Articolo a cura di Concetta Di Lorenzo
Al visitatore che percorra gli scavi di Pompei e possieda qualche rudimento di latino può capitare di imbattersi in iscrizioni dai toni vivaci tracciate sui muri di thermopolia, tabernae e cauponae — le antiche tavole calde dell’età romana. In esse affiora spesso, quasi come misura del buon bere, il nome di un vino celeberrimo: il Falerno.
Talvolta il Falerno compare come termine di paragone polemico, in un rimprovero rivolto all’oste: “Maledetto tu sia, oste! Vendi acqua e ti tieni per te il buon vino, (il Falerno)!”.[1]
Altre volte, invece, è evocato come vertice della qualità, nella piccola gerarchia dei prezzi e dei piaceri: “Hedone dice: qui si beve per un asse; se me ne dai due, berrai vino migliore; ma se ne dai quattro, berrai Falerno”.[2]
[1] Scavi di Pompei – Regio IX, 11-2 – Via dell’Abbondanza
[2] Scavi di pompei – Regio VII, 2-44 – Via dei Saturnali

Il Falerno era dunque un vino molto pregiato, che solo l’imperatore e i patrizi romani potevano permettersi. Ma da dove arrivava un vitigno così pregiato e dove veniva coltivato?
Silio Italico, poeta e politico romano del I sec. d. C. nel suo poema Punica racconta una storia molto affascinante. Fu il dio Bacco in persona a regalare al povero contadino Falerno, che viveva solo sul Monte Massico, il prezioso vitigno per ringraziarlo dell’ospitalità ricevuta. Il vecchio aveva accolto un viandante, senza sapere che questi fosse un dio e, insieme all’offerta rituale delle primizie, gli offrì tutto quello che aveva in casa, con poco vino perché non ne aveva più. Commosso dalla bontà dell’uomo, il dio fece in modo che tutti i recipienti della casa si riempissero di prezioso vino. Il racconto termina con il contadino felice, quasi brillo, che barcolla di gioia e di ubriachezza prima di cadere in un sonno profondo.
La mattina dopo, al risveglio, il vecchio vede la sua striminzita vigna profondamente cambiata, irriconoscibile. Ora è rigogliosa e ricca di grappoli profumati.
Leggenda, chiaramente; o mito, se vogliamo. Secondo l’archeologo svizzero del ‘700 Karl Weber, il nome Falerno sarebbe derivato da un piccolo fiume che gli Aurunci chiamavano Faler in lingua osca, oggi Savone, e il vitigno fu portato dagli Eubei di Calcide, i primi greci che arrivarono in Italia nel VIII secolo a. C. e che fondarono Cuma. Altri studiosi ritengono che il vitigno fu invece portato dai Pelasgi, popolo di difficile definizione e collocazione. Oggi si ritiene che il nome Pelasgi includa tutti i popoli indigeni alle regioni del mar Egeo e le loro culture.

Da chiunque fosse stato portato, il vitigno si diffuse ben presto in tutta la Campania settentrionale. Un luogo in particolare era particolarmente adatto alla sua coltivazione, sia per la fertilità del suolo che per la posizione soleggiata: era l’ager Falernus, la pianura in cui scorreva il Faler e che si estendeva ai piedi della piccola catena del Massico, propaggine ovest dell’antico vulcano spento di Roccamonfina.
L’ager Falernus era la parte più settentrionale del più vasto ager Campanus, l’agro Campano, che dal versante meridionale del Monte Massico si allungava fino a Puteoli (Pozzuoli) e all’area vesuviana. Il suo suolo era fertilissimo proprio a causa del vicino vulcano di Roccamonfina che per secoli vi aveva versato lava, cenere e lapilli, modellando anche solidi e preziosi strati di tufo. La vicinanza del mare e le colline tutt’intorno rendevano il clima mite e lo proteggevano da pericolose escursioni termiche. Era il luogo ideale per la coltivazione di un vino così pregiato.
L’ager Falernus faceva gola ai più vicini Sanniti che se ne sentivano i padroni, ma anche ai Romani che dal IV secolo a.C. avevano iniziato il loro processo di romanizzazione verso sud, processo che dovette scontrarsi non solo con i bellicosi e tosti Sanniti, ma anche con tanti popoli italici che non amavano l’ingerenza di Roma nella loro vita. Infine con i Macedoni e con i Cartaginesi.
La Storia fece il suo corso e Roma divenne la gloriosa potenza dell’antichità che tutti conosciamo, nonostante l’opposizione di tanti popoli. Dopo le guerre sannitiche e le guerre macedoniche, Roma assunse il controllo di tutto il Mediterraneo. Grandi opportunità economiche si presentavano ai mercanti italici e la possibilità di formare un impero economico era più che fattibile. E Roma non si lasciò sfuggire un’occasione simile, impadronendosi dei migliori terreni della penisola.

