Articolo a cura di Roberto Orsi
Ci sono mattine in cui la storia del mondo accelera di colpo, lasciando l’umanità a bocca aperta, sospesa tra il terrore del fallimento e la vertigine dell’ignoto.
La mattina del 16 luglio 1969, sulla costa della Florida, il sole non era ancora alto nel cielo quando un milione di persone si accampò sulle spiagge di Cape Canaveral, con gli occhi piantati sulla rampa di lancio 39A del Kennedy Space Center. Davanti a loro svettava il Saturn V, un colosso d’acciaio bianco e nero alto centoundici metri (più della Statua della Libertà), un mostro ingegneristico progettato da Wernher von Braun che pesava tremila tonnellate, gran parte delle quali costituite da cherosene raffinato, idrogeno e ossigeno liquido altamente infiammabili.
In cima a quel grattacielo riempito di dinamite fluida, rinchiusi nella minuscola capsula Columbia, c’erano tre uomini: Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins. Mancavano pochi minuti alle nove e trentadue, l’ora in cui l’essere umano avrebbe ufficialmente dichiarato guerra alle leggi della gravità terrestre per puntare dritto verso un altro corpo celeste.

La missione Apollo 11 non era solo il culmine di uno sforzo tecnologico senza precedenti, ma il momento cruciale della Guerra Fredda, la risposta definitiva degli Stati Uniti all’egemonia spaziale che l’Unione Sovietica aveva imposto fino a quel momento con il volo di Yuri Gagarin e il lancio dello Sputnik. Dietro quel lancio c’erano le speranze di una nazione ferita dai conflitti sociali e dalla guerra del Vietnam, ma soprattutto c’era la promessa solenne che il presidente John F. Kennedy aveva fatto nel 1961: portare un uomo sulla Luna e riportarlo a casa sano e salvo prima della fine degli anni Sessanta.
Per mantenere quella parola, la NASA aveva mobilitato quattrocentomila persone tra scienziati, tecnici, sarti (che cucirono a mano le tute spaziali) e operai, creando una macchina organizzativa che quel 16 luglio si trovava davanti al suo esame finale, senza alcuna certezza matematica di farcela. Il rischio di un’esplosione sulla rampa di lancio era così concreto che i tecnici avevano calcolato una zona di evacuazione immediata di diversi chilometri.

Allo scoccare dello zero, i cinque giganteschi motori F-1 del primo stadio del Saturn V si accesero contemporaneamente, bruciando ben quindici tonnellate di carburante al secondo. La terra tremò per chilometri tutt’intorno, i finestrini delle case a raggio di distanza vibrarono pericolosamente e un boato sordo, simile a un terremoto continuo, investì la folla in delirio che dovette proteggersi le orecchie per la pressione acustica.
Il colosso iniziò a sollevarsi lentamente, quasi con fatica, avvolto da una muraglia di fuoco e fumo bianco, prima di squarciare l’atmosfera azzurra e scomparire verso lo spazio aperto alla velocità impressionante di ventottomila chilometri orari. A bordo, i tre astronauti vennero schiacciati contro i loro sedili da una forza pari a quattro volte il loro peso corporeo, mentre l’Apollo Guidance Computer, un calcolatore con una memoria di appena 74 kilobyte (un’infinità di volte inferiore a quella di un moderno smartphone), gestiva le prime delicatissime fasi di inserimento orbitale.

Dodici minuti dopo il decollo, l’Apollo 11 era felicemente entrata in orbita terrestre, compiendo i primi giri di riscaldamento prima di accendere nuovamente i motori per la spinta di iniezione translunare, l’accelerazione finale verso l’obiettivo. Iniziava così un viaggio di tre giorni nel vuoto cosmico che avrebbe tenuto il pianeta con il fiato sospeso fino al momento del leggendario allunaggio del 20 luglio. Quella partenza del 16 luglio rimase nella memoria collettiva come il punto di non ritorno, il giorno esatto in cui l’umanità smise di guardare il cielo con la sola meraviglia dei poeti e iniziò a colonizzarlo con l’audacia degli esploratori, dimostrando che nessun confine è davvero invalicabile quando l’ingegno e il coraggio marciano nella stessa direzione.



