Autori Classici

I grandi classici della letteratura: Jules Verne

Articolo a cura di Renato Carlo Miradoli

Leggere Jules Verne significa implicitamente domandarsi se si preferisce vivere, oppure sognare di farlo; per poi scoprire che la realtà non è poi così lontana dal sogno. Nel leggere i romanzi di Verne sembra che sia la seconda la risposta vera.

Mi spiego meglio: è più vero il sogno della realtà.

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E, senza neanche azzardare troppo, questo appare innegabile proprio nel nostro mondo del 2025 conteso da un lato dalla costante ricerca della verità (e della verità del cosiddetto Business, per esempio, il quale è cieco, sordo, in due parole: stupido e disumanizzante) contro la poesia, l’arte, la musica, dall’alto (o dal basso…), poi, dei vari social, o dei canali, o siti che sono in grado di distorcere una volta per tutte la verità, la realtà, l’oggettività, e chi più ne ha più ne metta:  non facendo altro che di indurre il navigatore sulla rete a pensare che la realtà sia la finzione di un video, mentre l’immaginazione una passeggiata sul lungomare di Boccadasse della splendida Genova.

Ma torniamo a Jules Verne; e noteremo la grandezza di uno scrittore, erroneamente esiliato nel novero degli scrittori minori e: «Per ragazzi» (?) forse a motivo della semplicità della forma, quasi la semplicità o la immediatezza fossero difetti… mah…? Il quale scrittore sa farti provare emozioni così forti da consentire di entrare nel mondo da lui narrato come protagonista della storia: il lettore è destinato a volare su un pallone per cinque settimane, oppure a essere sparato da un cannone sulla luna e a girarci attorno, oppure a farsi un bel giretto per il mondo in soli 79 giorni.

Avete letto bene, sì: ho scritto 79 giorni e non 80, inquanto se avete letto con attenzione il romanzo rimarrete di stucco di fronte al calcolo che l’autore fa (e scientificamente ben studiato) per cui viaggiando da ovest verso est, buscando il ponente per il levante (al contrario di quanto vantava Cristoforo Colombo), si guadagnano (già nel 1873!) alcuni minuti, importanti per poter anticipare di un giorno l’arrivo.

Ho un ricordo infantile e che riguarda mio nonno (che mi aveva regalato all’età di 7 anni il Giro del mondo in 80 giorni!); il quale nonno fu da me tormentato per ottenere questa spiegazione e il pover’uomo che doveva spiegarlo a un fanciullo così piccolo, aveva tirato fuori carta e penna, enciclopedie, libri, e consultato amici e conoscenti per farlo. E io mi vedevo di nuovo in compagnia di Philias Fogg e Passpartout per arrivare in orario e vincere la scommessa. Sognavo appunto, ma era tutto vero nella mia testa…. Oh, scusate, mi sono sbagliato: volevo dire reale: e quella emozione non la scorderò mai più.

«Sì, ma eri un bambino!» mi si obietterà; e allora aspettate.

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Ed è forse per questo motivo che Jules Verne nato a Nantes l’8 febbraio del 1828 e figlio di un magistrato di provincia, all’età di undici anni tentò una fuga da casa imbarcatosi come mozzo su una nave di lungo corso in partenza per le Indie. Riacciuffato dal padre subito dopo la partenza a Paimboeuf presso l’estuario della Loira, e rimproverato aspramente a motivo delle preoccupazioni causate alla famiglia, confessò di essere salpato per un’unica ragione: tornare con una collana di coralli per la cuginetta Caroline, di cui era follemente innamorato. Tuttavia, alla furia del padre ebbe a promettere: «Non viaggerò più, se non in sogno», e in un primo momento si dovette rassegnare a vedersi avvocato, come voluto dall’austero e, si dirà, lungimirante e pragmatico genitore; il quale, immaginiamocele dai!, avrà detto sagge e sensate parole: «Vorrai mica vivere di scrittura, di romanzi o di azioni teatrali: insomma, figlio mio, vorrai mica rinunciare alle cose belle della vita: ai soldi e alla posizione?». E per avere queste cose belle la società borghese di allora (e anche quella di adesso, in fondo) legava, al benessere offerto da una posizione, la felicità dell’uomo.

