Il rigore della ricerca storica al servizio di una nuova serie di indagini ottocentesche.
Milano, quella dei primi dell’Ottocento, non è poi così lontana dal presente come sembra. Basta cambiare luce, rallentare il passo e alcuni cortili o certe vie possono restituire ancora qualcosa. In questo scenario si muove un investigatore insolito: il conte Alessandro Manzoni. L’idea è di Renato Carlo Miradoli, autore milanese pubblicato da La Vita Felice, che con la serie Manzoni indaga tiene insieme ricerca storica e narrazione senza che l’una soffochi l’altra.
Miradoli arriva da studi classici, ha tradotto un Nobel come Roald Hoffmann e da anni lavora sulle fonti, sui testi, su ciò che ci resta. Il suo modo di scrivere parte da lì, per poi aprirsi alla costruzione narrativa. Lo abbiamo incontrato per capire e approfondire meglio questo equilibrio.

Laureato in Lettere Classiche, traduttore e oggi anche giallista. Dove finisce il rigore storico e dove comincia l’invenzione?
Più che di confine parlerei di una zona di contatto. Il documento è un fondamento imprescindibile: senza una base solida, il racconto rischia di perdere credibilità. Quando descrivo Milano nel 1822, cerco un’aderenza puntuale al dato storico, anche nei dettagli minimi. Tuttavia, la storia è, per sua natura, lacunosa: presenta vuoti, discontinuità, zone d’ombra. È lì che interviene la narrazione, non per contraddire, ma per colmare in modo verosimile. La libertà, se c’è, è sempre vigilata.

Nella serie Manzoni indaga trasforma l’autore de I Promessi Sposi in un detective. Perché proprio lui?
Perché Manzoni possiede una qualità che raramente si sottolinea: una straordinaria capacità di lettura dell’umano. Nella cantafavola questa attitudine è evidente. Mi interessava trasporla in un contesto diverso, più concreto, meno mediato dalla forma romanzesca tradizionale. Il mio Manzoni non è un’icona, ma un individuo estremamente terreno, attraversato da dubbi, animato da un’esigenza di giustizia che ha una dimensione etica prima ancora che logica.
Con Epistola a Tiberio – Chronica Pisonum ha affrontato le origini del cristianesimo in modo non convenzionale. Che reazioni ha trovato?
Reazioni molto diverse, come era prevedibile. Alcuni lettori hanno percepito un elemento di provocazione, altri hanno colto il tentativo di restituire un contesto storico complesso senza sovrastrutture apologetiche. A me interessava soprattutto interrogare le fonti e i meccanismi attraverso cui certi racconti si sono consolidati. Non si tratta di negare, ma di comprendere come si costruisce una tradizione.

Ha tradotto Hoffmann e insegnato. Quanto pesa questa esperienza nella sua scrittura?
Influisce in modo decisivo. La traduzione impone una disciplina che difficilmente si acquisisce altrove: costringe a interrogare ogni parola, a non accontentarsi di soluzioni approssimative. Con Hoffmann, poi, la precisione è quasi una forma mentis. Questo atteggiamento permane anche nella scrittura: cerco sempre una parola necessaria, non semplicemente adeguata. È un lavoro di cesello che affatica, ma che mi appassiona moltissimo.
Milano, nei suoi romanzi, è quasi un personaggio. C’è un luogo che le sembra ancora ottocentesco?
Direi il cortile di Casa Manzoni, via Gerolamo Morone e alcune zone dietro piazza San Fedele. Non in modo costante, naturalmente, ma in certe condizioni di luce plumbea, o con la pioggia, si ha la sensazione che il tempo si assottigli. Milano è una città che preferisce sovrapporre, più che cancellare. E in quelle stratificazioni affiorano tracce che per me sono narrative prima ancora che storiche.

Nel suo ultimo romanzo, L’affare Sergiusti, l’indagine si intreccia con un contesto molto più ampio: guerre europee e interessi economici. Che tipo di storia ha voluto costruire questa volta?
Direi una storia meno lineare, e forse più insidiosa. Qui il delitto è solo il punto di partenza: quello che emerge, man mano, è un intreccio che ha radici lontane, nelle guerre tra fine Settecento e Restaurazione, e che si riflette in interessi economici molto concreti, anche locali. La figura di Sergiusti, ad esempio, non è solo quella di un ufficiale, ma di un uomo inserito in una rete di relazioni, affari, alleanze e convenienze che rendono difficile distinguere il bene dal male, responsabilità e ruoli.
L’indagine non è mai del tutto libera, si muove dentro un sistema di potere che osserva, orienta, talvolta condiziona. Manzoni si trova così a operare in una posizione ambigua, quasi scomoda: da un lato la ricerca della verità, dall’altro la consapevolezza che quella verità può avere conseguenze che vanno oltre il singolo caso.
Mi interessava proprio questo: mostrare come, in certi contesti, la verità non sia mai un dato neutro, ma qualcosa che si colloca dentro equilibri più grandi. E che, proprio per questo, richiede non solo intelligenza investigativa, ma anche una certa prudenza morale.
Per approfondire le opere di Renato Carlo Miradoli, sfoglia le schede e le anteprime sul catalogo dell’editore La Vita Felice:


