Articolo a cura di Raffaelina Di Palma
“Battetevi sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame.”
(Sandro Pertini)
25 Aprile 2026.
Il significato del 25 aprile si impara sui banchi di scuola, alle elementari, quando lentamente inizia ad affiorare nella mente ancora indistinta dell’infanzia una forma di coscienza individuale.
Sono molte le letture, le attività e le conferenze promosse dagli istituti scolastici in questa giornata.
Tuttavia è innegabile che il significato di questa data si apprende soprattutto grazie alle storie, alle testimonianze e, sicuramente, alla letteratura.
Quest’anno ricorre l’81° anniversario della Liberazione dell’Italia dal regime nazifascista e si rende onore all’impegno e al coraggio di tutti coloro che lottarono per la libertà, per ridare unione e uguaglianza a un Paese disorientato, diviso dalla guerra e dalla dittatura.
Come è nato, perché il papavero è stato dichiarato il fiore della resistenza?

Il papavero ha un legame profondo, tra storia e cultura a questo anniversario, comparendo su manifesti commemorativi, locandine e magliette non soltanto di questa data, ma anche della memoria della Resistenza.
L’origine di questa raffigurazione, in realtà, è preesistente al secondo conflitto mondiale.
Il vincolo tra il papavero e la rievocazione dei morti in guerra risale alla Prima Guerra Mondiale, durante la quale ci fu un’anomala fioritura di papaveri in quasi tutta l’Europa.
Il papavero: tra simbolo di morte e segno di speranza
Gli sconvolgimenti del terreno causati dallo scoppio delle bombe sotterravano i semi dei fiori facendo si che questi germogliassero, perché la loro crescita era (stranamente) aiutata dai nitrati presenti negli esplosivi, che fungevano da fertilizzante. Di conseguenza il periodo dal 1914 al 1918 vide, nelle zone coinvolte dagli scontri, una concentrazione massiccia di papaveri che andava ben oltre la norma.

Da quel momento i fiori rossi divennero il simbolo dei soldati che persero la vita durante i conflitti. Essi furono celebrati nella poesia “In Flanders Fields” ( Nei Campi delle Fiandre), scritta da unufficiale canadese di stanza in Belgio di nome John McCrae, che poi morì in battaglia:
“Nei campi delle Fiandre spuntano /i papaveri tra le croci, fila dopo fila, / che ci segnano il posto; e nel cielo / le allodole, cantando ancora con coraggio, / volano appena udite tra i cannoni sotto.”
Lo stralcio di questa lirica ci dà una percezione storica mitizzata della guerra: i papaveri nascono tra le croci mentre le allodole volano coraggiosamente nello stesso cielo in cui fischiano i proiettili e scoppiano le bombe.
Questo componimento pubblicato in una rivista richiamò l’attenzione di Moina Belle Michael, una insegnante americana impegnata in attività umanitarie: che pensò quindi di fare di questo fiore il simbolo per ricordare le vittime dei conflitti bellici e li utilizzò per impreziosire i luoghi dove si organizzavano eventi e anniversari.
In seguito al successo di questa iniziativa i papaveri, veri o artificiali, iniziarono a essere venduti a favore dei reduci e delle loro famiglie. Seguirono l’esempio gli USA, il Canada, la Francia, la Gran Bretagna e i paesi del Commonwealth.

