Autori Interviste TSD Uncategorized

Il salottino di TSD: intervista allo scrittore Andrea Frediani

Intervista a cura di Raffaelina Di Palma

Oggi il salottino di TSD ha il piacere di intervistare lo scrittore Andrea Frediani, autore, tra gli altri, de “Il bibliotecario di Auschwitz”, che con la sua scrittura coinvolgente ci fa immergere nel clima di orrore delle persecuzioni ebraiche. L’importanza che dà alla cultura, attraverso il pensiero del personaggio principale è fondamentale e coinvolgente, è il cardine di tutta la storia: un concetto chiaro e mai ripetitivo.

Dalla sua biografia, si deduce che suoi romanzi siano i frutti dell’interesse e della passione per la storia, che ha avuto sin da bambino.

l’intervista

Nel suo romanzo, “Il bibliotecario di Auschwitz”, lei ha messo in primo piano l’importanza della cultura alla base dell’educazione di un individuo; descrive magistralmente questo concetto attraverso il protagonista. Che importanza ha la cultura, particolarmente oggi e in che modo influenza la società contemporanea?

Più che mai oggi, direi, la cultura è il solo argine al progressivo imbarbarimento della società, determinato dall’avvento dei social come principale terreno di confronto tra esseri umani, dalla superficialità con cui la gente ritiene sufficiente documentarsi su internet piuttosto che sui libri, e dall’aumento generale dell’aggressività individuale dovuto proprio alla mancanza di soddisfazione degli individui, privi di passioni o incapaci di realizzarle proprio a causa della proliferazione di stimoli fugaci ed epidermici (ma anche alla diffusione, tramite internet, di realtà diverse, che polarizzano le convinzioni e rendono più difficile il dialogo). L’assenza di spirito critico e di strumenti cognitivi che si sta diffondendo a macchia d’olio sta rendendo la gente incapace di distinguere il vero dal falso (un problema che si incrementerà con il maggior sviluppo della I.A.), di soffermarsi sufficientemente a lungo su un problema da portelo analizzare, di affrontare tematiche più impegnative di un banale intrattenimento, di resistere al condizionamento della propaganda. In fondo, è quello che è avvenuto nella Germania nazista, con altri strumenti più primitivi: il mio protagonista cerca di trasmettere un po’ di cultura alle SS proprio per fornire loro degli strumenti per evitare l’abbrutimento, per porsi delle domande che altrimenti non verrebbero loro in mente, per rivitalizzare quella sensibilità che la propaganda nazista ha loro sottratto.

Si discute ancora sul ruolo che la Chiesa Cattolica ha avuto nel corso della Seconda Guerra Mondiale, su cui permangono ancora zone d’ombra.  Durante le sue ricerche per questo romanzo, sono emersi elementi che possano dar luce a queste ombre?

Le interpretazioni e i giudizi che diamo di quell’epoca devono sempre tener conto di elementi specifici legati al contesto, che oggi non ci sono più. In particolare, per la Chiesa dovremmo tener conto del terrore, direi del panico, che permeava larghi strati della società, e ovviamente la stessa Chiesa, per l’affermazione del bolscevismo, e quindi del comunismo. In fondo è stata la paura del comunismo a far nascere il fascismo. Pertanto, gli ecclesiastici sono sempre stati piuttosto timidi nel condannare le nefandezze naziste: ritenevano Hitler meno pericoloso di Stalin e si obbligavano a tacere, sperando che la Germania costituisse un argine contro l’espansione sovietica. D’altra parte, alla fine della guerra, proprio attraverso le Ratlines promosse dal Vaticano molti nazisti hanno trovato scampo in Sudamerica. E non c’è dubbio che in Vaticano si sapesse quello che avveniva nei lager: diversi rapporti degli evasi sono giunti anche a conoscenza del papa, durante la guerra.

Quale è stata la spinta che le ha dato l’impulso, oltre alla tragicità di quegli anni, a dare voce alle centinaia di migliaia di persone deportate?

C’è stato un episodio specifico, in realtà. Il mio più vecchio amico, un tempo persona intelligente e sensibile, si è fatto trascinare dagli algoritmi di internet e si è trasformato in un negazionista filohitleriano e antisemita, suscitando la mia indignazione e dandomi così la spinta per dire la mia sull’argomento.

In cosa è cambiato, se è cambiato, nel tempo, il suo rapporto con la scrittura e come?

Direi che ci sono stati tre principali cambiamenti. Dapprima, nel 2007 sono dovuto passare dalla saggistica alla narrativa, e questo ha comportato una prima rielaborazione del mio stile: mi sono “reinventato” scrittore ispirandomi ai miei romanzieri preferiti, Ken Follett, Michael Chrichton, Stephen King, Mika Waltari, perché, come dice Stephen King, “l’emulazione precede la creazione”; soprattutto nel ritmo e nella punteggiatura, a dir la verità, oltre che nell’impostazione a mo’ di thriller anche dei romanzi storici. Poi ho definito un mio stile tenendo sempre a mente che il testo dovesse somigliare a una sceneggiatura, quindi con una cadenza e un linguaggio cinematografici: soggettive, montaggi paralleli, totale assenza di voce narrante e presenza costante del punto di vista dei protagonisti. Infine, quando mi sono reso conto di avere ancora una zavorra saggistica, indugiando troppo sui dettagli e sulle descrizioni del contesto, ho puntato a essere più essenziale, giornalistico, semplificando il linguaggio e puntando, nelle parti senza azione, più alla psicologia dei protagonisti che a focalizzare gli elementi della vita quotidiana dell’epoca (che una volta erano preponderanti, nei romanzi storici, perché un autore voleva dimostrare di essersi ben documentato). E adesso, siamo a una nuova fase. Nei miei due ultimi romanzi, I 7 imperi e quello di prossima uscita, La notte dei traditori, dove affronto di nuovo il tema della propaganda nazista, uso il presente storico, invece del passato remoto. Credo si possa definire una novità, nel romanzo storico.

Non è facile parlare delle realtà annidate nelle pieghe della Storia senza arenarsi in luoghi comuni e al contempo tenere fede alla ricostruzione storica. In questa fase, quanto è importante il processo creativo nello sviluppo dei personaggi: c’è un momento di riposo, una sorta di incubazione in cui l’inconscio elabora l’idea “dietro le quinte”?

Non ricordo un momento di riposo nella mia carriera, in realtà. Sento il bisogno di scrivere, costantemente, almeno 5 pagine al giorno. Certo, ci sono i periodi di incubazione della trama e dei personaggi, in cui fisso i paletti, ovvero gli elementi e gli episodi storici che voglio inserire nel romanzo, e poi riempio gli spazi con quella che LeGoff chiamava “immaginazione scientifica”: ciò che probabilmente non è vero ma che, in assenza di fonti specifiche, potrebbe anche esserlo, e quindi è verosimile. Per quanto riguarda i personaggi realmente esistiti, invece, approfondisco le loro motivazioni, per capire cosa li ha spinti a emergere.

Andrea Frediani premiato al Premio Letterario Amalago per il romanzo “Il nazista che visse due volte”

L’uomo, Andrea Frediani, fin dove si spinge per capire la psiche dei personaggi dei suoi romanzi, soprattutto quelli che nascono dalla sua penna?

All’inizio, l’inesperienza mi spingeva a ispirarmi a personaggi della mia vita quotidiana: il capufficio antipatico, la donna da cui ero attratto… un individuo che ammiravo o che, semplicemente, trovavo interessante, nel bene o nel male; c’è stato anche qualche conoscente che mi ha chiesto espressamente di essere inserito in un libro, o meglio, di ispirarmi a lui per un personaggio. E ovviamente, spesso il protagonista principale ero io, o almeno, racchiudeva alcune delle mie caratteristiche. E parte delle storie d’amore descritte erano quelle che ho vissuto io (a tale proposito, una volta lessi una recensione di un lettore che si dichiarava contento del libro ma scontento della storia d’amore, asserendo che fosse inverosimile: eppure era l’unico elemento reale della trilogia!). Col tempo, acquisendo mestiere, ho tratteggiato personaggi funzionali alla vicenda e alle emozioni che intendevo trasmettere, con quasi nessuna attinenza con il mio quotidiano. Fermo restando che, quando mi sono ispirato a persone reali, ho preso spunto dal loro carattere e dai tratti somatici, non dalla mentalità, che deve essere quella dell’epoca.

In una società che sta scivolando sempre più verso un deragliamento intellettuale, subendo una perdita di quei valori decantati di una volta, la cultura rappresenta davvero un ponte fondamentale per un dialogo tra i popoli per risolvere i conflitti?

Questo onestamente non lo so. Culture diverse hanno valori profondamente diversi, che spesso scandalizzano chi non li professa. Pensiamo solo alla monogamia cristiana e alla poligamia musulmana; o al burqa… I valori cambiano perfino da una generazione all’altra: basti osservare a cosa ha condotto la deriva woke, nei confronti di una tradizione culturale che è quella con cui quelli della mia generazione sono cresciuti. Ma di sicuro, la cultura può conferire un bagaglio di sensibilità e tolleranza che ammorbidisce i toni, e induce al rispetto per il diverso; sarebbe già tanto, in quest’epoca di grande polarizzazione e aggressività: se non ci si guarda in cagnesco, magari si riesce a dialogare. Ma se nel 2025 sono stati venduti, in Italia, tre milioni di libri in meno rispetto al 2024 (e l’industria ha retto soprattutto grazie alla varia, ovvero a volumi di intrattenimento talvolta scritti da influencer), allora temo che la cultura tornerà a essere, come nei secoli passati, prerogativa di un’élite. Basti guardare alla parabola del romanzo storico: ha avuto un boom dopo il film Il gladiatore, periodo durante il quale la gente ha intuito che la storia era molto più avvincente di quella che si studiava a scuola e ha letto volentieri saggi e romanzi storici. Ma ora, a distanza di un quarto di secolo, è tornata a essere un genere di nicchia…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.