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Il salottino di TSD: intervista a Giulio Ravizza

A cura di Mara Altomare

“Anche se proibito. La folle impresa di Igor V. Savitsky” è un romanzo storico che racconta una storia incredibile ma vera. Pubblicato nel 2025 dalla casa editrice Bookabook, vede come protagonista il personaggio realmente esistito di Igor Savitsky.

Thriller storici e dintorni ha il piacere di conoscere e intervistare Giulio Ravizza, l’autore di questo romanzo interessante e originale. A Giulio rivolgiamo alcune domande per scoprire l’avventura che ha accompagnato la nascita di questo libro, che è davvero ricco di contenuti e narrato con uno stile molto coinvolgente.

Igor Savitsky fu un uomo straordinario che in Unione Sovietica salvò ottantamila capolavori di arte “proibita” e li nascose in un museo nel deserto del Karakalpakstan, un luogo improbabile e impronunciabile.

l’intervista


1) Giulio, come è avvenuto il tuo incontro con la storia di Igor Savitsky e con i luoghi in cui ha vissuto?

Il mio incontro con la storia di Igor Savitsky è avvenuto per pura coincidenza. Durante un viaggio in Asia Centrale mi ritrovai, a causa di un overbooking, a dover modificare il mio itinerario raggiungendo Nukus, una cittadina sperduta nel deserto del Karakalpakstan.

Una volta atterrato, non sapendo bene cosa fare, su consiglio dell’albergatore andai a visitare l’enorme museo che si trovava nel centro del villaggio. Entrai in quell’edificio senza aspettative, convinto di trovare un piccolo museo provinciale con testimonianze di quart’ordine. Invece mi trovai davanti qualcosa di completamente diverso: sale intere piene di capolavori dell’avanguardia, opere straordinarie che avrebbero dovuto trovarsi nei grandi musei e che invece erano custodite lì, alla fine del mondo. Fu come entrare in una grotta di Aladino nel posto più improbabile della Terra.

Immediatamente mi chiesi: come erano finite lì quelle opere? Chi aveva compiuto un’impresa simile e perché?

2)Tu non nasci come scrittore e vieni da un mondo che non è specificamente letterario. Perché hai deciso di scrivere questo romanzo?

Più studiavo la vicenda di Igor Savitsky e più mi rendevo conto che ero dinnanzi ad un eroe incredibile di cui però nessuno aveva narrato le gesta. Parliamo di un uomo che, rischiando tutto, salvò oltre 80.000 opere destinate alla distruzione, sottraendole all’oblio. La sua impresa però non è entrata nell’immaginario collettivo: niente grandi film, libri, quasi nessuna narrazione capace di restituirne la portata morale ed epica. Così ho provato a spendermi in prima persona.


3) Quanto tempo hai dedicato alle ricerche necessarie per la scrittura del libro e quali difficoltà hai incontrato? Quale è stata la sfida più grande per te nel dare vita al romanzo?

Ho dedicato a questa storia circa tredici anni, un tempo che può sembrare sproporzionato finché non si comprende quanto fosse difficile ricostruirla. Savitsky visse a lungo ai margini: operò in una regione remota, trattò con le vedove di artisti perseguitati, funzionari ambigui, e navigò costantemente nelle zone grigie della burocrazia sovietica. Chi conduce una vita così non lascia archivi ordinati né memorie ufficiali: lascia tracce frammentarie, contraddittorie, a volte volutamente opache.

Molti documenti non esistono più, altri sono dispersi, altri ancora non furono mai prodotti. Molte testimonianze sono indirette, deformate dal tempo o dal timore che per decenni aveva impedito alle persone di parlare liberamente. In alcuni casi ho dovuto ricostruire eventi a partire da indizi minimi, come si farebbe con una vicenda clandestina o con la biografia di qualcuno che ha operato nell’ombra


4) Nel tuo libro non si parla solo di arte, c’è anche una saga famigliare, ambientata negli anni della rivoluzione russa. Come hai reperito le fonti sulla famiglia di origine di Igor, dalla ricchezza alla clandestinità? E quanto hai potuto lavorare di fantasia?

