“Pecunia non olet” è una delle locuzioni latine più conosciute e ancora oggi usate anche nel parlato italiano per indicare che il denaro è sempre denaro, indipendentemente dalla sua provenienza. Una frase diventata proverbiale nei secoli e che nasconde una storia avvincente che ha origine nella Roma imperiale, in un periodo di forte crisi economica dopo anni di guerre civili e di spese folli volute da Nerone.
Innanzitutto, la parola pecunĭa (“denaro”) deriva da pěcus, termine che indicava specificamente le pecore e più in generale il bestiame: d’altra parte in una società di contadini e allevatori basata inizialmente sul baratto, la vera ricchezza era rappresentata dai capi di bestiame, e quindi la frase poteva suonare come “le pecore non hanno odore”. In seguito, “pecunia” subì un mutamento del significato diventando un sinonimo di denaro.
La storia di questa locuzione, però, non finisce qui.
Secondo quanto riportato da Svetonio in De vita Caesarum, e da Cassio Dione in Istorie romane, sarebbe stato l’imperatore Tito Flavio Vespasiano (9-79 d.C.) a pronunziarla per primo, come risposta al figlio Tito contrariato dal fatto che il padre avesse imposto una tassa, la centesima venalium, sui bagni pubblici gestiti da soggetti privati.
All’epoca, nelle fulloniche, le lavanderie romane, e nei laboratori dei conciatori, l’urina era una materia prima preziosa: conteneva ammoniaca, utile per sgrassare i tessuti e trattare le pelli. Non solo, era ritenuta preziosa anche per la cura di alcune malattie e, poiché ricca di fosforo e azoto, applicata nella coltivazione dei campi.
I proprietari dei bagni pubblici vendendo l’urina riuscivano a ottenere entrate considerevoli e si può quindi immaginare quale fiorente e lucroso commercio scaturì da questo.
La cosa non passò certo inosservata all’imperatore Vespasiano che fiutò immediatamente il vantaggio di tassare un prodotto tanto indispensabile in vari ambiti, tassa che garantiva entrate sicure e importanti permettendo all’erario di rimpinguare i propri conti in breve tempo.
Leggendario l’aneddoto tramandato da Svetonio che vorrebbe che il figlio di Vespasiano, Tito, avesse lanciato una manciata di monete in uno dei bagni in segno di sfida e sprezzo al padre: quest’ultimo le avrebbe raccolte senza fare una piega e, nel gesto di annusarle, avrebbe pronunciato le fatidiche parole “pecunia non olet”.
C’è un’altra interpretazione che vede sempre Tito indignato che urla al padre: “Una tassa sull’urina è una vergogna per Roma”. Ma il padre non risponde subito, attende la prima entrata fiscale, chiama il figlio e gli porge una moneta proveniente da quelle entrate. Gli chiede: “Puzza?”. Il giovane risponde: “No”. E Vespasiano conclude: “Atqui e lotio est”, “Eppure viene dall’urina”.
Indignato della bizzarra tassa, la reazione del popolo romano non tardò ad arrivare e, in una sorta di “pasquinata” dell’antica Roma, cominciò a chiamare col nome dell’imperatore gli orinatoi pubblici, che in effetti ancora oggi sono chiamati “vespasiani”.



