Recensione a cura di Raffaelina Di Palma
“Il rosso del re” di Marina Marazza è l’ultimo lavoro edito da Solferino che segue “Il sangue delle Langhe”, due romanzi che ci portano negli anni trenta dell’Ottocento, in un periodo di grandi cambiamenti, in particolare durante la Restaurazione in Italia.
Alla voce “Barolo” la memoria va immediatamente al vino, ma dietro a questo vino c’è una grande, antica storia.
L’autrice ci fa strada in un racconto tutto italiano, che si aggancia non soltanto a una storia d’amore tra un uomo e una donna, ma anche ad un’altra singolare storia d’amore, tra una donna e un vino e da questo punto prende il via la vita straordinaria della dama che cambiò un’epoca.

Qui la vicenda entra subito nella sua complessità.
Tra moti e cospirazioni i protagonisti si trovano, loro malgrado, a navigare nelle tensioni politiche dell’epoca, in un Piemonte in fermento dove la carboneria agisce attivamente per l’Unità d’Italia.
Il romanzo si sviluppa in oltre 500 pagine nelle quali si parla non solo di Langhe, non solo di barolo, ma anche di tempi in continuo fermento, sociale e politico. Cominciamo dalla bella cover, che anticipa il clima di quei tempi: un’immagine molto suggestiva; una coppia che si scambia un carnet di ballo. Siamo nel periodo di Giulia di Barolo, la protagonista: Marina Marazza riporta alla luce la figura di una “visionaria” che ha lasciato un segno profondo, tra impegno sociale e territorio in trasformazione.
Anche il vino, il Barolo, ha una vita lunga con molte storie da raccontare, di personaggi le cui vite si incastrano come in un puzzle alle vicende italiane, dando inizio a un processo di natura complessa fatta di amori, passioni, amicizie, rivoluzioni, ingegno: sullo sfondo di luoghi che oggi sono tra gli emblemi che hanno dato vita non soltanto alle etichette italiane, ma anche a quell’insieme che costituisce l’eredità culturale di un Paese.
L’autrice ci racconta, su basi reali, la vita incredibile di Juliette Colbert, che lasciò la Francia per il Piemonte, passando alla storia come Giulia di Barolo.
“Tancredi accennò un inchino e Juliette si tirò in piedi, guardandolo incuriosita. “Non ho mai conosciuto nessuno con un nome così evocativo, da poema cavalleresco” gli disse sincera. “Sono Juliette Colbert di Maulévrier”. Sorrise di nuovo e lui batté le palpebre, come se un raggio di sole lo avesse abbagliato.”
I due giovani si conobbero così, a Parigi, durante un’occasione speciale, quella dell’incoronazione dell’imperatore Napoleone Bonaparte.

La storia de “Il rosso del re. La saga dei Barolo”, inizia con il classico colpo di fulmine. Un gran bell’inizio.
Alcune grandi figure della Storia, sovente, combaciano con vite trascorse intensamente. Una di queste è la vita di Giulia di Barolo. La nobile Juliette, nata nel 1786 a Maulévrier, in Valdea, secondogenita dei conti Colbert e discendente di Jean-Baptiste Colbert che fu Ministro delle finanze del Re Sole, Luigi XIV.
La protagonista, ovvero Juliette Colbert, si innamora di Tancredi Falletti di Barolo e pochi anni dopo diventerà sua moglie. Lei lo segue nella bella, ma angosciante Torino della Restaurazione, stabilendosi nella prestigiosa, avita dimora nobiliare, il palazzo Barolo, della famiglia Falletti, che diventerà la loro storica residenza.
Il romanzo è ambientato negli anni trenta dell’Ottocento, quando Giulia è già un personaggio importante della società piemontese.
I biografi confermano che Giulia e Tancredi costituiscono una coppia affiatata, legati non soltanto dall’amore, ma anche da una profonda cultura, dalla fede religiosa, dalla pratica nell’aiuto concreto verso i più bisognosi.
“Li tenevano legati a una panca, ti dico. Come dei cani. Tancredi era sconvolto, cosa non frequente in un uomo pacato come lui, e la voce gli tremava un po’ di rabbia contenuta. […] Queste sale di custodia cittadine dove tengono i piccoli mentre i genitori lavorano sono un inferno, la gentaglia che li organizza pensa solo al soldo che oltretutto la famiglie sono costrette a pagare.”

