Articolo a cura di Laura Pitzalis
Grigorij Efimovič Rasputin fu uno dei personaggi più controversi e affascinanti della Russia tardo-imperiale: nato povero, salì fino ai vertici del potere grazie a un carisma magnetico, alla fama di guaritore e alla fiducia assoluta della zarina Aleksandra. Intorno alla sua figura si sono intrecciati miti, leggende e deformazioni alimentate dalla stampa, dalla letteratura e dal cinema. Oggi gli storici tendono a leggerlo come una figura ambigua e complessa: simbolo della decadenza dell’autocrazia, ma anche vittima delle paure e delle proiezioni di un impero al collasso.

Nacque nel gennaio del 1869 a Pokrovskoe, un villaggio siberiano ai margini del mondo, dove la vita era una lotta continua contro il gelo e la miseria. Figlio di contadini, crebbe in un ambiente in cui la fede non era una scelta ma una necessità quotidiana: Dio era invocato con la stessa naturalezza con cui si spezzava il pane. Della sua infanzia sappiamo poco, non ricevette un’istruzione regolare e restò a lungo analfabeta. Nulla sembrava destinarlo a un futuro straordinario, se non un carattere inquieto, incapace di adattarsi a una vita ordinaria.
Da giovane sposò Praskov’ja Fëdorovna Dubrovina, una contadina del suo villaggio. Ebbero settefigli, ma solo tre sopravvissero all’età adulta: Dmitrij, Marija e Varvara. Nonostante le lunghe assenze, Rasputin rimase legato alla famiglia, con la quale mantenne contatti scrivendo lettere e inviando denaro. Mentre lui diventava una figura pubblica discussa e scandalosa, moglie e figli restarono ai margini della storia, radicati nella Russia rurale da cui proveniva.
Ancora giovane, Rasputin lasciò il villaggio, i genitori e la famiglia per intraprendere lunghi pellegrinaggi. Non fu mai monaco nel senso canonico del termine, ma uno strannik, un pellegrino errante tipico della spiritualità popolare russa. La sua religiosità era istintiva, emotiva, segnata da estasi e cadute, digiuni ed eccessi. In lui convivevano l’asceta e il peccatore, senza che uno annullasse l’altro.
Nei suoi diari scrisse:
“Chi cerca Dio deve attraversare il peccato, perché solo chi cade conosce davvero la misericordia. Senza peccato non c’è pentimento. Senza pentimento non c’è salvezza”.
Una frase che scandalizzò molti e che, ancora oggi, è stata interpretata come giustificazione morale dei suoi eccessi. In realtà, riflette una concezione popolare e arcaica della fede, dove sacro e profano si toccano continuamente.

Quando arrivò a San Pietroburgo, all’inizio del Novecento, trovò una capitale inquieta, attraversata da crisi politiche e da una febbrile ricerca spirituale. Nei salotti aristocratici si parlava di misticismo, spiritismo e santi taumaturghi. Rasputin, con l’aspetto trasandato e la voce ipnotica, colpiva perché parlava il linguaggio del dolore umano, non quello dei teologi. Per alcuni era un santo, per altri un impostore, ma nessuno restava indifferente. E così, pur essendo un uomo poco istruito, riuscì ad allestire con notevole abilità una fitta rete di relazioni di alto livello, soprattutto tra il pubblico femminile. L’aspetto del mistico, lo sguardo magnetico e il modo diretto di porsi attiravano un numero crescente di donne aristocratiche, che ne apprezzavano non solo il carisma, ma anche il carattere rude e non convenzionale. In breve tempo si diffuse la sua fama misteriosa di uomo dotato di poteri sovrannaturali e Rasputin divenne una figura sempre più nota a San Pietroburgo. Favorito da Milica e Anastasia, figlie del principe montenegrino, poi re, Nikola Njegoš, riuscì infine a varcare le porte della corte imperiale.
L’incontro con la famiglia imperiale avvenne il 1° novembre 1905, una data tutt’altro che casuale.
Solo due settimane prima, il 17 ottobre, lo zar Nicola II aveva firmato, contro la propria volontà e sotto forti pressioni politiche, il celebre Manifesto di ottobre, che per la prima volta limitava, seppur in modo molto parziale, il potere assoluto dell’imperatore.
Nicola II e la zarina Aleksandra, convinti che l’autorità dello zar fosse un dono di Dio, vissero quel documento come una profonda umiliazione. Erano certi che il popolo russo li amasse e attribuivano i disordini non a un reale malcontento, ma all’azione di intellettuali ostili e di presunti nemici stranieri.
In questo clima di paura e sfiducia, Grigorij Rasputin apparve come una figura rassicurante. Vestito con un semplice caftano contadino e presentato come un “uomo di Dio”, sembrava incarnare quella Russia fedele, semplice e profondamente religiosa in cui la coppia imperiale voleva credere.

