Recensione a cura di Laura Pitzalis
La prima cosa che mi ha catturato del libro è stata l’immagine di copertina, un particolare del dipinto di Filippo Lippi, “La Madonna col Bambino e due angeli” , nota come la “Lippina”. Mi ha incantato la dolcezza e l’umanità di quel volto di profilo, un volto malinconico, pensieroso che sembra presagisca il futuro del figlio ancora in fasce. Un volto, bellissimo, incorniciato da una elaborata acconciatura con veli impalpabili e perle: la Perfetta Bellezza.
Carla Maria Russo nel suo romanzo Il velo di Lucrezia, Neri Pozza edizioni, ci racconta il “dietro le quinte” di questo capolavoro attraverso la storia di un uomo e una donna realmente esistiti, Filippo Lippi, l’artista autore del quadro, e la modella che si nasconde dietro il volto della Madonna, Lucrezia Buti.
È un romanzo storico ma non solo. Carla Maria Russo ci conduce in un viaggio vorticoso nel cuore dell’arte, dell’amore e della ribellione, in una terra, la Toscana, e in un epoca, il XV secolo, che già coltivavano in tutte le arti, scienze e mestieri, il seme di una nuova era, il Rinascimento.
È il racconto del talento e dell’ossessione morbosa di un artista nella ricerca della Bellezza, con la lettera maiuscola. Perché Lippi non desidera solo trovare connotati eleganti e attraenti nei volti delle fanciulle che corteggia, ma pretende di trovare la perfezione.
È anche il racconto dell’incontro di una giovane donna, la “perfetta bellezza”, che cambierà per sempre il suo destino.
Incontriamo Filippo nei primi anni del Quattrocento, quando era solo un bambino, cresciuto nella Firenze popolare “diladdarno” dalla zia Lapaccia, una donna burbera ma dal cuor d’oro, divinamente caratterizzata dalla Russo, così caricaturale da renderla uno dei personaggi più vivi e reali del romanzo. Io l’ho adorata.
Filippo è un ragazzino sveglio, scanzonato, brioso, molto curioso che vive in libertà, lasciato un po’ a sé stesso dalla zia che, dopo la morte del fratello e padre di Filippo, deve prendersi carico della bottega di beccaio, “per poter campà”. Un carico ostacolato dall’ostilità della gente per la quale era inconcepibile che una donna potesse, da sola, far andare avanti una bottega.
Grazie a questa “libertà” che gli permette di andare in ogni luogo a curiosare, Filippo scopre di avere quella che lui tra sé e sé chiama la “magia nelle mani”, un enorme talento per il disegno che sembra possederlo come i demoni. Le sue mani si muovono quasi da sole per disegnare, lui osserva e con un misero carboncino riproduce quello che vede su qualunque cosa, non sulla carta perché costa ma sulle foglie, sui muri… Questo desiderio bruciante di disegnare lo porta, ancora bambino, ad avere le idee chiarissime sul proprio futuro.
Voglio fa’ il pittore, come i lavoranti della bottega del Bicci
Ma questa sua libertà, che lui usa in maniera provocatoria, lo porterà ad essere uno scapestrato, superficiale, a non saper gestire i soldi trovandosi sempre in rosso anche quando da grande riuscirà ad avere parecchio lavoro, ma soprattutto diverrà un donnaiolo.
E quando la zia, da tempo malata, si accorge che la sua fine è imminente, si preoccupa di assicurare un futuro a Filippo che, oltre lei, non ha nessuno. L’unica strada possibile è farlo entrare in convento che lo terrà a riparo, lo farà crescere, gli fornirà un’istruzione. Lo fa anche se con grande amarezza perché sa che per lui sarà come morire: libero di fare quello che vuole ora deve seguire le rigide regole del convento.
“Avverte tutto il peso, tutta la sofferenza di privare il nipote del privilegio cui sembra tenere di più: la sua libertà. Libertà di uscire quando gli pare, girare come gli pare, praticare la sua attività preferita, ovvero disegnare, disegnare sempre e ovunque […] Lapaccia non osa immaginare come reagirà quando scoprirà non solo il suo destino di oblato al convento, ma soprattutto che esso comporta una sorta di riduzione in schiavitù, dalla quale è impossibile recedere o ritirarsi.”
