fino a che punto potevo cambiare gli eventi senza rendere tutto artificiale. Non sono mai stato un grande sostenitore di Garibaldi. Lo ammiro, come si vede anche nel libro, soprattutto per il carisma e per la capacità di trascinare le persone all’interno dei suoi obbiettivi stessi. Però non riesco a vederlo semplicemente come l’eroe nazionale che spesso ci viene raccontato. Penso che il Risorgimento, per come è avvenuto, abbia avuto conseguenze molto pesanti per il Sud d’Italia.
Detto questo, non volevo nemmeno cadere nell’errore opposto, cioè trasformare tutto in una favola borbonica. Anche se Ferdinando II avesse cambiato alcune politiche, forse sarebbe stato comunque troppo tardi per mantenere davvero la fedeltà della Sicilia. E questo, per me, era il nodo più difficile della trama, come rendere credibile una Sicilia ancora legata ai Borboni?
La soluzione che ho trovato è stata far sposare la figlia del Gattopardo con l’erede della corona borbonica. In pratica ho creato un ponte tra la Storia e un altro immaginario letterario. È stata una scelta un po’ audace, quasi un “crossover”, e forse è il punto in cui mi sono preso la libertà maggiore. Però mi serviva, senza quel legame simbolico e familiare con l’aristocrazia siciliana, credo che la Sicilia avrebbe comunque accolto Garibaldi a braccia aperte.
Quindi, più che sacrificare un dettaglio storico, ho dovuto inventare un elemento abbastanza forte da cambiare il destino dell’isola. E in un romanzo ucronico, secondo me, è proprio lì che nasce il gioco più interessante ossia, non cambiare tutto, ma cambiare una cosa sola in modo che il resto inizi lentamente a spostarsi.
Il titolo, La Maledizione di Garibaldi, suona quasi come un monito. Oggi il dibattito sul Risorgimento, sul revisionismo borbonico e sulla “questione meridionale” è ancora accesissimo in Italia. Pensi che il tuo romanzo, attraverso la lente della fantasia, possa offrire una chiave di lettura diversa su ciò che l’Italia è diventata oggi?
Come molti meridionali, io credo che il Risorgimento, per come è avvenuto, sia stato molto dannoso per il Sud. Naturalmente nessuno può sapere davvero come si sarebbero evoluti due Stati italiani separati, uno al Nord e uno al Sud. È impossibile fare una previsione seria fino in fondo. Però il bello dell’ucronia è proprio questo, non pretendere di dare una risposta definitiva, ma apre una possibilità.
Nel mio romanzo mi piaceva immaginare un’Italia diversa, un’Italia che alla fine riesce comunque a unirsi, ma non attraverso una conquista. Non con un Sud sconfitto, assorbito e costretto ad adattarsi, ma con due parti che arrivano all’unione in modo più equilibrato, quasi da pari a pari. Per me La Maledizione di Garibaldi nasce anche da questo desiderio: provare a raccontare non tanto “come sarebbe andata davvero”, ma come mi sarebbe piaciuto che potesse andare.
È chiaro che in una realtà alternativa del genere ci sarebbero stati moltissimi problemi. Mussolini, per esempio, avrebbe probabilmente cercato di conquistare anche il Sud, su questo non penso ci siano molti dubbi. Allo stesso tempo, un’Italia settentrionale separata non avrebbe avuto la stessa forza politica, militare ed economica dell’Italia unita che conosciamo. Mi piace pensare che anche la Sicilia avrebbe potuto avere un percorso diverso, forse più autonomo, forse più sviluppato, ma anche qui siamo nel campo delle possibilità, non delle certezze.
Ho scelto però di non spiegare tutto. Alcuni aspetti li ho lasciati volutamente aperti, un po’ come succede in certe grandi ucronie, dove il lettore intuisce un mondo più ampio ma non riceve tutte le risposte. Non volevo che il romanzo diventasse un trattato politico o storico. E ci sono temi, come la criminalità organizzata, che ho preferito non affrontare direttamente perché avrebbero richiesto un altro tipo di libro, molto più delicato e complesso.
Quello che mi interessava era usare la fantasia per guardare l’Italia da un’altra prospettiva. Non per dire che tutto sarebbe stato migliore, ma per mettere in discussione l’idea che la Storia sia andata nell’unico modo possibile. Il titolo, La Maledizione di Garibaldi, gioca proprio su questo, su una ferita storica che, nel romanzo, continua a produrre conseguenze anche nel presente.
Poi è normale che non tutti i lettori saranno d’accordo con me. Alcuni condivideranno questa lettura, altri immagineranno un’altra Italia possibile. Ma per me è proprio questo il fascino dell’ucronia, il prendere la Storia, spostare un elemento, e vedere che cosa succede. Ho già altre idee per romanzi ucronici, sempre legate a personaggi storici che, secondo me, non hanno avuto il destino che meritavano.



