Recensione a cura di Raffaelina Di Palma
Sullo sfondo imponente dell’Europa si erge la Russia del XVII e XVIII secolo da dove si dispiega la straordinaria storia di Pietro il Grande, uno dei sovrani più lungimiranti e “anomali” della storia.
Un uomo dalla personalità complessa: violento, tenace, spietato e intuitivo.
La Storia con la esse maiuscola è costituita dalle grandi personalità dotate di intuizioni o “visioni” che anticipano il futuro.
Uno dei primi progetti di notevoli dimensioni realizzato dal giovane zar fu il coordinamento della Grande Ambasceria, una missione diplomatica destinata a instaurare il dialogo con l’Europa.
Lo scrittore e storico, Daniele Cellamare, con “Fuga in Siberia. Lo zar e lo sciamano”, edito da Les Flâneurs Edizioni, ci introduce in una potente nazione, portata allo splendore europeo da Pietro il Grande. Entriamo in una Russia ardita, in subbuglio, desiderosa di scrivere il proprio futuro.
Il clima sociale e politico della Russia, dal 1682 al 1725, fu un periodo caratterizzato da forti tensioni, ma anche da una profonda trasformazione, generata dalle radicali riforme allo scopo di modernizzare e occidentalizzare il Paese, in base a un modello autocratico e centralizzato. La società rimase rigorosamente divisa in classi, tuttavia, le riforme ne modificarono l’evoluzione interna e i costumi. I grandi rinnovamenti riguardarono la vita stessa del Paese. I boiari, (l’aristocrazia russa), furono costretti a tagliarsi la barba, la moda impose parrucche e abiti di foggia europea, si davano serate mondane con balli, giochi e cibi ricercati. In Russia si riversarono centinaia di artigiani e scienziati mentre i giovani russi studiavano in Europa a spese dello Stato. Nascevano istituti scolastici, l’Accademia delle Scienze, il primo teatro pubblico e il primo museo con biblioteca. Pietro I introdusse il Calendario Giuliano e ordinò di festeggiare l’anno nuovo il 1° gennaio.
“Stavano ancora osservando incuriositi quello strano ragazzone, quando si avvicinò un maestro d’ascia con un maglione rosso a collo alto e il grembiule in pelle scura.
«Ma come, non lo conoscete ?» I due uomini scossero la testa. «È Pjotr Alekseevič Romanov, lo zar di Russia». «Ma cosa dite? Non è possibile!». Qui al porto lo sanno tutti, è quasi un anno che lavora con i nostri operai, sembra che gli piaccia fare il carpentiere». «Stento a crederlo…» disse l’altro signore, «stiamo davvero parlando dello zar? L’uomo che, dalla morte del povero Ivan, governa su tutta la Russia?».
Lo zar Pietro I Alekseevič Romanov, noto come Pietro il Grande, intraprese il famoso viaggio in incognito in Europa, noto come la “Grande Ambasceria” che si svolse tra il 1697 e il 1698, durante il quale lavorò come carpentiere in Olanda per apprendere l’arte della costruzione navale. L’obiettivo di quel viaggio era duplice: formare un’alleanza cristiana contro l’Impero Ottomano per ottenere sbocchi marittimi a sud e allo stesso tempo modernizzare la Russia importando tecnologia, conoscenze e personale tecnico occidentale. Per un breve periodo, lavorò sotto lo pseudonimo di Pietro Michajlov. Fu necessario per mantenere l’anonimato e imparare il mestiere direttamente sul campo. Il regno di Pietro il Grande fu un periodo di cambiamenti sostanziali, che portarono la Russia a diventare una potenza europea. Riforme che modernizzarono il Paese nella sfera politica, culturale e militare, raggiungendo l’apice nella fondazione dell’Impero russo nel 1721.
Lo zar ammirava la civiltà Occidentale, era attratto soprattutto dall’elegante abbigliamento olandese.
“«Vedete , lor signori sono vestiti all’ultima moda, con i pantaloni corti, le calze lunghe di seta e gli scarpini eleganti: anche le vostre parrucche non sono appariscenti ma piuttosto contenute e signorili, senza dubbio». «E con questo?» «Pjotr è stato sempre affascinato dall’eleganza olandese, e più di una volta ha ripetuto che avrebbe voluto introdurre in Russia abiti più raffinati dei lunghi camicioni che sono soliti indossare».”
Un giorno Pjotr avrebbe eliminato anche l’usanza del terem. Sapeva che avrebbe avuto problemi nell’abolizione di quella assurda casa, dove le donne della nobiltà russa vivevano segregate, senza la possibilità di avere una vita sociale, come invece accadeva nelle capitali europee. Le donne nobili russe erano completamente subordinate ai mariti. Mentre le donne dei villaggi, nelle fattorie di campagna, non subivano le stesse limitazioni.
“«Ciao, Pjotr», lo salutò il maestro d’ascia, «tutto bene?» Pjotr non rispose e si limitò a osservare dall’alto in basso i due uomini d’affari, poi girò loro intorno e rimase a fissarli. […] Solo a quel punto i due si accorsero dell’altezza straordinaria dello zar, superiore ai due metri, e che la testa, le mani e i piedi erano decisamente più piccoli del dovuto, una sproporzione insolita che si poteva notare solo da vicino.”