La parte sulla famiglia è stata probabilmente la più difficile da ricostruire, perché si tratta di una vicenda segnata dalla caduta sociale, dall’esilio interno e dalla clandestinità: condizioni che tendono a cancellare le tracce. Non esiste un archivio ordinato dei Savitsky: esistono frammenti dispersi tra Paesi diversi, lingue diverse e memorie familiari spesso dolorose.

Un contributo fondamentale è arrivato proprio dai discendenti del fratello di Igor, Viktor, che si stabilì in Estonia. Le discendenti hanno condiviso con me molte fotografie di famiglia: materiali preziosi perché restituiscono non solo i fatti, ma anche il volto umano di una dinastia travolta dalla Storia. 

Accanto alle testimonianze dirette, sono stati decisivi anche gli archivi estoni e il lavoro di traduzione di documenti ufficiali, diari e saggi disponibili solo in russo, che hanno permesso di seguire le tracce lasciate da una famiglia costretta a reinventarsi più volte per sopravvivere.


5) Nel romanzo c’è anche una storia d’amore tra Igor e Lulù, che regala pagine di grande intensità, cosa hai voluto trasmettere con questo ulteriore contenuto?

La storia con Lulù svolge innanzitutto una funzione narrativa. Avevo bisogno di un motore emotivo che accompagnasse il lettore dentro una vicenda complessa, fatta di arte, burocrazia sovietica, persecuzioni e scelte morali difficili. Raccontare la passione di un uomo per le avanguardie artistiche è possibile, ma resta inevitabilmente più astratto; raccontare l’amore per una persona permette invece di rendere immediatamente comprensibili le stesse tensioni, gli stessi sacrifici e lo stesso senso di perdita.

In altre parole, è più facile entrare nella storia attraverso un amore umano che attraverso un amore intellettuale. Lulù rende visibile ciò che altrimenti resterebbe invisibile: la fragilità, la solitudine, la capacità di attaccarsi alla vita nonostante tutto. Attraverso di lei si capisce che Savitsky non era solo un collezionista ostinato o un eroe dell’arte, ma un uomo che desiderava, soffriva e aveva qualcosa da perdere.

Non volevo aggiungere un elemento romantico “decorativo”, ma dare alla storia una dimensione affettiva che facesse da controcampo all’impresa titanica che stava compiendo. Salvare quadri può sembrare un gesto astratto; amare qualcuno rende evidente quanto sia concreto, doloroso e umano il prezzo di quella scelta.

6) Quale è stata la gratificazione maggiore che hai ricevuto in merito al tuo romanzo “Anche se proibito”?

La gratificazione più grande è stata vedere la storia uscire dal libro e cominciare a circolare autonomamente. Si è innescato un passaparola su più livelli: i lettori lo consigliano, lo prestano, lo regalano, ne parlano ad amici e familiari come se sentissero il bisogno di trasmettere quella vicenda ad altri.

Parallelamente anche i media hanno dato grande attenzione al romanzo, contribuendo ad amplificare questa diffusione: se ne è parlato su TG1 Libri, su SkyTG24, a Studio Aperto e su molte altre testate. Non è tanto la visibilità in sé a colpirmi, quanto il fatto che ogni intervento pubblico riaccende la curiosità per Igor Savitsky e per ciò che ha fatto.

7) Cosa c’è in comune tra te e Igor? Ti sei riconosciuto in qualcosa di lui?

Mi riconosco nel suo eroismo disperato. Come dico nel libro, Igor “Non avrebbe affrontato i giorni che gli rimanevano con l’andatura orgogliosa di chi vince, ma con quella barcollante di chi non si arrende. Di chi non si arrende mai.”

8) C’è un’opera d’arte che ti sta particolarmente a cuore e che ci vuoi ricordare tra quelle salvate da Igor?

Una delle opere che mi emoziona di più è Donne in rosa di Elena Korovai. Tre figure velate camminano in uno spazio che non è del tutto reale né del tutto onirico. I contorni si dissolvono, i colori sembrano respirare, la scena è immersa in una luce di polvere che sospende tutto. È un post-impressionismo magico che trovo magnetico per la sua ambiguità.

9) E adesso ci piacerebbe chiederti di scegliere una citazione del tuo libro con cui salutarci… grazie Giulio e continueremo a seguire le tue pubblicazioni future!

“I fatti assurdi di questo romanzo sono veri mentre quelli ordinari sono inventati”

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