Il 2 maggio 1519, mentre la primavera francese iniziava a scaldare le pietre del castello di Clos-Lucé, si spegneva l’uomo che aveva cercato di rubare i segreti al volo degli uccelli e alle correnti dei fiumi. Ma la fine di Leonardo da Vinci non ha nulla del trionfo iconografico che la pittura romantica ha voluto tramandarci. Non c’era il re Francesco I a sorreggergli il capo nel momento del trapasso; i diari di corte, con la loro fredda precisione burocratica, collocano il sovrano a Saint-Germain-en-Laye, intento a celebrare la nascita del secondogenito.

Leonardo morì in un isolamento dorato, assistito dal fedele Francesco Melzi, il giovane nobile milanese che ebbe il privilegio e l’onere di raccogliere l’eredità più pesante del Rinascimento…migliaia di fogli fitti di una scrittura speculare, un labirinto di pensieri che il maestro non era mai riuscito a ordinare in una struttura definitiva.
È proprio in questa sensazione di incompiutezza che risiede il dramma umano di Leonardo. Negli ultimi anni, il suo braccio destro era stato colpito da una paralisi, forse un ictus, che gli impediva di dipingere con la consueta precisione, ma non di osservare. Eppure, l’uomo che aveva sezionato cadaveri per comprendere il battito del cuore, affrontò la propria fine con la metodica rassegnazione di chi sa che la macchina del corpo è destinata a fermarsi.
Le sue ultime volontà, redatte davanti al notaio Guillaume Boréan solo pochi giorni prima della morte, sono un documento di una precisione chirurgica: sessanta candele per il suo funerale, messe distribuite tra le chiese di Amboise, e la sepoltura nella chiesa di Saint-Florentin.
Ma è qui che la Storia si trasforma in un thriller dalle tinte fosche…

La quiete che Leonardo sperava di trovare nella terra di Francia fu di breve durata. Durante le guerre di religione del 1560, il castello di Amboise divenne teatro di massacri spietati; la chiesa di Saint-Florentin fu saccheggiata, vandalizzata e infine abbandonata al degrado fino alla sua demolizione totale in epoca napoleonica. Le pietre della tomba di Leonardo vennero riutilizzate per riparare il castello, e le sue ossa finirono in una zona d’ombra dove il confine tra leggenda e profanazione si fa sottile.
Quando nel 1863 l’ispettore delle belle arti Arsène Houssaye intraprese una ricerca quasi ossessiva tra le macerie del vecchio edificio, portò alla luce uno scheletro che recava accanto a sé frammenti di un’iscrizione marmorea con le lettere “INC” di Vinci. Un ritrovamento troppo perfetto per non sollevare dubbi. Quelle ossa, oggi ospitate nella cappella di Saint-Hubert, sono state oggetto di studi feroci da parte degli storici più rigorosi: la dimensione del cranio, l’altezza dello scheletro e persino la presenza di monete datate al periodo di Francesco I non sono prove schiaccianti, ma solo indizi di un puzzle che manca ancora del pezzo decisivo, ovvero il confronto del DNA.

Leonardo, che per tutta la vita aveva cercato di catalogare ogni fenomeno naturale, è sfuggito alla nostra catalogazione finale, lasciandoci un sepolcro che è, a tutti gli effetti, un cenotafio del dubbio. Resta la malinconia dei suoi ultimi scritti, dove tra un calcolo geometrico e lo studio di un’ala, appare quella frase che suona come il testamento di un uomo che sentiva di aver fallito proprio perché aveva visto troppo: “Dimmi se mai fu fatta cosa alcuna”. Un interrogativo che ancora oggi, ogni 2 maggio, risuona tra le mura silenziose di Clos-Lucé.



