Recensione a cura di Laura Pitzalis
Di loro alcuni lasciarono un nome, che ancora è ricordato con lode. Di altri non sussiste memoria; svanirono come se non fossero esistiti; furono come se non fossero mai stati, loro e i loro figli dopo di essi.
Questa citazione, tratta dall’opera biblica dell’Antico Testamento “Il libro del Siracide” 44, 8-9, apre il romanzo “Venivamo tutte per mare” di Julie Otsuka, Bollati Boringhieri editore, e riassume perfettamente il tema del libro.
Quando ho iniziato a leggerlo non immaginavo minimamente di trovarmi di fronte un romanzo che avrebbe scosso la mia sfera emozionale. Un romanzo piccolo piccolo di appena 142 pagine, preciso e poetico, un qualcosa di originale sia per quello che racconta, che per la costruzione narrativa. Non aspettatevi colpi di scena o azione, è un romanzo intimo, magnetico, che genera emozioni.

“Venivamo tutte per mare” inizia con il lungo viaggio di donne giapponesi, spesso bambine, che, “costrette” dai più svariati motivi, si recano all’inizio del XX secolo in California. Partono per maritarsi con uomini giapponesi emigrati in America, conosciuti solo tramite un’immagine. Spesso basandosi su fotografie e lettere obsolete o comunque ingannevoli, queste “spose in fotografia” lasciano tutto ciò che hanno per sposare quelli che nella foto sono ritratti con abiti eleganti promettenti una vita di agio e di lusso per poi dimostrarsi poveracci che lavorano dall’alba al tramonto e dormono in baracche, fienili o dormitori.
Che ne sarà di noi, ci chiedevamo, in una terra così estranea? […] Ci avrebbero riso dietro? Sputato addosso? Oppure, peggio ancora, non ci avrebbero prese sul serio? Eppure, anche la più riluttante di noi doveva ammettere che era meglio sposare uno sconosciuto in America che invecchiare con un contadino del villaggio. Perché in America le donne non dovevano lavorare nei campi, e c’erano riso e legna in abbondanza per tutti. E ovunque andassi gli uomini ti aprivano la porta, ti salutavano alzando il cappello ed esclamavano “Prima le signore” e “Dopo di lei”.
Queste donne così ben disposte e così ingenue si accorgeranno presto che la realtà è tutt’altra cosa. Dovranno in poco tempo affrontare sfide cruente per guadagnarsi da vivere in un nuovo paese: la maggior parte dei loro “mariti-sconosciuti”, infatti, le costringono a lavorare come domestiche o braccianti per datori di lavoro bianchi e violenti. Non solo, al rientro a casa devono, anche se stanche, cucinare, pulire e prendersi cura dei bambini. Bambini che avrebbero potuto recare loro gioia e che, invece, sono causa di dolore e preoccupazione: se non muoiono in tenera età, crescono rifiutando le tradizioni della loro terra d’origine e abbracciando i costumi americani.
Si davano nuovi nomi, diversi da quelli che avevamo scelto per loro, nomi che riuscivamo a malapena pronunciare. Una si faceva chiamare Doris. Un’altra Peggy. Molti si facevano chiamare George
[…] Al mattino pretendevano di fare colazione con uova e bacon, anziché con la zuppa di fagioli. Si rifiutavano di usare le bacchette. Bevevano litri di latte. Cospargevano il riso di ketchup. Parlavano un inglese perfetto come quello della radio, e quando ci sorprendevano a inchinarci davanti al dio della cucina e a battere le mani, alzavano gli occhi al cielo ed esclamavano: “Mamma, per favore” […] Ci deridevano quando esigevamo che la mattina ci salutassero con un inchino, e con il passare dei giorni sembravano sfuggire sempre più al nostro controllo.
Davanti a me, vedo sfilare queste donne, le loro fatiche, il matrimonio, la nascita dei figli, la nostalgia della terra natia che Otsuka ci racconta con uno stile narrativo alquanto originale. Non c’è un “io narrante”, né la più usuale “terza persona”, né il più sporadico “tu”: c’è un “NOI”, un noi corale, un noi di voci unificate nel dolore come in una tragedia greca. Donne che non hanno un volto, non vengono descritte, ma le loro voci si sentono chiare e nitide. Non esistono due storie uguali, eppure quel “noi” le unisce e le rappresenta tutte.
Uno stile narrativo di una semplicità disarmante, che risulta sintetico, immediato, crudo. Non prevede dialoghi e si basa su un ricercato uso di ripetizioni ed anafore. Le frasi sono brevi, incisive, martellanti e i verbi, per esempio “siamo state …” o “abbiamo fatto …” o “molte venivano …”, sono ripetuti molte volte nel giro di poche righe per sottolineare le varie esperienze e i vari punti di vista delle donne.
Non ci sono storie complete, discorsi finiti ma frasi, frasi, frasi che, come foto in un album, fanno il racconto. Un effetto polifonico stupefacente che può non piacere a tutti, io stessa all’inizio sono rimasta confusa, disorientata, sconcertata, ma rappresenta sicuramente un modo leggermente diverso di fare letteratura.

