Articolo a cura di Laura Pitzalis
Eleonora d’Arborea de Serra Bas, nata probabilmente intorno al 1340, è una delle figure più rappresentative della Storia della Sardegna. Amata dal popolo, acclamata dai posteri, mitizzata dalla letteratura e dalla storiografia ottocentesca è ancora oggi considerata un simbolo dell’epoca più enigmatica ed affascinante del Medioevo sardo.
Ultima reggente del Giudicato di Arborea —in un’isola allora divisa nei quattro regni indipendenti di Torres, Gallura, Cagliari e Arborea, governati ciascuno da un “giudice” — esercitò il potere con fermezza e acume politico in un periodo segnato da tensioni e conflitti, in cui la Sardegna era contesa da diverse potenze, in particolare dalla Corona d’Aragona. Fu l’ultima sovrana autoctona dell’isola capace di riunire sotto un’unica guida realtà diverse, contribuendo a rafforzare un primo senso di identità comune.
Per il contesto in cui operò, per il peso delle sue scelte e per la sua autonomia decisionale, la figura di Eleonora si è tinta fin da subito di tratti quasi leggendari. Non a caso Carlo Cattaneo la definì “la figura più splendida di donna che abbiano le storie italiane, non escluse quelle di Roma antica”. Ancora oggi è percepita come simbolo di giustizia, autonomia e orgoglio sardo.

Figlia di Mariano IV de Bas d’Arborea, cresciuto in Catalogna e formato secondo modelli cavallereschi europei, Eleonora visse in una corte culturalmente vivace, che sotto il lungo governo del padre conobbe una fase di particolare fioritura. Alla morte di Mariano succedette il figlio Ugone III, figura controversa, ricordata dalle fonti come energica ma anche autoritaria, definito dai più fiero e crudele.
Nel 1376, a trentasei anni — un’età inconsueta per l’epoca — Eleonora sposò Brancaleone Doria, appartenente a una potente famiglia ligure. Dal matrimonio nacquero Federico e Mariano.
Alla morte violenta del fratello Ugone, assassinato in seguito a una congiura, Eleonora assunse la reggenza per il figlio Federico, ancora minorenne. Secondo il diritto giudicale, infatti, una donna poteva governare in nome di un erede legittimo impossibilitato a farlo. Alla morte prematura del figlio, consolidò ulteriormente il proprio ruolo, assumendo direttamente il controllo del giudicato proclamandosi Juighissa de Arbaree.
Eleonora salì al potere in un momento particolarmente delicato, segnato da instabilità interna e minacce esterne, ma riuscì a governare con decisione, mantenendo al tempo stesso un rapporto di equilibrio tra autorità e consenso facendosi amare dal popolo e al tempo stesso portando avanti rapporti diplomatici con i principali esponenti politici del tempo.
Il suo governo si distinse per una duplice azione: da un lato un’importante riforma del diritto, dall’altro una vigorosa difesa dell’indipendenza del giudicato dalle ingerenze aragonesi.

LA CARTA DE LOGU
Consapevole della necessità di ristabilire ordine e stabilità, Eleonora intervenne sul piano giuridico rielaborando i codici già esistenti, il “Codice De Logu” e il “Codice Rurale”, e creando nel 1392 la nuova Carta de Logu, (carta de logu = carta del popolo). Redatta in lingua sarda e composta da 198 capitoli, è considerata “il principale monumento legislativo della Sardegna medievale”.
L’importanza del codice legislativo promulgato da Eleonora ha resistito ai secoli proprio per la sua modernità in un’epoca – il Medioevo – nella quale si era assai lontani dall’attuazione di uno “stato di diritto“, cioè uno stato in cui tutti siano tenuti all’osservanza e al rispetto delle norme giuridiche. La sua forza risiede non solo nella sistematicità, ma anche nella volontà di rendere la legge accessibile: l’uso del volgare sardo, la lingua parlata e conosciuta dal popolo, ne garantiva la comprensione da parte di tutta la comunità.
Il codice introduceva principi giuridicamente arditi per l’epoca, di sorprendente attualità, stabilendo che tutti fossero uguali davanti alla legge (siamo nel 1300!).
Regola lo stupro con un articolo, il 21, con principi sorprendentemente avanzati per l’epoca: distingue tra donne nubili e sposate e, soprattutto, riconosce un ruolo centrale alla volontà della donna. Il matrimonio “riparatore” è infatti valido solo se accettato dalla vittima e non estingue comunque il reato, che resta punito con sanzioni economiche, “su Rennu”, e, in caso di mancato pagamento, con pene corporali, l’amputazione del piede.
Raramente, nell’antichità, un atto ufficiale è così rispettoso della volontà di una donna.
Nell’ordinamento italiano il matrimonio “riparatore” successivo al rapimento e allo stupro è stato abrogato solo nel 1981, con la legge 442.
L’articolo soppresso – art. 554 cp – recitava: “Il matrimonio che l’autore del reato di stupro contrae con la persona offesa estingue la colpevolezza”.
Regola gli incendi, problema atavico dell’isola, allora come ora una calamità del territorio, riservando pesanti multe ai piromani e anticipando la presenza di fasce tagliafuoco.
Fu fondamentale per la viticoltura della Sardegna e per l’agricoltura. La “Carta De Logu” aveva fra i suoi obiettivi quello di sviluppare, favorire e incoraggiare la coltivazione della vite e la produzione di vino.
Regola il testamento. La cultura del giudicato è molto scarsa, mancano i notai, Eleonora quindi abilita i parroci e gli scrivani di curatoria a ricevere i testamenti affinché il volere dei defunti venga sempre rispettato.
Dà importanza al valore soggettivo del reato distinguendo tra reati intenzionali e no, regola le aggressioni, i furti, l’usura, i falsi, le negligenze dei giudici, le testimonianze, le usucapioni, la caccia, la pastorizia, le questioni fiscali, il commercio e tutto ciò che riguarda la vita giuridica, amministrativa e sociale del giudicato.
Particolarmente significativo è il rifiuto del principio secondo cui una vita potesse essere compensata con un risarcimento economico, affermando così una forma di uguaglianza giuridica almeno nei casi più gravi.

