Autori Classici Viaggio nella storia

I grandi classici della letteratura: Margaret Mitchell

Articolo a cura di Laura Pitzalis

Se si parla di “Via col vento” nell’immaginario collettivo si visualizza immediatamente  il film del 1939 con Vivien Leigh che pronuncia l’ultima e iconica battuta del film, “Dopotutto domani è un altro giorno” e Clark Gable, che, da sotto i baffi scuri, pronuncia il celebre “Francamente me ne infischio”.

Ma “Via col vento” è, prima di tutto, un romanzo storico, entrato di diritto nell’Olimpo dei grandi classici, che permise il3 maggio 1937, in un’epoca in cui le donne lottavano per farsi ascoltare e rispettare, di assegnare il premio più prestigioso della letteratura mondiale, il Premio Pulitzer, alla scrittrice di Atlanta Margaret Mitchell.

Ragazza dell’età del jazz del primo femminismo, volitiva e ribelle anche se minuta e gracile, