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5 maggio e il mistero della morte di Napoleone: malattia o avvelenamento?

Il 5 maggio 1821, a Sant’Elena, una piccola isola sperduta nell’Atlantico, si spense uno degli uomini più potenti e controversi della storia: Napoleone Bonaparte.

L’ex imperatore di Francia, che aveva dominato l’Europa con le sue campagne militari e il suo genio politico, trascorse gli ultimi sei anni della vita in esilio, sorvegliato dagli inglesi che lo temevano ancora come una minaccia anche da sconfitto. La sua morte, avvenuta a soli 51 anni, aprì subito un dibattito destinato a durare due secoli: Napoleone fu vittima di una malattia naturale o qualcuno lo aiutò a morire lentamente attraverso l’avvelenamento?

La versione ufficiale, riportata dai medici britannici e francesi che ne seguirono l’agonia, parlò di ulcera gastrica degenerata in cancro allo stomaco. Le testimonianze descrivono un uomo stanco, provato, con dolori addominali fortissimi, nausea e perdita progressiva di forze, sintomi compatibili con quella diagnosi. Lo stesso padre di Napoleone era morto di cancro allo stomaco, un dettaglio che sembrava rafforzare la tesi genetica.

Tuttavia, già all’epoca, alcuni dei fedelissimi che lo avevano accompagnato a Sant’Elena rimasero insospettiti: l’imperatore si era lamentato più volte di strane bevande dal gusto amaro e la sua salute era precipitata con una rapidità insolita. Inoltre, i rapporti con il governatore dell’isola, Hudson Lowe, erano talmente tesi da alimentare sospetti su una volontà inglese di accelerarne la fine.
Il vero colpo di scena arrivò però più di un secolo dopo. Nel passato recente, alcune analisi condotte su capelli autentici di Napoleone rivelarono tracce significative di arsenico, un veleno subdolo che, assunto a dosi ripetute, poteva spiegare il lento declino dell’imperatore.

Nel 2001 Pascal Kintz, tossicologo dell’Istituto di medicina legale di Strasburgo, aggiunse credibilità a questa ipotesi con uno studio sul livello di arsenico da sette a trentotto volte superiore al livello normale trovato in una ciocca di capelli di Napoleone conservata dopo la sua morte.
Ancora, sempre il dottor Kintz ha svolto ulteriori analisi nell’autunno 2003 presso i laboratori dell’Università del Lussemburgo, secondo procedure legalmente riconosciute e con tecniche spettroscopiche: le analisi avrebbero rivelato che l’arsenico dei capelli di Napoleone era presente non solo sulla superficie del capello, ma anche nel suo midollo, indicando dunque un’origine endogena (cioè vi sarebbe giunto attraverso il flusso sanguigno).

La scoperta accese un nuovo filone di ipotesi: fu avvelenato dai britannici? O da qualcuno del suo stesso entourage, forse per giochi di potere o rancori personali? Altri studiosi, però, hanno invitato alla prudenza: l’arsenico era molto diffuso all’epoca, presente nelle tinture per capelli, nelle tappezzerie e perfino nei farmaci, e l’assorbimento poteva essere avvenuto anche in modo accidentale. Negli anni Duemila ulteriori esami hanno mostrato che i livelli di arsenico nei capelli di Napoleone erano paragonabili a quelli di altre persone dell’epoca, riaprendo la strada alla spiegazione medica tradizionale.

Ad oggi, il mistero rimane irrisolto. Se da un lato la versione dell’ulcera degenerata in cancro appare plausibile e supportata dalle fonti mediche contemporanee, dall’altro la suggestione dell’avvelenamento continua ad affascinare, alimentata dal carattere leggendario del personaggio e dalle circostanze sospette del suo esilio. Che si sia trattato di destino biologico o di un complotto silenzioso, la morte di Napoleone ha contribuito a rafforzarne l’aura mitica: non solo un generale e un imperatore, ma anche un enigma che, a due secoli di distanza, continua a dividere storici, medici e appassionati di storia.

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