Remembrance Day
In Gran Bretagna il Remembrance Day (giornata in ricordo dei caduti della prima guerra mondiale) si celebra l’11 novembre, in ricordo dell’armistizio che ebbe luogo in tale data nel 1918 e prende anche il nome di Poppy Day (giorno dei papaveri). Alle ore 11 si osservano due minuti di silenzio e il sovrano, insieme ai rappresentanti del governo, depone una corona di papaveri sul monumento ai caduti di Londra ed è tradizione indossare, in questa occasione, una spilla con un fiore rosso sul risvolto della giacca.
A dimostrazione di come il papavero penetri nell’immaginario britannico in ambiti legati al ricordo della guerra, si può rilevare come questo simbolo compaia più volte in “The Final Cut”, album del 1983 dei Pink Floyd, fortemente voluto e concepito da Roger Waters, ideatore anche dell’artwork. Il disco, uno dei concept album contro la guerra più incisivo di sempre, fu ispirato dal conflitto delle isole Falkland e dedicato al padre di Waters, morto in Italia, ad Aprilia, dopo lo sbarco degli alleati ad Anzio, nel 1944.
Da Roger Waters a Gianni Rodari e a De André, i papaveri sono diventati il simbolo dei caduti in guerra e della Resistenza.
Diversamente dall’Inghilterra, in Italia questo fiore non è stato mai adottato nelle cerimonie istituzionali anche se, compare spesso nelle immagini commemorative della Resistenza e del 25 aprile. Chissà che “il fiore del partigiano” citato e non esplicitamente nominato nella canzone Bella Ciao, non sia un papavero? Il partigiano protagonista del brano chiede di essere sepolto nel luogo dove ha combattuto, “sotto l’ombra di un bel fior”, affinché “tutte le genti che passeranno”, nel vederlo, possano dire: “e questo è il fiore del partigiano morto per la libertà”.
Non vi è alcuna sicurezza riguardo al tipo di pianta nell’approfondito confronto, ma nell’insieme di immagini, in alcuni manifesti delle celebrazioni per il 25 aprile e in molti altri contesti appare il fiore dalla corolla rossa e dai neri pistilli. Per molto tempo si è creduto alla tesi secondo la quale Bella Ciao non fosse un canto partigiano, ma fosse stata divulgata nel dopoguerra. Questa ipotesi è stata corretta da studi più recenti. Il riconoscimento del brano avvenne comunque quando fu interpretato nel 1964 da Giovanna Daffini (in versione mondina) e dal Nuovo Canzoniere Italiano nello spettacolo che dal brano prese il nome al Festival dei Due Mondi di Spoleto, dopo essere stata incisa da Yves Montand due anni prima.

La Resistenza e la presenza del papavero tra i campi di battaglia
Sulla neve bianca /c’è una macchia color vermiglio; / è il sangue di mio figlio,/ morto per la libertà.
Sono i primi versi di una poesia, scritta nel 1953, dallo scrittore Gianni Rodari, dedicata alla Resistenza, La madre del soldato. In questa evocativa lirica viene citato un fiore rosso che è sbocciato proprio là dove il figlio della protagonista è caduto. Tramutato in fiore, simbolo del suo gesto eroico, il partigiano, a liberazione avvenuta, veglierà su chi è sopravvissuto.
Uno dei più famosi accostamenti tra i papaveri e la morte in guerra è racchiusa in una delle canzoni pacifiste per eccellenza, La guerra di Piero, di Fabrizio De André: Come è noto il brano, scritto nel 1964, racconta di un soldato che combatte in maniera inconscia e cade per mano di un uomo dello schieramento opposto, diverso da lui soltanto perché ha la divisa di un altro colore.
Nel periodo in cui è più intensa la fioritura dei papaveri, questi rossi fiori che si estendono a perdita d’occhio nelle campagne, vegliano un giovane caduto in battaglia, ma a differenza di quanto afferma nella sua lirica John McCrae, De André sottolinea l’assurdità e l’inutilità di tutte le guerre.
Dormi sepolto in un campo di grano /non è la rosa, non è il tulipano /che ti fan veglia dall’ombra dei fossi / ma sono mille papaveri rossi.
Il brano di De André trova un paragone diretto con Giuseppe Ungaretti, in “Soldati” una delle più celebri poesie scritte dal poeta in trincea, durante la Prima Guerra Mondiale:
Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie.
Come in La guerra di Piero, la vita del soldato è rappresentata attraverso una somiglianza spontanea: la foglia che cade, è un’esile fruscio leggero, che diventa l’effige della precarietà.
Altrettanto, i “mille papaveri rossi” di De André sono l’emblema della precarietà della vita tragicamente interrotta dalla guerra.
Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno, né di notte,
né per mare, né per terra:
per esempio, la guerra. (Gianni Rodari)
Versi che rimembrano in noi qualcosa dei bambini che un tempo siamo stati.



