Curiosità Viaggio nella storia

I germogli di grano e i sepolcri della Settimana Santa

Articolo a cura di Raffaelina Di Palma

La tradizione del grano per i Sepolcri. Il grano bianco del Giovedì Santo.

Un’antica tradizione della Settimana Santa, quella di portare il grano germogliato al Sepolcro (Altare della Reposizione) il giovedì santo, è un’usanza comune in alcune regioni dell’Italia meridionale. Benché sia praticata soprattutto al Sud si riscontrano, con sfumature diverse, anche in altre zone del Paese, ad esempio: in Lazio e in Liguria.

Il rito dei germogli per l’altare dei Sepolcri e un’antica tradizione rurale cristiana, che simboleggia il passaggio dall’oscurità della morte di Gesù alla sua Resurrezione.

Cosa simboleggia il grano germogliato?

La Quarta Domenica di Quaresima è il giorno migliore per iniziare a far germogliare i chicchi di grano, occorrendo 15-20 giorni per ottenere piantine perfette. 

I chicchi seminati in vasi di varie grandezze, ciotole o piatti fondi, vengono fatti germogliare in un ambiente buio: essi diventano il simbolo della vita che si rinnova, che rinasce dalla morte.

Dal grano nasce la farina e dalla farina il pane. Da qui il riferimento all’Eucarestia.

Desueta in alcune località, ma ancora vivida e presente nei piccoli paesi dell’entroterra: la tradizione dei germogli di grano  deposti sull’altare dei Sepolcri, allestiti all’interno delle chiese, continua. Da questo rito si sprigiona un fascino antico e magico, che si mescola ai riti a metà, tra sacro e profano, che improntano da sempre un suolo: regioni ricche di storia come la Sicilia, la Puglia, la Calabria, l’Abruzzo, la Campania, la Basilicata, risorgono, squarciando l’oscurità, rivivendo anche loro la luce della vita e della verde natura.

Nell’antichità a Pasqua si “festava”. Il termine festare è un verbo, considerato arcaico o letterario, con un significato ben preciso: fare festa.

I vasi con i germogli vengono posizionati sull’altare della Reposizione a comporre croci o altri simboli religiosi, dove i fedeli si recano in preghiera e meditazione.

Essi rappresentano non solo un atto di fede, ma anche e soprattutto una promessa di rinascita, proprio come quei germogli di grano tenuti nel buio di una cantina o di un ripostiglio che, in mancanza di clorofilla spuntano, quasi timorosi, di un delicato colore giallo pallido, simboleggiando spiritualità e speranza.

Origini precristiane: Egitto e Grecia

La pratica affonda le sue radici nei culti della fertilità legati alle divinità del grano e della natura in particolare: Adone in Grecia e Osiride in Egitto, le cui feste prevedevano la semina di piantine in vasi che venivano poi lasciate morire o portate in processione, per simboleggiare la ciclicità della vita. Si suppone che l’usanza mediterranea di oggi risalga direttamente da quei rituali egizi, risalenti a migliaia di anni fa.

La deposizione del corpo di Cristo nell’arte

La deposizione di Cristo nasce come episodio finale della passione narrata nei Vangeli, in cui Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo rimuovono il corpo di Gesù dalla croce per deporlo nel sepolcro.

La deposizione è un tema ricorrente nell’arte sacra: da Rembradt a Tintoretto, da Raffaello a Caravaggio, da Giovan Battista di Jacopo di Gasparre, (detto il Rosso Fiorentino), a Benedetto Antelami…i quali hanno lasciato nelle loro opere un’impronta indelebile: hanno reso struggente  questo momento catturando con straordinaria forza emotiva il dolore umano e il senso di sacralità.

Nell’arte, questo tema rappresenta il culmine del dolore, del compianto e della devozione, opere spesso commissionate per altari (come per Caravaggio e Raffaello) per collegare il sacrificio di Cristo durante la celebrazione della messa.

Caravaggio interpreta il tema focalizzandosi sul realismo del corpo inanimato e sul dramma umano dei personaggi.