Filippo non ha alternative e prenderà, suo malgrado, i voti diventando fra’ Filippo Lippi, voti che non sentirà mai suoi: trascorre quasi tutta la sua vita in monastero ma senza mai rinunciare ai piaceri. Il suo talento non può essere negato e questo lo capisce anche l’abate Benedetto suo tutore che non l’ostacola anzi l’aiuta a percorrere la sua strada.
“Forse una natura indisciplinata e una sensibilità anomala sono il presupposto, il nutrimento, di cui il talento ha bisogno per alimentarsi e crescere. Noi, individui cui un’esperienza del genere è stata negata, possiamo e dobbiamo limitarci a sorvegliare questa energia creativa, guidarla – per quanto è nelle nostre capacità – nella giusta direzione, assicurarle condizioni favorevoli per esprimersi ed espandersi.”
Ed è proprio nel contesto del convento che Filippo, o meglio Fra Lippi, inizia la sua scalatadiventando assistente di Masaccio, che lavora alla realizzazione della cappella Brancacci, maestro e ispiratore di una nuova poetica della pittura. Coniugando teoria e pratica, studio e talento naturale, aspirerà a emulare le opere dei grandi maestri della pittura fiorentina più o meno a lui contemporanei, “i Giganti”, come li chiama più volte: Donatello, Brunelleschi, Masolino, Beato Angelico e inizierà una lunga amicizia con l’illuminato mecenate Cosimo de’ Medici.

Ma è anni dopo a Prato, in un altro luogo sacro, il monastero di Santa Margherita, che si compie il suo destino di pittore e, insieme, di uomo.
Filippo, come già detto, era alla ricerca della Bellezza Perfetta, e fin da bambino quando osservava la natura per poi rappresentarla nei suoi disegni, ha sempre intuito che la bellezza fosse nascosta dove meno ci si aspettava di trovarla. E, infatti, le si presenta ancora una volta dentro le mura di un convento, dove era stato inviato come cappellano e poi anche come artista responsabile della realizzazione di una pala d’altare: la splendida e giovanissima suora Lucrezia But, la Bellezza Perfetta.
Non saprebbe dire quanto a lungo si attarda nella contemplazione di quel volto. Non saprebbe dirlo perché è già completamente stregato da quello che vede e ché risucchiato nel processo della creazione. La perfetta bellezza. Eccola, davanti ai suoi occhi. L’ha rincorsa invano per anni e l’ha trovata all’improvviso, quando ormai aveva perso la speranza. Nel luogo in cui mai e poi mai avrebbe immaginato di incontrarla.
Lucrezia ha una storia per certi versi simile a quella di Filippo, ma inasprita dai limiti della condizione femminile dell’epoca. Quando incontra Filippo Lippi ha vent’anni, lui cinquanta.
Figlia di un tintore è costretta a prendere i voti, ad affrontare una vita di clausura che le sta stretta portandola a fare scelte all’apparenza egoistiche, ad avereun carattere a volte insopportabile: è alla frenetica ricerca di libertà perché lei vuole di più, anzi, lo esige. E la trova: scelta come modella vede in Filippo una via d’uscita verso quella libertà da sempre sognata.
La sua vita e quella di sua sorella Spinetta, ci viene raccontata dalla Russo, in forma epistolare, contemporaneamente a quella di Filippo, alternandola nei capitoli ed evidenziandola con un carattere corsivo. Spinetta è da considerare il terzo protagonista del romanzo, la voce peculiare che s’incastra tra le vite di Filippo e Lucrezia. Non è mai la protagonista della sua storia, vive tramite Lucrezia, e solo per mezzo suo. Ciò nonostante s’impone all’attenzione del lettore per la sua singolarità, per la sua notevole arrendevolezza, per il suo maniacale attaccamento alla sorella che ama in modo ossessivo.
Il rapporto di Filippo e Lucrezia si evolve da semplice ammirazione estetica a sentimento profondo e travolgente, destinato a sconvolgere le vite di entrambi e a suscitare scandalo nell’ambiente ecclesiastico e non solo. Uno scandalo che affrontano a testa alta non solo in nome del loro amore ma anche perché si realizzano le loro “ossessioni”, la libertà finalmente conquistata per lei, la realizzazione del capolavoro a cui aveva votato l’intera esistenza per lui.
