Recensione a cura di Mara Altomare
“Pure chi vive a Bagnara da sempre, si ferma talvolta a contemplare lo Strittu dal sagrato della Chiesa del Carmine: è uno spettacolo che riempie gli occhi e fa cantare il cuore, soprattutto quando l’orizzonte è terso e si scorgono persino le Eolie. Ma non oggi.” Bagnara, 5 febbraio 1783

Per chi ha seguito e amato negli anni scorsi i romanzi di Stefania Auci dedicati alla saga dei Florio, “I leoni di Sicilia” e “L’inverno dei leoni”, l’uscita del romanzo “L’alba dei Leoni” è stato un appuntamento imperdibile. Nei due romanzi precedenti abbiamo conosciuto la famiglia Florio e la sua ascesa imprenditoriale: Palermo, Marsala, Favignana, la Sicilia, sono state la cornice di un viaggio letterario in cui abbiamo incontrato personaggi che hanno lasciato un segno nella storia, nell’economia italiana e nella nostra memoria di lettori; sono stati uomini e donne che hanno preso vita nel romanzo raccontandoci trame coinvolgenti ed esistenze di grande spessore. E grazie a loro abbiamo letto un grande capitolo della storia d’Italia.
Dopo aver vissuto attraverso i libri precedenti la famiglia di questi Leoni e poi il loro inverno, o meglio, la loro caduta, avvenuta nella prima metà del Novecento, Stefania Auci ha acceso di nuovo la curiosità spostando l’attenzione sulla loro “alba”, cioè sulla loro origine… chi ha conosciuto i Florio sa che la loro vicenda parte dalla Calabria, da Bagnara Calabra per l’esattezza. È qui che si svolge il prologo del primo romanzo, “I leoni di Sicilia”, dove i fratelli Paolo e Ignazio, a seguito del terremoto del 1799, lasciano la loro terra per cercare fortuna e ricominciare a Palermo, dove già hanno intrapreso delle attività commerciali.
Questo luogo di partenza ben preciso, la Calabria, nell’ “Alba dei Leoni” è ritrovato, rivissuto e descritto e diventa la culla di Paolo e Ignazio bambini, circondati dagli altri membri della loro famiglia, genitori e fratelli più grandi, ognuno con le proprie vite e con grandi personalità, a risalire fino al periodo intorno al 1770.

Si tratta di una famiglia patriarcale, dove Vincenzo è il padre padrone, “fabbro di mestiere e duro come il ferro”. Decide e dispone per i suoi figli, ma si scontra con i loro sogni di libertà, e in particolare quelli di Francesco, il figlio che apre il varco agli altri e mette in discussione la strada pianificata dal padre. Pagando sulla sua pelle il prezzo della libertà desiderata, dimostra che ci si può opporre a un destino già deciso e che l’intraprendenza e il coraggio fin dall’alba sono essenza della natura dei Florio.
“Senza passione e fantasia non si riesce a sognare; tuttavia quando il sogno diventa possibile, quando cerca carne e sangue per realizzarsi, allora ci vuole qualcosa di più. Ci vuole la forza di mostrare al mondo che non si insegue una fantasia sciocca, ma che si sta cercando un modo per essere sé stessi. Per vivere davvero ed essere liberi.”
Rosa, la madre e il filo che tiene la trama del romanzo, donna amorevole, ma non sottomessa è ben consapevole delle qualità dei suoi figli: “Francesco è un maschio, e può essere ciò che vuole”. Rosa potrebbe essere il personaggio raffigurato nella copertina…
“Ogni mattina, all’alba, Rosa si affaccia alla finestra e guarda quel mare di un blu tenue. Guarda la luce che cambia il colore delle case e delle strade di pietra, accende il verde cupo degli alberi spruzzati di neve, sbianca la cresta delle onde che si increspano nella brezza. Ogni mattina, mentre Bagnara si sta svegliando, Rosa prega che suo figlio sia vivo e in salute”

Entrare in questa casa significa entrare nell’infanzia dei sei fratelli e sorelle, prendendo contatto con il senso di protezione che da sempre Paolo ha manifestato per Ignazio, il più piccolo di tutti: intelligente, timido e brillante, l’unico ad aver avuto l’opportunità di imparare a leggere, scrivere e fare i conti, la possibilità di elevarsi culturalmente che farà la differenza nel suo futuro imprenditoriale.
“Paolo si avvicina a Ignazio e lo abbraccia stretto. “Te lo prometto: non ti lascerò mai solo”. E’ una promessa che manterrà per tutta la vita.