A dirla tutta, doveva pensarla così Caroline, l’amata di Jules; la quale forse, e ancor prima del padre di lui, aveva ben capito la vera stoffa da vano sognatore del nostro futuro scrittore di romanzi; ed ella nel 1847 si sposò con un altro, lasciandolo nella disperazione e facendo sì che egli si arrendesse alla volontà del prudente genitore: Jules, dunque, finì, pur senza tanta convinzione, per laurearsi in giurisprudenza a Parigi, per tentare una carriera in quel campo proprio negli anni intorno al 1848… che sappiamo che quarantotto fu nella vita politica europea.

Ma non si può comprimere l’acqua, come si suol dire, e Jules in barba alla prudenza paterna e al buon senso, come si dice in queste occasioni, proprio di fare il leguleio non ne voleva sapere e si accontentò di condividere con un amico un piccolo appartamento a Parigi da dove, sulle orme del pucciniano Rodolfo in La Bohème, scrive sognando la sua realtà.

Sappiamo anche l’indirizzo dove egli insieme all’amico Édouard Bonamy (rue de l’Ancienne-Comedie per la precisione, non lontano da l’Île de la Cité) andò a vivere in un appartamento ammobiliato.

Il poeta latino Orazio Flacco, tuttavia, aveva ragione e: «Carmina non dant panem», cioè, le poesie non danno il pane; e appunto la massima si può ben applicare a Jules, i cui versi non gli diedero nel breve né la fama, né la grana, tutte cose necessarie a vivere; e il giovane poeta, notato da Alexandre Dumas figlio, e da Alexandre Dumas padre, ebbe l’opportunità di rappresentare alcuni presso il Théâtre-Historique dai medesimi fondato nel ’47, ma senza tanto successo.

Scrisse alcuni testi per operette e azioni teatrali di poco conto, ma la vita fu avara di soddisfazioni e ricompense; e fu così che nel 1857 Jules sposa una ricca vedova e ci sorge il dubbio che, se non fu l’amore a dettare la scelta, fu il bisogno (sempre per non smentire Orazio).

Anne Morel (questo è il nome della sposa) portava con sé nella nuova unione tanti soldi (ereditati dal primo marito defunto) e due figlie, ma diede un nuovo figlio, Michel, al nostro Jules; e il nome del figlio per ben tre volte fu lo stesso delle imbarcazioni che Jules acquistò e battezzò in onore di lui per compiere alcuni tour nella manica e risalendo la Senna.

Eh sì, perché vedete, il nostro autore fece numerosi viaggi (c’era da immaginarselo, visto il temperamento irrequieto di lui): nel ’59 in Inghilterra e Scozia, nel ’61 Norvegia e Scandinavia, e non dimentichiamo nel ’67 addirittura negli Stati Uniti, a bordo di un piroscafo, il Great Eastern, con una missione a metà strada fra l’avventura e la missione scientifica e industriale: collocare sul fondo dell’Atlantici i cavi telegrafici transoceanici per collegare il vecchio continente e quello nuovo.

Quest’ultimo viaggio non sarebbe degno di menzione se non fosse per il fatto che egli ebbe in questa occasione l’ispirazione del suo famoso romanzo Ventimila leghe sotto i mari del 1870, con il capitano Nemo, e il sommergibile Nautilus, e la piovra, e l’isola misteriosa (e non posso che trovare affascinante la ragione remota dell’ispirazione che dettò al cervello di Verne le pagine che poi ho letto verso i 10 anni!).

Ma non è finita: nel 1880 Verne gironzolò ancora con il suo Saint Michel, l’imbarcazione di cui dicevamo, perlustrando le coste della Norvegia, della Scozia e dell’Irlanda.