L’OPPOSIZIONE E LA RESISTENZA ALL’AVANZATA ARAGONESE
Sul piano politico e militare, Eleonora d’Arborea si inserisce nel solco della politica del padre, prendendo invece le distanze dall’autoritarismo del fratello Ugone. La sua azione mirava a preservare l’autonomia del giudicato attraverso un equilibrio tra difesa, diplomazia e consenso interno.
In questo contesto si colloca la cosiddetta “pace di Arborea” (1388–1390), stipulata con Giovanni I d’Aragona, nel quadro del lungo conflitto con la Corona aragonese. La guerra, iniziata nel 1353 sotto Mariano IV, era legata al tentativo arborense di costruire un’entità politica autonoma, in contrasto con il Regnum Sardiniae et Corsicae voluto da Bonifacio VIII e affidato a Giacomo II d’Aragona.
Eleonora tentò anche la via diplomatica, inviando Brancaleone Doria alla corte di Pietro IV d’Aragona, ma il tentativo fallì: il marito fu trattenuto come ostaggio e le condizioni imposte furono durissime. Di fronte a ciò, Eleonora scelse la resistenza.
La pace raggiunta consentì la liberazione di Brancaleone, ma non pose fine al conflitto. La guerra riprese e proseguì tra fasi alterne, aggravata dall’arrivo della peste, che nel 1404 pose fine alla vita della giudicessa.
Dopo la sua morte, la resistenza arborense si indebolì rapidamente, fino al definitivo assorbimento del giudicato nella compagine aragonese, sancito pochi anni dopo dalla battaglia di Sanluri.

TRA STORIA E MITO
Non è tanto la figura storica di Eleonora d’Arborea a risultare problematica, quanto il modo in cui è stata interpretata e trasformata nel tempo. A partire dall’Ottocento, tra romanticismo e costruzione delle identità nazionali, la sua immagine è progressivamente deformata: attribuzioni iconografiche arbitrarie — come il riuso di un ritratto di Giovanna la Pazza — falsificazioni letterarie come le Carte d’Arborea e celebrazioni retoriche hanno contribuito a costruire una figura idealizzata, spesso lontana dalla realtà storica.
A restituire una visione più equilibrata è il lavoro dello storico Francesco Cesare Casula, docente di Storia Medioevale dell’Università di Cagliari, che, attraverso lo studio delle fonti dell’ Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona, restituisce un’immagine più misurata della giudicessa. Dalle fonti emerge il profilo di una governante rispettabile, ma non eccezionale, lontana dalle rappresentazioni eroiche costruite in epoca successiva.
Secondo questa lettura, anche il ruolo di Eleonora nella Carta de Logu appare ridimensionato: più che un’opera innovativa in senso assoluto, si tratterebbe di una rielaborazione e sistematizzazione di norme già esistenti, in gran parte ereditate dai suoi predecessori, in particolare dal padre Mariano IV. Allo stesso modo, la sua azione politica e militare si inserisce nei limiti e nelle difficoltà del contesto, senza quegli elementi di eccezionalità che la tradizione le ha spesso attribuito.
Eppure, al di là del giudizio strettamente storico, la sua figura ha assunto un valore simbolico che va oltre i fatti documentati. Proprio perché legata a una fase cruciale di conflitto e di costruzione identitaria, Eleonora d’Arborea è diventata nel tempo un emblema di autonomia e appartenenza, l’unica tra le sovrane giudicali a superare i confini della memoria locale per entrare in una dimensione più ampia, quasi mitica.
In questa stratificazione tra realtà e rappresentazione si inserisce anche un dettaglio significativo: il volto di Eleonora. Alcune raffigurazioni medioevali, in particolare due busti rinvenuti tra San Gavino Monreale e Mogoro, una possibile cicatrice sul lato destro del volto, forse dovuta — secondo Casula — a un’ustione infantile. Quello che appare indicativo è che questo tratto scompaia del tutto nelle raffigurazioni ottocentesche, dove Eleonora diventa un’immagine idealizzata e priva di imperfezioni.
Oggi la storiografia cerca di restituire una figura più equilibrata. Eleonora d’Arborea non è una leggenda, ma nemmeno l’eroina perfetta tramandata dalla tradizione. È piuttosto una protagonista del suo tempo, capace di lasciare un segno duraturo attraverso scelte politiche e giuridiche concrete.
Il mito che la circonda, lungi dall’essere solo una deformazione, racconta però qualcosa di altrettanto importante: il bisogno, da parte di una comunità, di riconoscersi in figure forti e rappresentative.
In questo equilibrio tra storia e memoria si trova forse la chiave per comprendere davvero Eleonora d’Arborea: non solo per ciò che fu, ma anche per ciò che è diventata nel tempo.