In più questo romanzo ci presenta Giuseppina, una delle maestose donne della famiglia Florio, che qui è bambina e che poi diventerà la moglie di Paolo, nonché madre del grande Vincenzo. Ancora in Calabria, il romanzo svela la genesi del suo matrimonio, ma anche del rapporto molto forte e profondo con Ignazio… vicende che si evolveranno negli anni successivi, lasciando il segno nella generazione futura, perché Giuseppina è una donna indimenticabile ed è coinvolgente scoprirla qui da bambina e giovane ragazza.
“Dentro Ignazio tutto trema, si capovolge, si spezza. Il suo amore per Giuseppina ha diritto di vivere solo in un tempo che non esiste. E vivrà per sempre in ogni suo respiro indifferente, superiore, alla realtà e alle sue leggi”
Il romanzo si lascia leggere con trasporto, i protagonisti vivono stagioni di grandi evoluzioni e l’autrice non delude nel raccontare le loro vite, scavando nella natura, nei sentimenti e nel carattere dei personaggi; li rende visibili, reali, li descrive usando il tempo presente, avvicinandoli ancora di più al lettore.
E qui si apre la sorpresa di questo libro, perché più si legge e più si scopre che è un romanzo che può essere letto in autonomia. Se affrontarlo dopo i precedenti ci immerge nelle radici della famiglia già conosciuta e amata, anche leggerlo senza sapere in partenza niente della famiglia Florio è un valido inizio, che stimola ad andare avanti con tutti i romanzi dedicati alla saga, e non toglie valore alla lettura.
Di certo ci si trova di fronte a un’opera che si può definire più una saga familiare che un romanzo storico. Se negli altri due romanzi ambientati in Sicilia l’autrice dedica tanti capitoli alla contestualizzazione storica, che è necessaria e imprescindibile per le vicende lavorative ed economiche dei protagonisti, in questo la storia fa più da cornice e meno da protagonista, e si dà più spazio alla versione romanzata, all’uso della fantasia, pur riferendocisi ad un albero genealogico reale. Una narrazione più libera, d’evasione, di passione, e comunque avvincente, nel cuore di un paese che a sua volta va citato come un assoluto protagonista del romanzo: Bagnara Calabra, “un pugno di terra rubato alla montagna stretto tra rocce e mare”, solida radice della famiglia e allo stesso tempo sconvolgente furia distruttiva… Le pagine che raccontano il terremoto sono potenti e suggestive e marchiano la storia del paese e dei Florio segnando un “prima” e un “dopo” nelle loro vite.
5 febbraio 1783
“Come se la mano di Dio avesse spinto le colline intorno alla cittadina facendole scivolare verso il mare, al posto dello sperone roccioso ora il vuoto”

“La parete di fianco si apre in due e la luce, che prima entrava timida solo dalla finestra verso il mare, ora invade la stanza. Ma la stanza non esiste più, perché anche le altre pareti stanno crollando. Il tetto scompare come se fosse volato via. Mentre il terremoto si mangia Bagnara, la sua casa si mangia lei, la inghiotte viva, la prende e la nasconde dentro quello che era il suo cuore e che adesso è soltanto un cumulo di mattoni, legno e pietre bianche come ossa di morti antichi. Silenzio. Non esistono più cielo, terra, mare. C’è solo una caligine irrespirabile, fatta di sabbia e calore… Quanto calore…”
“L’alba dei Leoni” è a mio avviso un romanzo coraggioso, perché non era necessario. Una sfida per l’autrice, che avrebbe potuto brillare di luce riflessa, sulla scia del successo già raggiunto. Io l’ho letto come una vittoria, vivo e brillante di luce propria, con un’identità credibile e autonoma, ritrovando intatto lo stile godibile e coinvolgente dell’autrice che avevo già apprezzato. L’invito è a leggere comunque i Leoni: che si voglia partire dalla Sicilia o che si voglia cominciare dalla Calabria, lo sguardo sarà sempre appagato…
“…lo sguardo al mare, verso lo Strittu che li accoglierà come un padre in attesa del figlio”

L’alba dei Leoni – Edizione ebook
TRAMA
1772. Bagnara Calabra è un pugno di terra rubato alla montagna, stretto tra rocce e mare. Scuro, compatto, chiuso. Ma è così, ed è la casa della famiglia Florio. Niente è facile, per loro, ogni cosa deve essere difesa con fatica e determinazione: dalla forgia di Vincenzo, uomo duro come il ferro che lavora, all’amore che Rosa, sua moglie, ha per i tanti figli che ha avuto e per i tanti che ha perso. Una vita fondata sull’orgoglio del proprio nome, sulla certezza che il presente è, insieme, un’eco del passato e la promessa del futuro. Almeno finché non arriva il destino a spezzare quei fili che sembravano così saldamente intrecciati: prima la fuga di un figlio, ribelle e sognatore, e la sua scoperta che la libertà è esaltante, ma si paga a caro prezzo; poi la natura, più matrigna che madre, che in pochi istanti sgretola case, uomini e speranze; e infine un sogno nuovo, lontano da Bagnara, in un’isola dove ci sono soldi e potere… Perché, nel 1799, quando Paolo e Ignazio Florio arrivano a Palermo, non sanno quale sarà il loro destino, ma sanno cosa sono stati. Hanno lottato contro un padre che li voleva schiavi, contro la disperazione di chi ha perso tutto, contro le ombre delle persone amate e perdute. Una consapevolezza che segna l’intera storia dei Florio, dall’inizio alla fine. E questo è l’inizio. Questa è l’alba dei Leoni di Sicilia.


