Accadde oggi Antichi misteri Viaggio nella storia

20 maggio 1873 – dai campi alle passerelle: la straordinaria storia della nascita dei Blue Jeans

Se aprissimo gli armadi di tutto il pianeta, ci sarebbe un unico indumento capace di accomunare operai, rockstar, presidenti e studenti: il blue jeans. Ma come ha fatto un semplice paio di pantaloni da lavoro a trasformarsi nell’uniforme universale dell’umanità? Per capirlo dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, fino al 20 maggio 1873, il giorno in cui tutto ebbe inizio.

La storia del jeans moderno è il frutto dell’incontro tra due immigrati negli Stati Uniti, uniti dallo spirito pratico della San Francisco della Corsa all’Oro: Levi Strauss, un commerciante di tessuti di origine tedesca, e Jacob Davis, un sarto lettone.

Davis aveva un problema da risolvere: le mogli dei minatori e dei taglalegna locali si lamentavano continuamente del fatto che i pantaloni dei mariti si strappassero troppo facilmente, soprattutto in corrispondenza delle tasche, sotto il peso degli attrezzi da lavoro. Il sarto ebbe un’intuizione tanto semplice quanto geniale: rinforzare i punti critici del tessuto con dei rivetti di rame. Non avendo i 68 dollari necessari per brevettare l’idea, Davis propose a Strauss – che gli forniva i rotoli di tessuto – di fare società.

Il 20 maggio 1873 l’Ufficio Brevetti degli Stati Uniti approvò la richiesta. Erano nati ufficialmente i waist overalls (le tute da vita), antenati dei nostri jeans.

Il “Blu di Genova”: dove tutto ebbe inizio

Se Levi Strauss ha avuto il merito di commercializzare il jeans, Genova ne ha inventato l’anima. Già nel XV secolo (in pieno Rinascimento), la Repubblica di Genova era una superpotenza marittima. I marinai e i camalli (gli scaricatori di porto) del porto di Genova avevano bisogno di indumenti da lavoro che fossero economici, ma soprattutto capaci di resistere all’usura, alla salsedine e alla fatica.

La risposta fu una tela di cotone e lino fustagno estremamente robusta, tinta con l’indaco, un colorante naturale derivato da una pianta che donava quel tipico colore bluastro, capace di mascherare lo sporco.

Questo tessuto veniva esportato in tutta Europa attraverso il porto della città. I mercanti inglesi, acquistando questa stoffa proveniente da Gênes (il nome francese di Genova), iniziarono a chiamarla per fonetica “Jeans”.

I “Teli di della Passion”: i jeans nell’arte sacra

A dimostrazione di quanto questa tela blu fosse comune a Genova già nel Cinquecento, esiste una testimonianza artistica straordinaria e unica al mondo: i Teli della Passione (custoditi oggi al Museo Diocesano di Genova).

Si tratta di un ciclo di 14 enormi teli di tela di lino e cotone, tinti con l’indaco, su cui sono dipinte le scene della Passione di Cristo. Venivano usati durante la Settimana Santa. Gli artisti dell’epoca scelsero quel tessuto non per fare moda, ma perché era il materiale più robusto, diffuso e popolare della Genova del 1530. Di fatto, sono i jeans più antichi del mondo, dipinti da allievi del celebre pittore Perin del Vaga.

Garibaldi e i Mille: la spedizione in “Jeans”

C’è un altro pezzo di storia d’Italia in cui Genova e il denim si incrociano in modo epico. Nel 1860, quando Giuseppe Garibaldi salpò da Quarto (Genova) con i suoi Mille alla volta della Sicilia, molti dei suoi volontari non avevano divise ufficiali.

Gran parte dei marinai e dei portuali genovesi che si unirono alla spedizione partirono indossando i loro vestiti di tutti i giorni: i classici pantaloni da lavoro in tela di Genova azzurra. Anche lo stesso Garibaldi, in molte occasioni e durante i suoi soggiorni a Caprera, amava indossare pantaloni di quella tela robusta. Si può dire, senza esagerare, che l’Unità d’Italia sia stata fatta (anche) in jeans.

La firma nei sacchi delle navi: I marinai genovesi usavano la tela blu non solo per i pantaloni, ma anche per fabbricare i sacchi per le vele e per coprire le merci sulle navi. Quando i sacchi arrivavano nei porti di tutto il mondo, la provenienza impressa sopra era chiara: “da Genova”. Quell’abbreviazione commerciale divenne, col tempo, il nome del capo d’abbigliamento più famoso della terra.

Da divisa da lavoro a simbolo di ribellione

Per i primi cinquant’anni, i jeans rimasero confinati al mondo del lavoro manuale. La vera rivoluzione culturale scoppiò negli anni ’50 del Novecento.

Grazie a icone del cinema come James Dean in Gioventù bruciata e Marlon Brando, i jeans divennero il simbolo della ribellione giovanile contro il formalismo degli adulti. Nelle scuole americane vennero persino vietati, il che non fece altro che amplificarne il fascino proibito.

Da lì in poi, la cavalcata è stata inarrestabile: negli anni ’60 sono diventati la divisa pacifista degli hippy, negli anni ’70 hanno abbracciato la cultura punk e negli anni ’80 sono entrati ufficialmente nell’alta moda grazie a stilisti come Calvin Klein e Giorgio Armani.

Curiosità: Sapete a cosa serve quel taschino minuscolo sul davanti, sopra la tasca destra? Oggi ci infiliamo monete o auricolari, ma nel 1873 fu disegnato per ospitare l’oggetto più prezioso di ogni lavoratore dell’epoca: l’orologio da taschino.

Oggi, a più di 150 anni da quel brevetto, il jeans ha perso la sua funzione originaria ma ha mantenuto la sua promessa: essere un capo democratico, indistruttibile e senza tempo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.