Recensione a cura di Roberto Orsi
“Giò Morisco rimpianse che non ci fosse con loro Biagio dell’Orso: non lo vedeva da una settimana, ma del resto l’ex capitano di giustizia del duca Vincenzo Gonzaga aveva fatto un’altra scelta, forse era già tornato a Venezia.”
E se invece non fosse proprio così? Se Biagio fosse chiamato ancora una volta a difendere la giustizia della città di Mantova e della corte dei Gonzaga?
Nel precedente quinto capitolo della serie, abbiamo lasciato il capitano di giustizia ormai lontano da Mantova, più con il fisico che con la mente. La scelta di tornare a Venezia con la moglie Rosa è qualcosa di assodato e irreversibile. Almeno pare.

Il romanzo, invece, si apre con un richiamo imperativo che scuote le gerarchie di Mantova: Biagio dell’Orso viene convocato, nuovamente, d’urgenza dal duca Vincenzo Gonzaga. Sebbene Biagio non ricopra più il ruolo ufficiale di Capitano di Giustizia, il Duca è consapevole che solo il suo intuito e la sua profonda conoscenza della città possono risolvere un mistero che sta seminando il terrore. Mantova, nel 1597, è una città sospesa tra lo sfarzo rinascimentale e l’imminente partenza delle truppe per la crociata in Ungheria, ma è proprio sotto questa facciata di mobilitazione militare che si manifestano eventi di una crudeltà inaudita.
“Biagio dell’Orso era stato un ottimo capitano di giustizia, abile e perspicace, considerato un uomo coraggioso e giusto, era molto amato perché aveva sempre preso le difese dei più deboli ed era anche un abile spadaccino. Sapeva bene quanto fosse popolare, anche se non era un nobile.”
La narrazione entra nel vivo fin da subito come Tiziana Silvestrin ci ha sempre abituati. Una sequenza di omicidi rituali scuotono le campagne circostanti la cittadina mantovana. Le vittime non vengono semplicemente uccise, ma ritrovate in una posa macabra e simbolica: sono tutte appese a un albero lungo le rive del fiume, con lo sguardo forzatamente rivolto verso l’acqua del fiume. Questa messa in scena, ripetitiva e spietata, suggerisce un disegno preciso, una sorta di contrappasso che Biagio deve decifrare tra le nebbie del Mincio e il fango delle rive, muovendosi tra i vicoli popolari e le tenute ducali per scovare un assassino invisibile e metodico.
Mentre la città vive nell’incubo di questi impiccati, un secondo evento mette in allarme le diplomazie del tempo: la sparizione di quel “Segreto Trasparente” richiamato dal titolo stesso del romanzo, un ricettario, di proprietà di Tiberio Beroviero, maestro vetraio veneziano. Il libro custodisce le tecniche e le indicazioni più segrete per la creazione degli splendidi vetri veneziani. Il furto del libro non è solo un atto criminale, ma una minaccia diretta agli equilibri economici tra la Serenissima e il Ducato.