In questa Torino, dal clima infuocato, Giulia, incontra due aspetti eterogenei della stessa città. Da un lato, Cavour, d’Azeglio, le passeggiate sotto i portici, i palazzi eleganti, i caffè alla moda, come il San Carlo, il Vassallo, o il Madera, illuminati con luci a gas, servizi di porcellana e posate d’argento, dall’altro, i luoghi malfamati, lungo le rive del Po, le case in grave degrado strutturale nelle quali vivono operai, barcaioli, persone arrivate in cerca di lavoro e di fortuna.
Al confine tra queste due realtà ci fu un episodio in seguito al quale Giulia scoprì una triste realtà. Durante una cerimonia religiosa sente una donna urlare: «non è la processione che vorrei, ma un piatto di minestra».
Colpita da quella voce raggiunge il luogo dal quale provengono le grida e scopre le sbarre delle “Carceri Senatorie”. Inizia a occuparsi delle carcerate torinesi dopo averle visitate e averne constatato il profondo degrado. Scossa dalle condizioni igieniche e morali e dalla disperazione di queste donne decide di dedicare la sua vita alla loro riabilitazione: trasformando il carcere da luogo di punizione a spazio di rieducazione attraverso l’affetto, l’istruzione e il lavoro.
“«Ma sono delinquenti …o tutte sfortunate?» stava chiedendo Mary Ann. «Oh, a sapere la storia di ciascuna c’è da riflettere. Infanticide, ladre, prostitute, certo. Ma poi capisci come mai siano arrivate a sopprimere il loro bambino, a rubare, a vendere il loro corpo. E l’idea è quella di farle uscire dalla galera come donne migliori di quando sono entrate, con una prospettiva, non come delle disperate piene di rabbia per i soprusi che han dovuto subire». […] «Ah, ci vorrebbe mio marito, lui queste cose le spiega molto meglio, e le scrive anche. Io sono più pratica, sapete. Mi lascio guidare dall’istinto».
Nel 1821 ottiene la gestione del carcere femminile, spostandolo nella struttura delle “Forzate”, un istituto dedicato alla detenzione femminile, trasformato dalla marchesa in un carcere modello.
Il suo metodo si basa su “ora et labora”, insegnando mestieri come cucito e taglio e offrendo premi alle detenute più meritevoli per incentivarle al cambiamento.
Giulia e Tancredi, ampliano il raggio di azione delle attività benefiche. Ma oltre all’impegno e al tempo occorrono sostegni economici, che possono arrivare soltanto dalle vigne della loro tenuta, dove stanno testando metodi rivoluzionari per creare infine un vino “serbevole”, capace di invecchiare, di qualità e, dunque, più remunerativo. Ma il vino deve attrarre soprattutto il re, Carlo Alberto, lui soltanto può stabilirne la fama. Ma il giovane sovrano è disattento oltre che da vicende personali anche dai moti dei carbonari e una serie di attentati promossi dagli stessi: decisi a realizzare l’Italia unita, con o senza i Savoia. La saga dei Barolo continua con una animata narrazione corale, ricca di sfumature: amori proibiti, intrighi di corte, passioni politiche, feroci omicidi. In un’epoca di conflitti e rapidi cambiamenti la figura della marchesa di Barolo risalta in maniera potente con la sua modernità e la sua profonda umanità.
Mentre ne il “Sangue delle Langhe” è una giovane immatura seppur risoluta Giulia: dama di compagnia dell’imperatrice Josephine Bonaparte, ne “Il Rosso del re” la ritroviamo moglie del marchese Tancredi Falletti di Barolo, una matura valente imprenditrice e paladina della giustizia.

