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Il pane non può aspettare – Pier Vittorio Buffa

Recensione a cura di Concetta Di Lorenzo

Pier Vittorio Buffa ci regala una perla letteraria dal titolo molto metaforico Il pane non può aspettare, per Neri Pozza editore. Con questo titolo familiarmente rassicurante, l’autore non solo ci racconta di personaggi come Innocenta e suo figlio Aristide che nella vita sono panettieri, ma ci porge con garbo una verità universale mediante l’immagine del pane, elemento così semplice e unificante, che quando è lievitato va infornato senza aspettare, altrimenti va a male. L’autore sembra dirci che in certi frangenti non si può aspettare; bisogna fare subito delle scelte, prendere posizioni o si rischia di disumanizzarsi.

La preferenza dell’autore per il presente indicativo invece di un passato remoto si rivela felice perché chi legge si trova coinvolto in una narrazione dal ritmo rapido ma non troppo, come è giusto che sia, ed in cui lo stesso lettore si percepisce come protagonista e compartecipe allo svolgersi degli eventi.

Il libro ci presenta uno spaccato storico-sociale di un piccolo paese del varesotto, Cabiaglio, in cui si muovono personaggi realmente esistiti durante la seconda guerra mondiale, affiancati da personaggi fittizi felicemente inseriti, che sembrano reali.  

La narrazione si apre nel 1938 con un gruppo di sette giovani amici, la banda del fischio come essi stessi si definiscono, che la prima domenica di settembre si ritrovano in un prato fuori dal paese a mangiare pane con l’uva e a scherzare. Ragazzi che si conoscono da sempre perché cresciuti insieme, anche se di età diverse, che sanno ogni cosa l’uno dell’altro e che si vogliono bene.  Qualcosa poi cambia all’improvviso e il lettore lo sa anche senza leggerlo: inizia la seconda guerra mondiale.

L’autore tralascia i primi anni di guerra, comuni a tutta l’Italia, e riprende la narrazione dall’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio, quando l’Italia esce dalla guerra e abbandona la collaborazione con la Germania. Le truppe alleate sono sbarcate in Sicilia e stanno risalendo la penisola e per la prima volta, dopo anni, si parla di liberazione. Cabiaglio è in festa perché sembra che la guerra sia finita. I ragazzi partiti per il fronte ritorneranno, mentre quelli che temevano di partire non partiranno più. Ma non è affatto finita e lo capisce Ernestino, un convinto antifascista.

Forse la guerra per noi è finita davvero. O forse no, perché in Italia ci sono gli Alleati: i tedeschi faranno di tutto per impedire che arrivino in Germania. Rischiamo di trovarci nel mezzo di un campo di battaglia

È quel che succede. Mussolini crea la Repubblica Sociale Italiana in quel di Salò, estremo tentativo di sopravvivenza del regime, concentrando tutte le milizie fasciste e tedesche nel nord Italia. È in questo contesto che si assiste a una veloce trasformazione della tranquilla quotidianità del paese, coinvolto suo malgrado nei pesanti processi decisionali imposti dalla Storia. Le relazioni interpersonali a Cabiaglio subiscono per forza di cose dei mutamenti e gli amici di sempre diventano nemici, qualcuno di cui non ti puoi più fidare, qualcuno che potrebbe denunciarti e farti fucilare. Il momento storico è decisivo. Contro tedeschi traditi e fascisti arrabbiati bisogna agire in fretta per salvare più vite possibili: far fuggire in Svizzera famiglie di ebrei, soldati che hanno disertato l’esercito miliziano, paesani ricercati, partigiani in pericolo. È fondamentale prendere subito posizione e decidere da che parte stare. Lo fanno senza remore Innocenta e suo figlio Aristide, a cui i fascisti ammazzarono di botte il marito e padre Edo; lo decidono Appiano ed Ernestino e lo decide anche don Angelo, il parroco del paese. Nei loro movimenti cercano di muoversi con circospezione e fanno silenzio con tutti, anche se tutti sanno benissimo quello che succede. Ma nessuno ne parla.

