Curiosità

Curiostory della domenica: sport storici curiosi e bizzarri – Parte prima

Quando pensiamo allo sport, ci vengono in mente discipline ben note e amate. Eppure, la storia conserva anche gare singolari, talvolta bizzarre, nate come riti religiosi, forme di addestramento militare o semplici divertimenti popolari. Alcune erano spettacolari, altre decisamente pericolose.

IL GIOCO DELLA PELOTA MESOAMERICANA

Praticato per oltre tremila anni da Maya, Aztechi e altre civiltà precolombiane, il Gioco della Pelota mesoamericana non era un semplice sport d’intrattenimento, ma un profondo rito cosmico, religioso e politico. Nel corso dei secoli ne sono esistite moltissime varianti, tanto che è storicamente più corretto parlare di una complessa famiglia di giochi; una tradizione antropologica così radicata che le sue versioni moderne, il tlachtli e l’ulama, continuano a essere praticate ancora oggi dalle comunità indigene del Centroamerica.

Le regole d’ingaggio sul terreno di gioco erano spietate: gli atleti dovevano mantenere costantemente in movimento una pesante palla di caucciù pieno, il cui peso variava dai 2 ai 4 chilogrammi, colpendola esclusivamente con i fianchi, le spalle, i gomiti e le ginocchia.

La sfera, considerata sacra poiché simboleggiava il movimento perpetuo degli astri e del sole nel firmamento, non poteva assolutamente essere toccata con le mani o con i piedi, pena la perdita di punti o la sconfitta immediata. In alcune varianti monumentali, introdotte e perfezionate dai Maya nel periodo classico, l’obiettivo supremo della partita era far passare questa massa di gomma durissima attraverso stretti anelli di pietra decorati, posizionati verticalmente ad altezze proibitive lungo i muri laterali del campo.

Per riuscire in un’impresa simile, i giocatori dovevano esibirsi in assurde e disperate acrobazie aeree, tuffandosi sulla pietra e compiendo movimenti innaturali che, a causa della durezza della palla, provocavano regolarmente traumi interni, gravi infortuni, fratture e vere e proprie menomazioni fisiche invalidanti, nonostante l’uso di rudimentali protezioni in cuoio.

I campi da gioco, veri e propri santuari architettonici, avevano una caratteristica forma a “I” maiuscola, ed erano rigorosamente delimitati da alti muri inclinati che servivano a far rimbalzare la sfera verso il centro della scena. Le partite erano lunghe e logoranti, capaci di protrarsi per ore sotto il sole cocente. Spesso questi eventi venivano utilizzati dai sovrani come un vero e proprio strumento diplomatico per risolvere complesse dispute territoriali o dinastiche tra comunità rivali, evitando una guerra aperta. Tuttavia, la violenza non era esclusa: in determinati contesti cerimoniali di alto valore mitologico, legati alla rigenerazione della terra e dei raccolti, la contesa assumeva una sfumatura drammatica. Il capitano o l’intera squadra degli sconfitti (e secondo alcune interpretazioni, paradossalmente, dei vincitori, considerati l’offerta più pura) andavano incontro a un destino fatale, venendo solennemente sacrificati agli dèi attraverso la decapitazione o l’estrazione del cuore.

IL CALCIO STORICO FIORENTINO

Nato nel XVI secolo e fiorito nel cuore pulsante delle piazze monumentali di Firenze, il Calcio Storico Fiorentino rappresenta un mix brutale, adrenalinico e affascinante tra calcio, rugby e lotta libera senza quartiere. Conosciuto anche con il nome di “calcio in livrea”, deve questa definizione alle sgargianti e sfarzose tenute rinascimentali indossate ancora oggi dai calcianti, che richiamano i fasti dei nobili del Cinquecento.

Questo sport affonda le sue radici profonda nell’antichità romana, derivando direttamente dal violento gioco dell’harpastum praticato dai legionari, e da molti storici viene considerato a tutti gli effetti il vero antenato del calcio moderno, sebbene nei fondamentali e nell’estrema fisicità assomigli molto di più a una battaglia di rugby medievale. Le due squadre rivali, composte ciascuna da 27 atleti muscolosi (i “calcianti”), si affrontano a viso aperto su un campo rettangolare ricoperto di sabbia, dove quasi ogni tipo di contatto fisico è consentito per atterrare l’avversario e conquistare spazio.

Originariamente, le partite venivano organizzate con grande sfarzo soprattutto durante il periodo del Carnevale, trasformandosi in una valvola di sfogo collettiva per la nobiltà e il popolo. La partita più famosa della storia, quella che ha consegnato questo sport alla leggenda eterna e a cui si ispira direttamente l’odierna rievocazione, venne giocata il 17 febbraio 1530. In quell’inverno drammatico, la città di Firenze si trovava sotto un durissimo assedio da parte delle truppe imperiali di Carlo V.

Nonostante la fame, la scarsità di risorse e la minaccia costante dei cannoni nemici, i fiorentini decisero di non rinunciare alla loro tradizione e organizzarono la partita in Piazza Santa Croce, posizionando persino dei musicisti sui tetti per far sentire i tamburi agli assedianti. Fu un grandioso e sfrontato gesto di scherno e di sfida patriottica contro l’invasore, volto a dimostrare che lo spirito della città non era affatto piegato.

Ancora oggi, ogni giugno, quella stessa identica atmosfera di fiera identità cittadina rivive a Firenze. La tradizione sopravvive come una delle rievocazioni storiche più importanti, sentite e feroci del panorama italiano, culminando nella celebre finale del 24 giugno tra i quattro storici quartieri della città (i Bianchi di Santo Spirito, i Rossi di Santa Maria Novella, i Verdi di San Giovanni e gli Azzurri di Santa Croce), pronti a darsi battaglia sulla sabbia per conquistare l’onore e la gloria di una vitella bianca di razza chianina.

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