Secondo Tito Livio la romanizzazione della Campania settentrionale ebbe inizio nel 340 a. C. ma tanti studiosi non sono d’accordo con questa affermazione, poiché la data così arcaica da lui citata non sembra molto credibile. Si opta invece per il 318 a. C. quando, dopo le guerre latine, l’ager Falernus fu sottratto alle pertinenze di Capua, fu fondata la tribù Falerina e l’ager, fino al Volturno, fu distribuito alla plebe romana. Nel 296 a. C. a protezione del territorio sorse la colonia marittima di Sinuessa, e nel 295 a. C. quella di Minturnae, ricostruita sull’antica città aurunca distrutta dagli stessi romani nel 314 a. C.
Le due colonie marittime divennero anche luogo di villeggiatura e di svago per tanti patrizi romani.
Fino al II secolo a.C. nell’ager Falernus si potevano però riscontrare solo piccoli insediamenti rustici a conduzione familiare e finalizzati all’autoconsumo o al commercio a corto raggio. Le cose iniziarono effettivamente a cambiare dopo le guerre annibaliche. Con la sconfitta dei cartaginesi, Roma era diventata padrona indiscussa del Mediterraneo, controllava le rotte commerciali ed esportava i suoi prodotti in tutte le province romane. Le vittorie militari assicuravano la manodopera schiavistica da impiegare nelle aziende agricole e nei tanti altri lavori. Si viveva nel lusso e il vino Falerno era diventato uno “status simbol”, il più famoso e richiesto dal mondo romano ed esportato in tutto l’impero.
“A certi livelli sociali, soprattutto tra gli arricchiti, doveva essere punto di merito presentare nei conviti vino Falerno della più alta antichità tanto da non potersi identificare la data di conservazione (Mart, XIII 101) ed in contenitori che con la preziosità aumentassero il pregio del lungo invecchiamento”[3][3] Citazione in G. Guadagno (a cura di) – Storia, economia e architettura nell’Ager Falernus, Caramanica ed. pag 39.

Molti patrizi romani videro nella produzione del Falerno un’ottima possibilità imprenditoriale e si trasformarono in imprenditori agricoli. Costruirono le loro aziende, le ville rustiche, per coltivare il Falerno e esportarlo in tutte le province romane, insieme all’olio, anch’esso molto richiesto. Intorno alla produzione vinaria si svilupparono attività di supporto secondarie quali la produzione di anfore di tipo greco-italiche nel periodo repubblicano e del tipo dressel 2-4, più alte e slanciate e quindi più indicate per il trasporto via mare. Il trasporto via mare era infatti il metodo più usato durante il periodo imperiale e centinaia di navi romane partivano ogni giorno dai vari porti italiani per far arrivare il vino e altri prodotti in tutte le province dell’impero
“È stato stimato – spiegano gli archeologi – che il peso totale del carico poteva arrivare a quasi 20 tonnellate, delle quali circa 10 di vino pregiato. Il prezzo della vendita di questo vino (principalmente Falerno) variava dai 4 ai 5 sesterzi al litro, equivalente a circa 25 euro di oggi. Con la stiva piena quindi questa nave poteva trasportare un carico di grande valore pari a 1.125.000 euro!”.[4] Dal web.
Il vino Falerno era diventato talmente rinomato che era difficile soddisfare l’enorme richiesta in tutto l’impero. Ma i furbetti ci sono sempre stati e c’erano anche allora. Per mero guadagno essi iniziarono a produrre un falso Falerno che niente aveva a che fare con quello originale e i clienti cominciarono a protestare. Se ne riscontravano talmente tante sofisticazioni in altre province che l’imperatore Diocleziano fu costretto ad intervenire per regolarizzare il prezzario dei vini, specificando che l’alta valutazione per il Falerno era esclusivamente riservata al prodotto italico proveniente dall’agerm Falernus. Fu il primo DOP della storia.
D’altra parte, se tanti poeti latini ne celebravano la bontà e l’unicità, il Falerno non poteva che essere un ottimo vino. Marziale nei suoi Epigrammi celebra il Falerno come il re dei vini e dice che il Falerno non è solo una bevanda, ma è elemento di gioia e raffinata convivialità, celebrandone il lungo invecchiamento anche in maniera molto ironica:
De Sinuessanis venerunt Massica prelis: Condita quo quaeris consule? Nullus erat! (Questo vino del Massico è venuto dai torchi di Sinuessa. Mi chiedi sotto quale console fu imbottigliato? Non c’erano ancora i consoli!)[5].
Anche Orazio Flacco dice la sua sul Falerno: Est qui nec veteris pocula Massici nec partem solido demere de die spernit,… (C’è chi non disdegna le coppe del pregiato vino Massico o sottrarre del tempo alla giornata di lavoro…)[6]
[5] Marco Valerio Marziale – Xenia– Liber XIII, 111
[6] Quinto Orazio Flacco – Carmina – 1,1
Infine Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia ci fa una descrizione dettagliata del celebre vino, celebrandone il suo sapore ricco e la sua capacità di conservarsi a lungo, senza perdere le sue qualità. Lo descrive inoltre non solo come piacere per il palato ma come elemento di cultura e prestigio associato a banchetti e celebrazioni di prestigio.
Oggi il vino Falerno viene ancora prodotto in zona seguendo le antiche tecniche romane.
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Breve Bibliografia.
Silio Italico – Le guerre puniche (Punica) – Rizzoli editore, Milano, 2001
M. Valerio Marziale – Epigrammi – Einaudi editore, Torino, 1964
Quinto Orazio Flacco – Odi ed Epodi – Rizzoli editore, Torino, 1985
Plinio il Vecchio – Storia Naturale – Giardini editore, Pisa, 1984
Giuseppe Guadagno (a cura di) – Storia economica ed architettura nell’Ager Falernus – Caramanica edizioni, Minturno, 1987.
Tito Livio – Ab Urbe Condita – consultazione on line.
[1] Scavi di Pompei – Regio IX, 11-2 – Via dell’Abbondanza
[2] Scavi di pompei – Regio VII, 2-44 – Via dei Saturnali
[3] Citazione in G. Guadagno (a cura di) – Storia, economia e architettura nell’Ager Falernus, Caramanica ed. pag 39.
[4] Dal web.
[5] Marco Valerio Marziale – Xenia– Liber XIII, 111
[6] Quinto Orazio Flacco – Carmina – 1,1



