Articolo a cura di Raffaelina Di Palma
“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare.”
È una frase molto profonda di Primo Levi, che ci riporta alla giornata della memoria: per sottolineare l’importanza di ricordare le atrocità della Shoah.
Con questa frase Primo Levi, esplora la complessità morale, dove i confini tra vittima e carnefice assumono sfumature che mostrano come l’oppresso possa trasformarsi in oppressore, come possa diventare un meccanismo infernale nei campi di concentramento. Analizza lucidamente la “zona grigia” di colpa e di come avviene la trasformazione, usando l’esperienza di Auschwitz non come un unicum, ma come una lente per esaminare i germi del totalitarismo e della disumanizzazione che si ripetono continuamente nella società, come evidenziato in “Se questo è un uomo” e “I sommersi e i salvati”.
Il chimico Primo Levi si fa scrittore, per raccontare l’individualità a danno, in primis, degli ebrei, e la particolarità di quel procedimento documentato, che oggi chiamiamo con l’espressione ebraica: Shoah (catastrofe).
Levi con decisa consapevolezza ci fa osservare la mostruosità di Hiroshima e Nagasaki, i Gulag, la sanguinosa campagna del Vietnam, il genocidio cambogiano, i desaparecidos in Argentina e le tante altre guerre terribili delle quali è stato testimone tutto il mondo.
Ma un popolo ha il dovere, nonostante le difficoltà, di capire appieno l’orrore di questi avvenimenti, di conoscere la storia e i fatti, per poter ricostruire una memoria cosciente, per non ricadere negli stessi errori. Parole che ci invitano a esaminare verso un impegno attivo, per conoscere e testimoniare, facendo leva sul sentimento umano di fronte a fatti che minacciano e preannunciano la fine della ragione e della civiltà.

L’orrore dei lager
Il campo di concentramento di Auschwitz venne liberato il 27 gennaio 1945 dalle truppe sovietiche della 60esima Armata del “1° Fronte ucraino” del maresciallo Ivan Stepanovič Konev che arrivarono per prime presso la città polacca di Oświȩcim (in tedesco Auschwitz).
Quantunque i sovietici avessero già liberato, circa sei mesi prima, il campo di concentramento di Majdanek e conquistato, nell’estate del 1944, anche le zone in cui si trovavano i campi di sterminio di Belzec, Sobibor e Treblinka, precedentemente smantellati dai nazisti (1943), fu stabilito che la celebrazione del giorno della memoria coincidesse con la data di liberazione di Auschwitz.
Circa dieci giorni prima, i nazisti si erano precipitosamente ritirati portando con loro, in una marcia della morte, tutti i prigionieri ancora in grado di camminare, molti dei quali morirono durante la marcia stessa. L’entrata in quel campo fece scoprire non solo molti testimoni della tragedia, ma anche i metodi di tortura e di distruzione messi in atto in quel lager.
Primo Levi è uno dei maggiori testimoni dell’Olocausto. “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo:” questa è l’essenza del suo messaggio, il suo richiamo al dovere, alle responsabilità del futuro, come ricordo universale che il male di Auschwitz non è unico, ma un potenziale innato dell’umanità. Mosso da una fortissima necessità di comunicare agli altri la sua spaventosa esperienza, far conoscere il luogo dove nacque il più grande e distruttivo congegno di morte messo a punto dal potere nazista.

Conoscere per non dimenticare
Perché tanti scrittori sono “nati” nei lager? Le ragioni sono diverse. Non è cambiato il mondo, ma il mondo ha cambiato quelli rimasti in vita. Persone che hanno sentito prepotentemente l’onere di scriverne e ricordare: anche per quelli che non sono più tornati.
I deportati, feriti in modo permanente da quella traumatica esperienza, verranno a galla dai campi nazisti ricostruendo il puzzle della loro memoria, descrivendo l’inferno che avevano attraversato.
Viene da chiedersi come si congiunge l’esperienza traumatica dei lager con l’esperienza accompagnata poi dalla scrittura. Alcuni di loro non sono riusciti a continuare il loro percorso umano decidendo di fermarlo: anche se ciò si è verificato molti anni dopo. “I sopravvissuti” restano tali, anche quando ritornano ad una vita normale, quando vanno al lavoro o quando vanno a fare la spesa. Dice Edith Bruck. Non riescono più a dimenticare di essere reduci. Lei fu deportata da bambina e ha dedicato alla testimonianza tutta la sua vita.
Molti scrittori hanno raccontato non soltanto per un bisogno di liberazione, ma per lasciare una testimonianza, perché l’opinione pubblica credesse a ciò che era accaduto e non dimenticasse.
La necessità di raccontare agli “altri,” fare partecipi gli “altri”, ha assunto un istinto diretto e intenso, tale da mettere in secondo piano i bisogni più elementari: riportando a galla verità crude in un tragico vortice, per liberarsi da un incubo senza fine; ma non tutti ci sono riusciti.
Nell’immediato secondo dopoguerra, violando il muro dell’indifferenza, i sopravvissuti, si sono sollevati a custodi, testimoni e interpreti della memoria e dell’ingiuria: la tormentata scelta di scrivere di quei carri bestiame da cui iniziarono i morsi pungenti del freddo, della fame, della fatica: l’agonia per il loro incerto e oscuro destino.
Scrittori e non, hanno messo a disposizione una analisi di lettura fondamentale per focalizzare il ruolo dei carnefici, dei responsabili e delle vittime.

L’indicibilità dell’orrore
Imre Kertész, uno dei più famosi sopravvissuti dell’Olocausto, Premio Nobel per la pace, ha sottolineato che: “Poiché tutto è avvenuto è difficile anche solo immaginarlo.” Lo scrittore olandese Jona Oberski, oggi fisico nucleare, raccontò la sua esperienza di bambino di sette anni nel romanzo autobiografico, “Anni d’infanzia”.
Tanti altri hanno vissuto storie non meno tristi. Come è accaduto allo stesso Primo Levi, non ce l’hanno fatta ad accettare più di vivere. Il viennese Jean Améry, pseudonimo di Hans Mayer, il polacco Tadeusz Borowski e tanti altri…
Se è arduo e penoso, richiamare alla memoria, altro è mettere per iscritto. Malgrado, per tanti, come si può intuire, sia fondamentale. La ragione la spiegò Boris Pahor in una intervista a Isabella Bossi Fedrigotti:
“Raccontare a voce era infatti impossibile, non aveva senso perché chi non è passato per quella esperienza, anche se ci mette buona volontà, non può capire, non può. Forse è per questo che molti sopravvissuti si sono poi uccisi”.
Ogni scrittore ha espresso il proprio dolore individualmente, ma in esso trova espressione comune “l’offesa” non solo per quelli che non sono tornati e per i sopravvissuti, ma per tutto il genere umano.
È stato importantissimo il loro contributo letterario a testimonianza dell’Olocausto.
“Penso che valga la pena di scommettere sull’uomo, se non ci fosse questa fiducia nell’uomo non varrebbe la pena di conservarsi.” (Primo Levi)
Questa “fiducia” di Primo Levi ne richiama alla memoria un’altra:
“Nonostante tutto, continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo.” (Anna Frank)
La loro voce si alza altissima sullo sfondo violento dei lager: facendo perno sulla necessità di conoscere e testimoniare per comprendere la natura umana.