Nell’Olanda dei cantieri navali un uomo lavorava in incognito tra scafi e argani: quell’uomo era lo zar Pjotr Romanov, deciso ad apprendere l’arte della carpenteria per rifondare l’Impero russo. Una flotta di navi avrebbe aiutato la Russia a uscire dall’isolamento, l’avrebbe liberata dalla società prevalentemente agricola, dominata dalla servitù della gleba. Intanto a Mosca il potere, tra congiure e rivolte, era incerto, una situazione sempre pronta a esplodere.
Tornato in Patria, Pjotr abbatté i vecchi costumi trasmessi da secoli, introdusse usanze straniere reprimendo con spietata ferocia ogni forma di opposizione.
“«Ancora decapitazioni e impiccagioni, non vi siete ancora stancato?» replicò Anna Mons.
«Niente affatto!» esclamò Piotr. «Anzi, ho in mente qualcosa di più raffinato. Farò giustiziare gli uomini, mentre alle famiglie dei traditori riserverò un altro trattamento: farò cacciare le mogli e gli orfani da Mosca e li costringerò a morire di fame, nessuno dovrà dare loro un lavoro né ospitalità, neppure nutrirli e vestirli. Sarà questa la loro punizione». Quando udì quelle parole Martin Janssen provò un senso di sgomento. […] Quando aveva deciso di seguirlo non poteva certo immaginare di cosa sarebbe stato capace di fare quell’individuo così malsano. Adesso doveva reagire.”
Martin, il giovane servo olandese, analizzava sgomento la mutazione del suo padrone. Era diverso quando lo serviva in Olanda. Diventò spettatore ignaro del suo cambiamento e delle sue contraddizioni. Spaventato dalle atrocità cui era costretto ad assistere, scappò. Durante la fuga incontrò i fratelli, Kira e Ivan. Insieme con un gruppo di cacciatori di pelli intrapresero un viaggio verso la Siberia, un territorio di una bellezza aspra e indomita, una terra d’esilio e di attesa, tra cui ad un pretendente al trono si contrapponeva con una ferocia inaudita il destino di tre ragazzi in fuga in un viaggio della speranza: irto di pericoli e incognite, mettendoli a dura prova.
Daniele Cellamare mette in rilievo le trasformazioni in campo culturale, che attraversarono la Russia. L’importazione di tecnici, scienziati e artisti dall’Occidente e l’istituzione di scuole militari e navali agevolarono la nascita di una nuova élite, colta e legata al piano di modernizzazione attuata dal sovrano.
Pietro riuscì a salire al potere lottando strenuamente per imporsi alla sorella Sofia e in seguito dovette fare i conti con l’odio che il figlio, Aleksej Petrovič, nutriva nei suoi confronti. A Mosca, lo zar Pjotr, venne in contatto con un quartiere dove erano presenti tante nazionalità diverse. La sua azione di governo si protese sempre più verso l’occidentalizzazione. Ben presto capì l’arretratezza nella quale si trovava la Russia e volle fortemente avvicinarla, sia culturalmente che fisicamente, all’Occidente.
Viaggiò molto in Inghilterra e in Irlanda per le quali ebbe una profonda ammirazione.
Lo stile di Daniele Cellamare è caratterizzato da un equilibrio tra precisione storica e fluidità narrativa. Nel ricreare un’epoca passata si basa su dettagli realistici: su abiti, ambienti e tradizioni.
Leggere questo romanzo è come fare un viaggio epico, coinvolgente, che tesse forza, speranza e idolatria, ma in cerca di un anelito di libertà. Un viaggio verso la Siberia, una fuga dall’oppressione in una fusione con le radici più profonde dell’animo umano, che si trasforma in una lettura straripante di energia vitale.
Pro
Pietro il Grande non riuscì ad espandere la sua alleanza anti-ottomana come si era prefissato, ma gli fornì molti spunti di rinnovamento, in particolare in campo militare e navale, da riportare in Russia e gli consentì di conoscere da vicino le realtà dell’Europa occidentale, delle sue corti e di intessere personalmente legami diplomatici di peso.
Contro
Peccato che queste civili intuizioni fossero accompagnate da tanta crudeltà.

Trama
Nei cantieri navali di Zaandam, fra argani e scafi in costruzione lavora in incognito lo zar Pjotr Alekseevič Romanov, deciso a carpire dai maestri olandesi l’arte della carpenteria navale. Mentre a Mosca il trono vacilla tra congiure e rivolte. Pjotr progetta di rifondare l’Impero, oscillando tra visioni grandiose e una spietata sede di vendetta. Tornato in patria, abbatte tradizioni secolari, introduce costumi stranieri, reprime nel sangue gli oppositori e non esita a impugnare la scure in prima persona. Accanto a lui, Martin Janssen, un giovane servo olandese, diventa testimone inconsapevole delle sue contraddizioni. Il potere dello zar segna anche il destino di Ivan e Kira, fratelli senza famiglia che sopravvivono tra miseria e fanatismo religioso, in fuga da Mosca per sfuggire all’arresto. Sarà la Siberia, remota e crudele, con le sue lande sterminate e i suoi riti ancestrali a trasformarsi nel crocevia delle loro vite: terra di esilio e di speranza, ultima frontiera di coloro che resistono alla tirannia del potere centrale.



