Si chiamava Jean Meslier, visse sotto il regno di Luigi XIV e conobbe la notorietà solo dopo la morte, quando venne aperto il suo testamento intellettuale: un imponente manoscritto, redatto di suo pugno in tre copie identiche, nel quale dichiarava tutte le religioni una menzogna, attaccava senza indulgenze nobiltà e clero e auspicava l’abolizione della proprietà privata a favore della condivisione dei beni. A lui è attribuita anche la celebre e scandalosa invettiva secondo cui “l’ultimo dei re dovrebbe essere strangolato con le budella dell’ultimo dei preti”.
Il paradosso della sua vicenda sta nel fatto che, nonostante idee tanto radicali, Meslier condusse un’esistenza sobria e irreprensibile, dedicata interamente alla sua comunità, svolgendo il ministero parrocchiale con rigore e senso del dovere.

Nasce nel 1664 a Mazeny, in Champagne, in una famiglia benestante. È un ragazzo intelligente e studioso e, su suggerimento del parroco, viene mandato a studiare in seminario. Non era esattamente quello che desiderava ma lo accetta di buon grado. Ci resta cinque anni con un curriculum scolastico di tutto rispetto e lodato dagli insegnanti. Appena ordinato sacerdote viene subito nominato curato presso la parrocchia di Étrépigny un piccolo centro agricolo delle Ardenne, dove resterà fino alla sua morte.
Per quarant’anni Meslier conduce un’esistenza tranquilla e apparentemente irreprensibile. È stimato dai vescovi, non crea problemi, non ambisce a incarichi più prestigiosi. Gli unici episodi degni di nota sono un pettegolezzo iniziale sulla giovane perpetua che vive con lui e un battibecco, nel 1716, con il signorotto locale, accusato dal prete di sfruttare i contadini. Nulla, comunque, che faccia sospettare ciò che verrà dopo.
Dietro questa vita dimessa, però, Meslier coltiva in silenzio un pensiero radicale. È probabile che i suoi dubbi sulla religione siano nati già in seminario a contatto diretto con i testi teologici.
Nel corso degli anni approfondisce letture filosofiche e razionali, da Epicuro a Spinoza, da Montaigne a Cartesio, e matura una visione sempre più critica della fede e delle istituzioni religiose.

Nel 1724, ormai sessantenne e consapevole di essere vicino alla fine, inizia a scrivere il suo “testamento”: un’opera monumentale in cui demolisce, con lucidità e ferocia, tutte le religioni e in particolare il cristianesimo. Lavora di notte, alla luce di una candela, riempiendo 366 fogli di scrittura minuta. Il risultato è una delle più radicali dichiarazioni di ateismo mai scritte fino ad allora.
Il testo è diviso in otto parti e attacca senza mezzi termini la fede come “credenza cieca”, le rivelazioni divine, le profezie bibliche, l’idea di Dio e dell’immortalità dell’anima, accusando la religione di giustificare ingiustizie e tirannie.
Consapevole che il suo scritto fosse pericoloso e che una copia poteva essere fatta sparire facilmente, ne ricopia altre due. Non solo, cosciente delle persecuzioni subite da altri anticlericali
decide di rendere pubblico il suo pensiero solo dopo la morte.
Quando muore, il 30 giugno 1729, il curato che prende il suo posto trova due lettere, un appello ai parroci vicini e al successore, e le copie del testamento. Ma quando il vicario ne ordina la distruzione è troppo tardi: la notizia che un prete, dopo quarant’anni di ministero, rinneghi la propria fede, spiegandone puntigliosamente i motivi, fa rapidamente il giro della Francia e arriva fino a Parigi.

Le copie vengono formalmente depositate presso uffici giudiziari, ma da lì iniziano a circolare clandestinamente in tutta Europa, a prezzi altissimi. Nel giro di pochi anni l’opera diventa un testo di riferimento della letteratura clandestina, girando sottotraccia fino a raggiungere i principali ambienti intellettuali francesi.
Fu Voltaire a riportarne alla luce alcuni passaggi, pubblicandoli nel 1762 con l’appoggio del barone Paul Henri Dietrich d’Holbach e trasformando quel “curato di villaggio”, come lo definì, in una figura simbolo dell’Illuminismo e dell’ateismo militante.




One Reply to “Sapete che è esistito un parroco che non credeva in Dio?”