…in un paese come Cabiaglio è impossibile muoversi in modo invisibile. C’era chi aveva visto Ernestino entrare nelle due stanze con un pacco e uscirne senza più niente in mano. Chi, passando di lì per andare dalla magliaia, aveva sentito rumori che non potevano venire da un appartamento disabitato. Eppure, nessuno aveva parlato. Secondo Innocenta non era una questione di fascismo o antifascismo, non era pensabile che il paese dove in tanti avevano alzato il braccio destro fino al 25 luglio fosse diventato all’improvviso antifascista. Non parlavano per quieto vi vere, ma anche perché l’odore della guerra era troppo vicino: bisognava tenerla lontana, non provocarla, non portare anche qui la violenza che dilagava ovunque.

C’è anche chi sceglie di stare ancora dalla parte del regime e continuare a opprimere i propri compaesani, come fanno Fidelio e Berenice, o come i giovani amici Leonardo e Vincenzo, convinti di stare dalla parte giusta. C’è chi è costretto a indossare la divisa della repubblica sociale solo per non essere fucilato o mandato in Germania, come Aristide, Renato e Francesco, ma con la segreta speranza che arrivino al più presto gli alleati a liberarli da quell’incubo.  E c’è chi invece decide di stare solo a guardare e voltarsi una volta di qua e una volta di là, semplicemente per propria tranquillità, convenienza o solo per salvarsi la pelle.

La guerra infine finisce e a Cabiaglio la vita riprende con una parvenza di normalità, ma niente sarà più come prima. Non sarà più possibile riannodare i fili spezzati, ma la vita va comunque vissuta e della guerra ormai passata rimarranno storie da raccontare a figli e nipoti e, forse, da scrivere.

Il pane non può aspettare è uno di quei libri che si leggono tutto d’un fiato e Pier Vittorio Buffa è un autore che sa raccontare la guerra con forza poetica, ma sa guardare soprattutto nella profondità dell’animo umano e nei suoi recessi più incomprensibili, a volte capace di atti di eroismo, a volte di perfide bassezze. Perché, al di sopra di tutti i comportamenti umani, agisce imperterrita la più grande e vergognosa invenzione mai realizzata dall’uomo: la guerra. E il lettore lo percepisce.

Trama

L’estate dei ragazzi di Cabiaglio, un piccolo borgo alle porte di Varese, è scandita da una serie di rituali. Quello del pane con l’uva la prima domenica di settembre, che chiude la stagione dei bagni nei torrenti, della polenta alla cappella degli asini e delle corse in bicicletta, è il loro preferito. A impastare quel pane è Aristide, che ha preso il posto di suo padre, ucciso di botte e di dolore dai fascisti. In quel forno di famiglia che, grazie al calore e alla forza di sua madre Innocenta, si fa cuore della comunità. Aristide appartiene a un gruppo di sette ragazzi di età diverse, ma in un paese di poche anime le differenze non contano, conta solo stare insieme. Quella domenica del settembre 1938, spensierata e leggera, sarà l’ultima che li vedrà tutti ancora insieme, dalla stessa parte. Quando, cinque anni dopo, il maresciallo Badoglio annuncia l’armistizio, le strade di Cabiaglio si riempiono di gente, le mani a conca intorno alla bocca per gridare al mondo e a sé stessi che la guerra è finita. Aristide e Innocenta si guardano negli occhi, senza bisogno di dirsi il sollievo: allora lui non dovrà più partire soldato, forse potrà restare a fare il pane. Ma il pensiero corre veloce agli amici di un tempo ora lontani, a chi ha sposato il regime e a chi lo avversa, a chi scrive lunghe lettere dalla Grecia e a chi è appena ripartito per il fronte. Come in tutt’Italia, i giorni dopo quell’8 settembre saranno cruciali anche per i sette ragazzi di Cabiaglio e per le loro famiglie, giorni in cui decidere se e contro chi continuare la guerra, giorni in cui essere pronti a morire senza aver iniziato a vivere davvero, giorni in cui donne e uomini, partigiani, repubblichini, prigionieri e disertori si troveranno faccia a faccia con un fucile in mano e dovranno scegliere chi e che cosa salvare.

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