Per farla breve, tutti questi viaggi ci rappresentano un uomo in continuazione alla ricerca dell’avventura da un lato, e della smania di vedere, osservare, descrivere quanto poi sarebbe finito, in termini di paesaggi ed emozioni vissute, negli splendidi romanzi pubblicati dall’editore francese Pierre Jules Hetzel a partire dal 1862; editore con il quale il nostro autore sottoscrisse un contratto pluriennale che lo vide legato all’uomo fino alla morte di lui nel 1886, episodio drammatico e dolorosissimo per Verne che soffrì disperatamente per la morte di chi ormai era divenuto un amico.

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L’elenco dei viaggi fin qui ci induce forse a pensare che Verne ebbe a mentire al padre con la promessa (ricordate? L’ho scritto qualche riga fa!) di limitarsi al sogno come luogo ideale delle proprie avventure. Può darsi… ma quanto depone a favore del nostro autore è la fervida immaginazione che coinvolge al punto di realizzare quel sogno.

Ma la fantasia non basta; Verne fu un grande ricercatore e studioso della scienza, di quella, cioè, del tempo suo, che con gli occhi di oggi è piuttosto ingenua e forse infantile (da qui il giudizio di romanziere solo per giovani, credo). Ma se un lettore non superficiale, approfondisce alcuni aspetti della narrazione dello scrittore, egli verrà sorpreso, per esempio, dalla precisione del luogo scelto per far andare in orbita il proprio missile sulla luna, luogo che è mirabilmente la Florida, da dove appunto l’Apollo 13 partì per il viaggio nel 1968; oppure la descrizione del Nautilus, il favoloso sottomarino del capitano Nemo.

Coincidenze? E va bene coincidenze! Non di meno, resta la forza di quella ricerca che lo rese appunto credibile: e forse, con i mezzi di trasporto dell’epoca, sarebbe stato davvero possibile rispettare il calcolo da Verne fatto, per fare il giro del mondo in 79 giorni, e non 80, come preventivato.

Grazie alla forza di tale ricerca, il lettore (e la mia infanzia è la testimonianza che ciò è possibile) può vedere quanto non vede, e sentire quanto non sente; e lo fa a maggior ragione godendo della precisione con cui vengono presentati personaggi e luoghi, fosse anche la discesa nel ventre della Terra per inseguire le orme di Arne Saknussemm da parte del professor Lidenbrock.

Gli anni dell’apogeo di Jules Verne sono quelli intercorsi fra il 1872 e il 1886, nei quali fanno la comparsa sul mercato editoriale i lavori di maggior successo e quelli che senza neanche averli magari letti li conosciamo per l’esser essi stati utilizzati come soggetto di un film, persino come storia di un fumetto di Topolino; o rimaneggiati da registi ancor più fantasiosi per vantare i nuovi effetti speciali così attrattivi.

Il nostro scrittore non aveva tali effetti speciali, forse perché lo speciale era davvero lui, essendo capace di attrarre con le sue parole tanto semplici, quanto efficaci, l’attenzione di grandi e piccini, quando davvero la lettura diventa magica e di conforto profondo.

E se Jules Verne non poté godere di una vita veramente felice negli ultimi suoi anni (fu vittima di un ferimento da parte di un pazzo, le cui ragioni non furono ben chiare nel 1886 e rimase vittima di una paralisi alle gambe negli anni successivi che lo costrinse su di una sedia a rotelle) egli lavorò fino all’ultimo giorno alla scrittura (come lo capisco!) e come attivo consigliere comunale nella cittadina di Amiens, dove si era trasferito definitivamente: «Parigi non mi rivedrà più!».

Vi lascio invitandovi alla scoperta (o riscoperta!), se le mie povere parole hanno avuto successo… del grande Jules Verne, ma so che facendolo avrete quasi la sensazione di come egli appaia un profeta di invenzioni e avventure, che potremmo definire futuribili, in quanto oggi quelle stesse cose noi le viviamo davvero.

Buona lettura… di Jules Verne.

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