Recensione a cura di Matilde Titone
“Sono figlia di due dinastie; si ritiene che io abbia più soldi di chiunque altro in questa città, seconda solo al nostro vicino, Rockfeller.”
Questa biografia di Marguerite Guggenheim, detta Peggy (New York, 26 agosto 1898 – Camposampiero, 23 dicembre 1979), scritta da Rebecca Gofrey e Leslie Jamdison è stata pubblicata nel 2024 da Garzanti con il titolo :”La principessa d’argento. La saga dei Guggenheim”.

Non la definirei però la saga dei Guggenheim perché in realtà il testo è incentrato sulla storia della seconda figlia di Benjamin Guggenheim, Peggy per l’appunto conosciuta dal mondo come collezionista d’arte e mecenate per artisti surrealisti, modernisti e dadaisti divenuti icone dell’arte moderna.
“La fortuna dei Guggenheim non proveniva da banche o uffici, ma dalla terra umida delle miniere, dal sottosuolo, dalla sporcizia. Si dice che il maggiore Daniel sia il più saggio e il senatore Simon il più potente, ma è mio padre Benjamin a essersi imposto all’attenzione della città. Era affascinante, scrivevano i giornali e venne soprannominato il Principe d’argento.”
Peggy si racconta in prima persona e lo fa narrando con pochi tratti il percorso che i Guggenheim, famiglia di origini ebree svizzere, fecero in America dopo essere emigrati dalla Svizzera. Il racconto vero e proprio si snoda intorno alla famiglia di Benjamin Guggenheim padre di Peggy. Famiglia composta da sua madre, figlia di banchieri ebrei, e da altre due sorelle, la maggiore, l’amatissima Benita, e l’ultima, l’inquieta Hazel. Fondamentali nella narrazione sono le radici ebraiche sentite come una discriminante in una Manhattan di inizio ‘900, la ricchezza anch’essa vissuta con un sottofondo di senso di colpa, l’abbandono del padre sia fisico che morale. Benjamin lascia sua moglie e le sue tre figlie per trasferirsi a Parigi con un’altra donna e poi morirà nel naufragio del Titanic. Da un mix di queste componenti sembra prendere corpo la vita di una donna straordinaria, che fece anche di se stessa un’opera d’arte. Poserà per Man Ray, uno dei fotografi più noti al mondo.
In un procedere che definirei ondivago, Peggy porta il lettore ad avventurarsi in un mondo poliedrico, a tratti dalle tinte fosche e dai sapori gotici, fatto di familiari ma anche e soprattutto di artisti, famosi o in quel momento sconosciuti. La vita di Peggy si muove nell’arte e con l’arte.

Così ci si ritrova a chiacchierare con Joice o con Becket, l’uno già famoso, l’altro uno sconosciuto allampanato vestito sempre con la stessa giacca. Una vita incredibile fatta di amori forti, difficili, tossici (oggi li definiamo così) tutta narrata in prima persona. Il primo marito fu lo scrittore Laurence Vail, da cui ebbe due figli, un uomo alcolizzato e violento, con il quale Peggy ebbe una storia d’amore molto romantica ai suoi inizi, degenerata in seguito. Il secondo marito fu il pittore Max Ernst, un matrimonio durato 4 anni. Tra i due matrimoni si alternano grandi amori, uno il più importante di tutti con lo scrittore John Holms che Peggy amò smisuratamente, e poi tanti amanti e confidenti che inclusero Samuel Beckett, Jean Cocteau, Marcel Duchamp.
Ne emerge il ritratto di una donna anticonformista, libera, determinata ma fragilissima. Una donna generosa di sé e incapace di proteggersi, o incurante di proteggersi, un carattere molto complesso di non facile comprensione. Una donna che sapeva vedere l’arte dove gli altri non la vedevano, che amava le imperfezioni perché diceva che è proprio nell’imperfezione che si annida la bellezza dell’Arte. Dal 1939 Peggy decise di trasformare la sua semplice collezione londinese in un vero e proprio museo: incurante della guerra, decise di acquistare un grande numero di opere d’arte, tra cui spiccano i nomi di artisti come Francis Picabia, Pablo Picasso, Georges Braque, Salvador Dalí, Piet Mondrian, Fernand Léger e Constantin Brâncuşi.
“Il surrealismo mira a esteriorizzare tutti i desideri dell’uomo, tutte le sue ossessioni e disperazioni; gli dà i mezzi per liberarsi, per avventurarsi fuori.”
Fu con Samuel Beckett, che insistette per un suo interessamento all’arte contemporanea, e con Marcel Duchamp che le insegnò “la differenza tra l’arte astratta e surrealista”, che Peggy Guggenheim si avvicinò a questo mondo.
“Quando pensavo di aprire la mia galleria immaginavo i critici che dicevano: Oh Peggy Guggenheim, non è altro che un portafoglio. O che il surrealismo era solo l’ultima moda passeggera e che io c’ero cascata”