Marina Marazza con la sua prosa elegante ci dà una lezione anche sulla storia della società dell’epoca: un arco temporale che va dal 1819 al 1835, con una delle figure centrali come Camillo Benso conte di Cavour, precedentemente raccontato come un bambino esuberante, qui lo vediamo come giovane di una spiccata intelligenza e abile stratega. Incrociamo la figura di Silvio Pellico, che incarcerato, esce piegato dallo Spielberg, salvato da Giulia e da Tancredi, che lo assumono come loro bibliotecario divenendo poi il loro equilibrato consigliere.
Ma c’è l’altro grande protagonista di questa storia: il vino Barolo. I marchesi si rivelano capaci imprenditori, ben consapevoli di quanto sia importante valorizzare la terra in cui vivono, creando un vino serbevole che permetta loro una sicurezza economica; e così tra tempi di grandi cambiamenti e di grandi incertezze, creano un vino che ancora oggi è tra i più celebri non soltanto in Italia, ma nel mondo. Marina Marazza, con il suo stile narrativo sobrio, eppur vivace e coinvolgente ci fa sentire insieme con il profumo che si sprigiona dalla terra, alla fine della vendemmia, l’inebriante fragranza del mosto: profumi che ci trasportano in quel diciannovesimo secolo da dove emerge una figura femminile, una donna antesignana, filantropa e coraggiosa; Giulia di Barolo. L’impegno di una donna per le donne.
Pro
Un grande personaggio. Pur sapendo il rischio di rimanere coinvolta nei venti di libertà portati dai cospiratori carbonari si prodigò ad aiutare i suoi amici intellettuali e le sue amiche carcerate. Pur se lasciata nell’ombra, la sua impronta è un esempio potente che si erge in tutta la sua bellezza: fisica e morale.
Contro
Sono dovuti passare 162 anni dalla morte di Giulia Colbert Falletti di Barolo per la dedica del primo monumento a lei interamente dedicato nella città di Torino.

Trama
Fare sempre di più per la città di Torino, per i suoi miserabili, per le carcerate, per i bambini abbandonati a se stessi: nei primi decenni dell’Ottocento Giulia, marchesa di Barolo, assieme al marito Tancredi, allarga il raggio delle sue attività benefiche. Ma oltre all’impegno e al tempo occorrono sempre più soldi, che possono venire dalle vigne della loro tenuta, dove stanno sperimentando metodi innovativi per produrre finalmente un vino «serbevole», capace di invecchiare, pregiato e dunque redditizio. Un vino che deve conquistare innanzitutto il re Carlo Alberto, l’unico che può davvero decretarne il successo. Certo, il giovane sovrano è distratto da molti altri eventi: un incendio a corte che mette a rischio la vita del suo erede, una presunta medium che sostiene di poter comunicare con la sua defunta madrina e non ultimo i moti e gli attentati dei carbonari, decisi a costruire l’Italia unita, con o senza i Savoia. Giulia e Tancredi rischiano di venir travolti dai venti di libertà e salvano Silvio Pellico, uscito spezzato dallo Spielberg, assumendolo come loro bibliotecario. Ma il caso più caro al cuore di entrambi rimane quello di Angela Agnel, la popolana detenuta per l’assassinio del marito violento: mentre lei è chiusa in carcere, le sue figlie crescono tra amori, ambizioni, tormenti e vere e proprie tragedie. Giulia resta sempre loro accanto, instancabile sostenitrice del diritto di tutte le donne a essere realizzate e felici. La saga di successo dei Barolo continua con un movimentato romanzo corale e ricco di sfumature: amori proibiti, passioni politiche, efferati omicidi, intrighi di corte. Al centro di un’epoca turbinosa, la figura della marchesa di Barolo risalta con tutta la sua forza, la sua modernità e la sua eccezionale umanità.