Rasputin possedeva un’intelligenza naturale e un carisma fuori dal comune e seppe dire allo zar e alla zarina esattamente ciò che desideravano sentirsi dire.
A rendere Rasputin davvero indispensabile fu però un’altra circostanza, la nascita dell’atteso erede al trono, lo zarevic Alessio, che ben presto si scoprì essere malato di emofilia. Chiamato al suo capezzale, Rasputin riuscì più volte a calmare le crisi, a fermare le emorragie.
In una celebre lettera allo zar, Aleksandra scrisse:
“Solo quando lui è qui il piccolo riposa. La mia anima ritrova pace”.
Oggi gli storici parlano di suggestione, di ipnosi, di semplice capacità di imporre calma in momenti di panico, forse anche dell’intuizione di sospendere farmaci dannosi come l’aspirina. Ma allora, per la zarina, il risultato contava più di ogni spiegazione: Rasputin aveva salvato suo figlio, e quella era una risposta divina. Da quel momento, la sua presenza a corte divenne fondamentale.
La sua influenza, tuttavia, divenne presto insopportabile per l’aristocrazia e per l’opinione pubblica: in una Russia già attraversata da tensioni sociali, sconfitte militari e sfiducia verso l’autocrazia, Rasputin divenne il capro espiatorio perfetto: il “monaco pazzo”, il corruttore della monarchia, l’uomo venuto dal fango che teneva in pugno la corona.
Intorno a lui si addensò una nube di scandali e molte leggende nacquero proprio in quegli anni: relazioni sessuali con dame di corte, un legame carnale con la zarina, riti segreti, poteri sovrannaturali.
Molte accuse non trovarono mai conferma, ma rispondevano al bisogno di dare un volto al declino dell’Impero.
Nella notte tra il 29 e il 30 dicembre 1916, un gruppo di aristocratici decise di agire.

La versione della sua morte, gotica, potente, quasi mitologica, raccontata dagli assassini è diventata leggenda: dolci e vino avvelenati al cianuro che non lo uccidono; colpi di pistola e l’uomo che si rialza; il corpo gettato nel fiume ancora vivo.
La realtà fu probabilmente meno spettacolare, ma non meno violenta. Rasputin morì come aveva vissuto, avvolto da un’aura di invincibilità e scandalo, e con lui si spense l’illusione che eliminando un uomo si potesse salvare un impero.
Pochi mesi dopo, l’Impero russo crollò. Nicola II abdicò, la famiglia imperiale venne travolta dagli eventi, e Rasputin, ormai morto, divenne leggenda.
Col tempo, gli storici hanno ridimensionato la sua reale influenza politica: Rasputin non governò la Russia, non causò da solo la caduta dei Romanov. Fu piuttosto un uomo che arrivò nel momento sbagliato, nel cuore di un sistema già in decomposizione, e ne accelerò simbolicamente la fine. Un uomo usato come capro espiatorio, ingigantito dalla paura, trasformato in mostro perché la realtà era troppo complessa da accettare.
Né santo né demone, ma lo specchio di un Impero che aveva smesso di credere in sé stesso.