Un libro molto particolare da leggere, bisogna entrare in una dimensione non temporale ma spaziale che si snoda tra New York, Parigi Londra la Provenza e Venezia. Lo definirei un libro destrutturato, c’è dentro tutto ma in forma scomposta come in un famoso quadro di Picasso.
“Si dice che Venezia sia più bella quando si è innamorati, ma io la preferisco da sola. Si finisce per innamorarsi della città in ogni caso; c’è a malapena spazio per qualcun altro.”
Venezia fu la città che scelse per esporre le sue collezioni d’arte e quella in cui scelse di terminare la sua vita. I lavori esposti includono alcuni esempi preminenti del modernismo statunitense e del futurismo italiano. La collezione raccoglie inoltre opere cubiste, surrealiste e di espressionismo astratto. Picasso, Salvador Dalí, René Magritte, Brâncuși (inclusa una scultura dalla serie Bird in Space), Jackson Pollock.
Pro
È una passeggiata affascinante in un mondo straniante. Sì, straniante perché diverso da quello in cui le persone comuni vivono, e lo è nel bene e nel male.
Contro
La prima parte del libro è la più faticosa da seguire, mentre dalla seconda parte e ancora di più nella terza il testo diventa più fluido.
Consiglio di leggere le note al testo, perché lì si comprende la diversità tra le parti del libro. Rebecca Godfrey, l’autrice, è venuta a mancare prima di completare l’opera. A portare a termine il libro è stata Leslie Jamison, giornalista e amica della Godfrey. Come spiegato nelle note finali, la prima parte è stata scritta interamente da Godfrey, mentre la seconda è stata ricostruita sulla base delle sue bozze e la terza scritta direttamente dalla Jamison.

La principessa d’argento – Edizione ebook
Trama
1908. Una fotografia. Tre sorelle vestite di bianco sorridono innocenti all’obiettivo. Sono il simbolo di un sogno infranto. Il sogno di un erede maschio. Perché le bambine sono le figlie di Benjamin Guggenheim, uno degli uomini più ricchi del mondo. Tra loro c’è Peggy, che nella foto si distingue per lo sguardo deciso. Peggy cresce con una convinzione: ogni donna ha il dovere di fare qualcosa di straordinario nella propria vita. Quando il padre muore nel naufragio del Titanic, le sorelle si ritrovano in mano una fortuna enorme, ma anche una pesante eredità. Peggy sente il vincolo delle aspettative della famiglia, di una strada già tracciata per lei, ma che non le appartiene. Ha voglia di azzardare. Ha bisogno di una vita che sia veramente sua. Lascia Manhattan e parte per Parigi. In Francia la accoglie un mondo nuovo, fatto di arte e bellezza. La sua vita si intreccia con quella di artisti destinati a rivoluzionare la storia: Jackson Pollock, che Peggy sarà la prima a capire e sostenere; Man Ray, di cui diventa la musa ispiratrice. Parigi la trasforma, la fa sentire libera. La sua passione per l’arte diventa un fuoco che la spinge sempre più lontano. Ma ci sono famiglie da cui è difficile scappare. Anche mentre viaggia per il mondo, cercando la bellezza e l’indipendenza, il peso del suo cognome la segue ovunque. Un peso che si fa insostenibile quando un evento sconvolgente travolge la sorella Hazel, protagonista di uno scandalo indicibile e doloroso. Eppure, a volte, è proprio dalla sofferenza che nascono le più grandi rivoluzioni.