È in questo incontro, in questa unione tra arte e vita che si ha un netto cambiamento del ritmo e dello schema del racconto: alla vivacità e alla spensieratezza vissute tra le viuzze e botteghe di una Firenze sempre in movimento, si sostituisce una narrazione più lenta, introspettiva. Filippo non solo genio artistico, ma anche uomo tormentato, passionale e profondamente moderno.
In effetti, Il velo di Lucrezia, non è solo la storia di Filippo e Lucrezia e del loro amore proibito, non è solo uno spaccato della storia politica e artistica della Toscana del XV secolo, ma una riflessione su diversi temi: la libertà artistica, il conflitto tra vocazione e dovere, l’ossessione morbosa e la disperata ricerca della perfezione artistica, la forza di un amore capace di sfidare le convenzioni sociali e religiose, l’arte come strumento per raggiungere l’immortalità.
Temi che risuonano ancora oggi, esempio lampante di come un romanzo storico possa essere non solo intrattenimento ma fonte di riflessione ispirando e stimolando la curiosità del lettore: tante le volte che, durante la lettura, ho sentito la necessità di approfondire le conoscenze del periodo storico e dell’arte!
Non sapremo mai come si svolsero realmente i fatti trattati nel romanzo e quali fossero i veri sentimenti dei protagonisti, perché la Russo, basandosi su fatti rigorosamente documentati, ci racconta la sua storia tra rigore storico e finzione invitandoci a coglierne i temi universali ed eterni. Come ci suggerisce la citazione di Abraham Verghese che apre il romanzo:
È letteratura! La grande bugia che dice la verità su come va il mondo!
PRO
Senza dubbio il fatto che la Russo abbia coniugato l’arte con la vita degli artisti e delle persone che li circondavano, dando voce sia ai personaggi che alle loro opere. Infatti, grande attenzione è riservata ai dipinti che hanno influenzato lo stile di Filippo Lippi, in un modo o nell’altro, con descrizioni e analisi dei più noti quadri di artisti fiorentini e no.
L’averci trasportato ai giorni in cui Firenze splendeva sotto il dominio dei Medici, fornendoci uno squarcio veritiero e storicamente accurato non solo della Firenze del Quattrocento, ma anche delle persone che la abitavano.
I dialoghi con l’uso frequente di espressioni dialettali toscane che scandiscono il racconto dell’infanzia e della giovinezza di Filippo. A me hanno fatto impazzire. Strepitosi.
CONTRO
Forse che a un certo punto finisce?

SINOSSI
Firenze 1464. La tela è avvolta in un panno candido fermato da una cordicella, la mano che la regge è malferma per l’emozione. Il momento che Filippo Lippi ha atteso e temuto è ormai giunto: il suo protettore Cosimo de’ Medici sta per vedere l’unica opera davvero perfetta che sia riuscito a creare nel corso della sua lunga carriera, l’unica da cui non vorrebbe mai separarsi. Custodite in quel quadro non ci sono solo la dedizione, le mani dure di fatica, l’incessante lotta contro l’imperfezione. C’è l’amore per Lucrezia, un amore scandaloso per tutti ma per lui purissimo. C’è il patto fra loro , il dono reciproco: la bellezza in cambio della libertà. Sventato, donnaiolo esuberante, sciaguratamente poverissimo, per sfuggire alla miseria ha preso i voti incontrando proprio in monastero il suo destino: un abate illuminato che lo ha mandato a bottega da un noto pittore. Figlia di un tintore, Lucrezia è una ragazza del popolo che dietro il volto di madonna nasconde un cuore appassionato, un desiderio ribelle di esistere, di essere vista, di accendere la quiete intorno a è, un’ambizione divorante che le mura del convento in cui vive non riescono a contenere. L’amore tra la giovane e l’affermato artista, proibito in Cielo e in Terra, folgora le esistenze di entrambi e si eterna in un’opera che ancora oggi desta meraviglia.