Le raffigurazioni variano dal “trasporto” (Raffaello) alla discesa dalla croce, ponendo il corpo di Cristo in primo piano per accentuare l’impatto emotivo sui fedeli.

Il compianto sul Cristo morto è un tema iconografico centrale dell’arte cristiana, che raffigura soprattutto il dolore della Vergine.

Il Triduo Pasquale: la veglia pasquale e la Resurrezione

Il Triduo Pasquale: è il cuore dell’anno liturgico cattolico, che celebra il mistero della passione, della morte e resurrezione di Gesù. È il periodo centrale della Settimana Santa, (Giovedì, Venerdì, Sabato), che culmina con la Veglia Pasquale e la Resurrezione.

La tradizione di allestire gli altari della Reposizione si è confermata in Europa già a partire dall’Età  carolingia che manifesta l’idea del lutto e della sepoltura: secondo la fede cristiana Dio è vivente nell’Eucarestia, ma non si può rinnegare che il passaggio verso l’immortalità di Gesù si è verificato attraverso una morte violenta, a cui si lega il sepolcro.

Dal mondo classico

L’usanza dei germogli di grano è riportata anche da Frazer, (antropologo scozzese, 1854-1941), nel suo “Ramo d’oro”, dove si fa riferimento alla Sicilia e alla Sardegna.

Gli studiosi della cultura classica fanno risalire la tradizione agli altarini di germogli di infiorescenze sterili e ornamenti floreali allegorici, denominati “I giardini di Adone”. Adone, un personaggio della mitologia greca dotato di grande bellezza, ucciso da un cinghiale che gli mandò contro il geloso Ares. Dalle lacrime versate da Venere per la morte del suo amato, nacquero gli anemoni, fiori esili e fragili simboli di amore, ma anche di dolore e di morte: per la simbologia cristiana questo fiore si legò strettamente alla crocifissione di Gesù, poiché nacque ai piedi della croce.

Ma le piantine dei germogli di grano sono legate anche al mito di Osiride. Difatti, il fratello Seth, lo soffocò rinchiudendolo in un bara e lo tenne al buio. Iside ritrovò la bara e, quando la aprì, dal corpo di Osiride erano germogliate delle piantine di grano. Seth, allora, ne fece a pezzi il corpo  e lo disperse. Ma, ancora una volta, Iside rimise insieme i pezzi del marito facendolo risorgere a vita eterna. In sintesi questa tradizione vive nel concetto ritmico di vita-morte-vita che è alla base di tutti i riti tradizionali.

Gli egizi avevano già sviluppato l’idea che c’era un’anima che non moriva ed era predestinata a ricongiungersi al proprio corpo.

La simbologia della rinascita in letteratura

Queste testimonianze mi hanno riportata al romanzo “Il seme sotto la neve” (1941) di Ignazio Silone (letto qualche anno fa),in quella radice religiosa e profonda che accomuna le anime. Sebbene si tratti di una spiritualità peculiare, spesso distante dalle gerarchie ecclesiastiche, ma più vicina a un cristianesimo evangelico, etico e sociale: una caratteristica di cui è impregnato lo stile di scrittura di Silone, il “seme”, nascosto sotto la neve, simboleggia il bene, la verità e la speranza che restano in vita nel gelido inverno della storia, (fascismo, guerra, oppressione), che attende di “germogliare”. È una chiara metafora di resilienza spirituale.

Il protagonista del romanzo, Pietro Spina, è un rivoluzionario clandestino, ma si muove spinto da una intima esigenza morale che lui traduce in una conferma cristiana. La sua è un’analisi di giustizia che preme sulle corde spirituali di fratellanza, molto simili a quelle di un apostolo laico.

«Gesù, gridando a gran voce, disse: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. Detto questo spirò». (Luca 23,46)

La Domenica di Pasqua, giorno della Resurrezione, i germogli bianchi riportati alla luce, diventeranno verdi: dai quali risorgerà la speranza di una nuova vita.

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