Biagio si trova così intrappolato in una doppia emergenza: da un lato deve fermare la mano che giustizia le sue vittime in riva al fiume, dall’altro deve recuperare un oggetto il cui valore politico potrebbe scatenare un conflitto tra potenze.
“Che cosa legava quei tre uomini uccisi allo stesso modo, con un colpo alla testa, e poi portati dietro il santuario dove erano stati impiccati e denudati sino alla vita? Erano stati appesi nello stesso punto, il volto rivolto verso il fiume. Perché erano stati spogliati? Solo per scherno?”
L’autrice sorregge questa trama complessa con una scrittura fluida, capace di mantenere un ritmo mai banale che alterna sapientemente i momenti di riflessione investigativa a improvvise accelerazioni drammatiche. La prosa non si limita a narrare i fatti, ma fa letteralmente rivivere l’atmosfera del Seicento attraverso una cura meticolosa per i dettagli sensoriali. Il lettore viene proiettato nei mercati cittadini, dove è possibile quasi percepire la consistenza delle stoffe pregiate, dai velluti pesanti alle sete fruscianti cariche di tinture esotiche, e ammirare la perizia dei mercanti capaci di valutare il valore di un carico con una sola occhiata.
La precisione storica non è mai una fredda elencazione, ma emerge viva nei profumi e nei sapori delle cucine: dagli aromi speziati dei banchetti ducali, dove i cuochi trasformano la selvaggina in architetture gastronomiche, fino alle esalazioni più umili delle locande come il Gallo Rosso, dove il vino acre accompagna piatti poveri di legumi e pane raffermo.
Anche il mondo dell’artigianato trova ampio respiro, celebrando la maestria dei vetrai veneziani o l’abilità dei pasticcieri di corte, le cui capacità manuali diventano, nel corso della storia, elementi chiave per lo sviluppo del complotto. Uno dei tratti più simbolici della scrittura della Silvestrin: la ricostruzione precisa e dettagliata delle atmosfere in cui si muovono i suoi personaggi. Un segno distintivo riconoscibile lungo tutta la serie che abbiamo potuto apprezzare.
L’accuratezza della ricostruzione storica si manifesta anche nell’utilizzo dei luoghi come testimoni muti della vicenda, a partire dalla maestosità del Palazzo Ducale. Il patrimonio artistico dei Gonzaga, che include opere inestimabili come il Cupido di Michelangelo, non è solo uno sfondo decorativo, ma diviene il perno attorno a cui ruotano brame pericolose e riscatti disperati.
La geografia del romanzo si espande poi verso nord, seguendo l’asse che collega il Ducato ai territori imperiali. Il viaggio verso Trento e la descrizione del Palazzo di Roccabruna offrono uno spaccato vivido dell’Italia settentrionale del XVII secolo, un territorio punteggiato di fortezze e passi montani dove la legge ufficiale spesso sfuma. Questa ampiezza spaziale permette di comprendere il clima di insicurezza di un’epoca in cui le distanze erano colmate con fatica e i confini rappresentavano luoghi di tensione costante.

In questo affresco, come sempre la figura di Biagio dell’Orso emerge con forza: un uomo richiamato dal suo signore per una missione che nessun altro può compiere. Egli deve imparare a guardare oltre la superficie dorata della corte per comprendere che ogni delitto ha radici profonde e spesso inaspettate. Al suo fianco l’onnipresente bargello Giò Morisco, il consigliere e medico ducale Marcello Donati, sempre pronti a mettersi in gioco e rischiare del proprio per la risoluzione dei casi. Da non dimenticare e nemmeno sottovalutare, la presenza delle protagoniste femminili come Rosa, la moglie di Biagio, e Cecilia, moglie del Donati.
Il ritmo della narrazione accelera quando la caccia all’assassino dell’albero e la ricerca del libro rubato convergono verso un finale di grande pathos. È un’opera che non si limita a intrattenere con il meccanismo del giallo, ma offre un’analisi dettagliata di una società in cui la bellezza dell’arte e della Storia, fanno i conti con le brutture dell’animo umano.

Il segreto trasparente – Edizione ebook
Trama
1597. Il duca Vincenzo Gonzaga, spinto dall’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, si prepara alla crociata contro i turchi quando un evento inquietante sconvolge la corte: una guardia ducale viene trovata impiccata a un albero, nuda, come in un macabro avvertimento. Biagio dell’Orso da mesi ha lasciato l’incarico di capitano di giustizia, ma il duca non intende rinunciare al suo acume investigativo: trovare l’assassino è un ordine. Il ritorno in libertà di Timoteo Crotta, antico rivale di Biagio e simbolo di corruzione e arroganza del potere, riapre ferite mai rimarginate, mentre da Venezia giunge un tal Beroviero con un incarico delicatissimo: recuperare un trafugato libro di ricette per il vetro. Quando una seconda guardia viene uccisa con le stesse modalità, l’indagine si fa più oscura: dietro i delitti emergono trame sottili, alleanze segrete e interessi che superano i confini del ducato. Biagio si trova così trascinato in una trama di cui non riesce a venirne a capo, e il destino di Mantova si intreccia al traffico clandestino di opere d’arte di valore inestimabile. Tra inganni e poteri che agiscono nell’ombra, Biagio dell’Orso dovrà scoprire quali spietati interessi si nascondono dietro tutti gli omicidi. Un’indagine intricata, che nessuno potrà affrontare senza pagarne il prezzo.



