Recensione di Concetta Di Lorenzo
Alcuni libri non ti danno subito l’idea di quello che in realtà sono; sembrano romanzi tranquilli, raccontati con un certo distacco, quasi a voler mantenere le distanze tra l’autore e quello che si racconta. Sembrano raccontare semplicemente una storia, piacevole o drammatica che sia, senza alcun coinvolgimento emotivo. È quello che all’inizio ho provato leggendo La scomparsa di Josef Mengele per Neri Pozza editore del giornalista francese Olivier Guez che, con questo libro sullo spietato medico tedesco delle SS, ha vinto il Premio Renaudot nel 2017.
Poi, la mia percezione del testo è cambiata.
Man mano che procedevo nella lettura, mi sono resa conto che questo libro in realtà non è così tranquillo come sembra e non racconta una qualunque storia. Ho invece percepito una denuncia apparentemente silenziosa, un atto di accusa, a volte anche un po’ sarcastica, che punta il dito contro un sistema di controllo un po’ incapace e un po’ strafottente. “Come è potuto accadere tutto questo? Perché chi doveva sorvegliare non lo ha fatto o lo ha fatto male, permettendo che un feroce criminale nazista potesse nascondersi alla giustizia, scomparire per sempre e vivere una vita normale che non gli spettava affatto?” sembra chiedersi l’autore.

Olivier Guez, nel suo modo placido e un po’ distaccato di raccontare, fa capire che molti sono stati i colpevoli che hanno aiutato un feroce criminale a fuggire e poi coperto per tutta la vita. E lo fa nella maniera più affidabile possibile: la ricerca storica.
Attraverso la ricerca, l’autore segue e documenta tutti i movimenti e gli spostamenti di Mengele, anche se, come dice egli stesso, alcune cose non potranno mai essere veramente chiarite.
Mengele lo troviamo già alla dogana di Buenos Aires qualche anno dopo la seconda guerra mondiale, esattamente nel 1949, senza la moglie Irene da cui divorzierà nel 1958, e senza il figlio Rolf. Come sia riuscito a lasciare l’Europa l’autore non lo dice chiaramente, ma lo lascia intuire perché l’uomo è in possesso di un documento della Croce Rossa Internazionale con visto d’ingresso a nome Helmut Gregor. L’unica cosa che potrebbe metterlo in difficolta è una valigetta piena di materiale da ricercatore medico che mette subito in sospetto un doganiere, il quale chiama per sicurezza il medico portuale. Questi però, impaziente di andarsene a casa, si lascia subito convincere quando Mengele gli dice di essere un biologo dilettante e lo lascia passare.
Superato il controllo doganale, Mengele inizia la sua nuova vita a Buenos Aires, facendo lavori che non avrebbe mai fatto e che lo rendono insospettabile, lavorando perfino come operaio nella fabbrica produttrice di macchine agricole che la sua famiglia possiede in Argentina, ricevendo aiuti economici dalla madrepatria e avendo intorno a sé persone che come lui vivevano una vita sotto copertura.

Mengele sa perfettamente che i problemi non gli sarebbero venuti dal governo argentino, ma da chi cerca caparbiamente i criminali di guerra per assicurali alla giustizia: dagli uomini del Mossad. L’Argentina di Peron è un paese abbastanza sicuro per gente come lui, perché la politica un po’ filofascista e un po’ calcolatrice del presidente argentino, che accoglie il male altrui per fare del bene ai suoi, protegge i criminali di guerra che portano lì le loro ricchezze e, soprattutto, le loro competenze tecniche e militari.
In Argentina, rimane undici anni vivendo tutto sommato una vita tranquilla. Le cose cominciano a cambiare quando Adolf Eichmann, da lui ritenuto uno sbruffone presuntuoso, viene rapito e arrestato dagli uomini del Mossad nel 1960.
«Quel coglione pretenzioso di Eichie e la sua cazzo di hybris!» esplode Mengele apprendendo dalla radio, nella cucina dei Krug, la notizia del rapimento di Eichmann. Impreca contro gli ebrei maledetti, gli argentini incapaci, i tedeschi prezzolati, la terra intera, e quando Krug gli dice che non ha nulla da temere perché ha obbedito agli ordini e curato delle persone nei campi, avrebbe voglia di ficcargli una pallottola in mezzo agli occhi, a lui e poi a tutta la sua famiglia, stravaccata intorno alla tavola della cena.”
Il governo tedesco mette una taglia di ventimila dollari sulla sua testa e i giornalisti di tutto il mondo si riversano in Argentina sulle sue tracce, rivelando al mondo intero con i loro articoli raccapriccianti, che mostro sia in realtà Joseph Mengele, criminale nazista che sotto falso nome si nasconde da qualche parte in Argentina.
“Nella baracca di sperimentazione del campo degli zingari i nani e i gemelli «vengono sottoposti a tutti gli esami che un organismo umano è capace di sopportare. Prelievi di sangue, punture lombari, scambi di sangue tra fratelli gemelli e altre innumerevoli prove tutte estenuanti e deprimenti». Per lo studio comparativo degli organi «i gemelli devono morire nello stesso momento. Così morivano insieme, in una delle baracche del KZ di Auschwitz, nel quartiere B, per mano del dottor Mengele»

Mengele capisce che la sua pace è finita e che la prossima preda del Mossad potrebbe essere proprio lui. E non sbaglia.
“Isser Harel, il capo del Mossad, progetta in segreto un secondo rapimento: sogna di iscrivere fra le sue prede anche il nome di Mengele. La domanda di estradizione tedesco occidentale è trapelata sulla stampa e il Congresso ebraico mondiale incoraggia i sopravvissuti di Auschwitz a dare testimonianza a Langbein sui suoi misfatti. Harel dispone solo di informazioni sparse e datate: Mengele si fa chiamare Gregor, dirige una fabbrica di mobili a Buenos Aires, in centro. Il suo piano è semplice: dopo l’arresto di Eichmann, fissato per l’11 maggio 1960, i suoi uomini avranno a disposizione nove giorni per catturare il medico nazista e imbarcarlo sull’aereo che trasferirà Eichmann in Israele.”
Inizia così la fuga di Mengele attraverso il continente latino americano, con continui cambi di identità e di lavoro. Lo troviamo in Uruguay, in Paraguay e in Brasile dove riesce a trascinarsi dietro la sua seconda moglie Marta, sposata in Uruguay.
Iniziano anche terribili incubi che vorrebbero indurlo a fare i conti con il suo passato criminale, ma in realtà non riescono a toccarlo più di tanto. Guez ci regala un Mengele estremamente insensibile. Tra i tanti nemici che lo accusano, c’è anche suo figlio Rolf che va a incontrarlo ad Eldorado, in Brasile, per capire chi sia in realtà quel padre estraneo e nemico, che non riesce a giustificare e neppure ad amare. Rolf lo mette di fronte alle atrocità delle sue azioni sperando di suscitare in lui un moto di coscienza, ma Mengele gli dice che “la coscienza è un’istanza malata, inventata da individui morbosi per ostacolare l’azione e paralizzare chi agisce». Sempre al figlio che gli chiede perché non si fosse consegnato alla giustizia, risponde che i giudici sono solo giustizieri e vendicativi.
Rolf lascia suo padre sapendo che non lo rivedrà mai più, semplicemente perché non vuole rivederlo mai più.
Senza mai essere stato rintracciato, Joseph Mengele muore in Brasile a Berioga il 7 febbraio 1979 a causa di un ictus che lo colpisce mentre fa il bagno nell’oceano. Prima di entrare in acqua aveva fatto uno strano sogno: due persone lo chiamavano per cognome, il suo vero cognome.
“Si gira: due uomini cenciosi lo tengono sotto tiro. Riconosce subito il padre e il figlio che ha fatto dissezionare e bollire ad Auschwitz, il gobbo e lo zoppo, quei modesti ebrei di Lódź. Avanzano e puntano la pistola alla tempia del vecchio medico in camice immacolato. Mengele freme, si inginocchia, supplica. Il gobbo scoppia a ridere e lo zoppo fischietta un’aria della Tosca.”

Trama
Buenos Aires, giugno 1949. Nella gigantesca sala della dogana argentina una discreta fetta di Europa in esilio attende di passare il controllo. Sono emigranti, trasandati o vestiti con eleganza, appena sbarcati dai bastimenti dopo una traversata di tre settimane. Tra loro, un uomo che tiene ben strette due valigie e squadra con cura la lunga fila di espatriati. Al doganiere l’uomo mostra un documento di viaggio della Croce Rossa internazionale: Helmut Gregor, altezza 1,74, occhi castano verdi, nato il 6 agosto 1911 a Termeno, o Tramin in tedesco, comune altoatesino, cittadino di nazionalità italiana, cattolico, professione meccanico. Il doganiere ispeziona i bagagli, poi si acciglia di fronte al contenuto della valigia più piccola: siringhe, quaderni di appunti e di schizzi anatomici, campioni di sangue, vetrini di cellule. Strano, per un meccanico. Chiama il medico di porto, che accorre prontamente. Il meccanico dice di essere un biologo dilettante e il medico, che ha voglia di andare a pranzo, fa cenno al doganiere che può lasciarlo passare. Così l’uomo raggiunge il suo santuario argentino, dove lo attendono anni lontanissimi dalla sua vita passata. L’uomo era, infatti, un ingegnere della razza. In una città proibita dall’acre odore di carni e capelli bruciati, circolava un tempo agghindato come un dandy: stivali, guanti, uniforme impeccabili, berretto leggermente inclinato. Con un cenno del frustino sanciva la sorte delle sue vittime, a sinistra la morte immediata, le camere a gas, a destra la morte lenta, i lavori forzati o il suo laboratorio, dove disponeva di uno zoo di bambini cavie per indagare i segreti della gemellarità, produrre superuomini e difendere la razza ariana. Scrupoloso alchimista dell’uomo nuovo, si aspettava dopo la guerra di avere una formidabile carriera e la riconoscenza del Reich vittorioso, poiché era… l’angelo della morte, il dottor Josef Mengele.
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