Poi arriva l’attacco giapponese a Pearl Harbor e si scatena un’isteria antigiapponese, una profonda ondata di xenofobia americana. Inoffensivi giapponesi americani, rispettosi dell’autorità e grandi lavoratori, d’improvviso vengono demonizzati come spie infiltrate che minano la sicurezza della nazione, possono essere pericolosi, nascondere armi, preparare agguati, minacciare la sicurezza del popolo americano.E per quanto ovviapossa essere la loro innocenza, dal presidente Franklin D. Roosevelt viene presa una decisione che oggi è sconosciuta ai più o ricordano in pochi: i giapponesi devono lasciare le loro case e fatti salire su treni con destinazione sconosciuta.
Nessuno sa dove sono.
Sui giornali e alla radio cominciammo a sentir parlare di trasferimenti di massa. […] Sarebbe successo gradualmente, sentivamo dire, nel giro di settimane, se non di mesi. Nessuna di noi sarebbe stata costretta ad andarsene da un giorno all’altro. Ci avrebbero mandate lontano, verso un punto di nostra scelta nell’entroterra più profondo, dove non potevamo nuocere a nessuno. Ci avrebbero detenute in custodia protettiva per tutta la durata della guerra.
Le pagine dove Otsuka racconta i mesi di crescente ostilità e sospetto che i giapponesi americani vivono, la loro paura, la loro incredulità, prima di essere sommariamente espropriati e deportati nei campi di detenzione come stranieri nemici, sono a mio parere quelle più belle del libro.
Quando inizia la deportazione la narrazione corale cambia, a narrare non è più il gruppo delle donne che venivano tutte per mare, ma diventa quello degli abitanti delle città da cui i giapponesi sparivano che si chiedono dove siano finiti. Forse li hanno rimandati in Giappone? Forse hanno assunto identità cinesi? Forse aiutano i contadini del Dakota o del Montana?
Le loro tracce sono lasciate dietro di sé con “auto abbandonate sui vialetti… case sbarrate e vuote” e attività commerciali “chiuse… con avvisi ufficiali inchiodati ai pali del telefono… che iniziano già a sgretolarsi e sbiadire“. Alcuni ne sentono la mancanza, altri ne sono sollevati, ma col tempo i ricordi dei loro vicini giapponesi iniziano a sbiadire fino a quando non riescono più a ricordare i loro nomi.
“È passato un anno, e quasi ogni traccia dei giapponesi è scomparsa dalla nostra città […] Adesso parliamo poco di loro, o non ne parliamo affatto, anche se di tanto in tanto continuiamo a ricevere notizie dall’altro versante delle montagne – intere città di giapponesi sono sorte nei deserti del Nevada e dello Utah, in Idaho i giapponesi vengono impiegati per raccogliere le barbabietole, e in Wyoming alcuni bambini giapponesi sono stati visti uscire da una foresta al crepuscolo, tremanti e affamati. Ma sono solo dicerie, non è detto che siano vere. Sappiamo solo che i giapponesi sono da qualche parte là fuori, in un posto o nell’altro, e probabilmente non li incontreremo mai più in questo mondo.”

In questo romanzo non è solo l’argomento ad essere originale ma anche il modo in cui è proposto. Julie Otsuka offre soluzioni espressive abbastanza inedite raccontandoci un periodo storico piuttosto complesso i cui temi, in realtà, si rivelano di una attualità sorprendente: con la recrudescenza del razzismo in Occidente e la pulizia etnica in Oriente, ci mostra che i problemi di integrazione sociale sono ancora oggi molto vivi.
Un libro diverso dai soliti romanzi, molto amaro, travagliato, che tratta tante tematiche raccontando storie ed esperienze di vita che riguardano un episodio della Storia del quale, sinceramente, non avevo mai sentito parlare e che, leggendolo, mi ha turbata profondamente. Un episodio poco conosciuto ma che è nostro dovere far emergere.
PRO
Il romanzo di Julie Otsuka è scritto magnificamente. La sua potente narrazione racchiude le vite di un popolo dimenticato, ma ancora vivo nella memoria del Giappone. Affronta il tema dell’integrazione degli immigrati a viso aperto, mettendo in luce la società contemporanea e il trattamento riservato alle popolazioni sfollate.
CONTRO
Lo stile narrativo alquanto originale che può non piacere a tutti.
SINOSSI
Una voce forte, corale e ipnotica racconta la vita straordinaria di un gruppo di donne – le cosiddette «spose in fotografia» – partite dal Giappone per andare in sposa agli immigrati giapponesi in America, a cominciare dal loro primo, arduo viaggio collettivo attraverso l’oceano. È su quella nave affollata che le giovani, ignare e piene di speranza, si scambiano le fotografie dei mariti sconosciuti, immaginano insieme il futuro incerto in una terra straniera. Seguirà l’arrivo a San Francisco, la prima notte di nozze, il lavoro sfibrante, la lotta per imparare una nuova lingua e capire una nuova cultura, l’esperienza del parto e della maternità, il devastante arrivo della guerra, con l’attacco di Pearl Harbour e la decisione di Franklin D. Roosevelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici.




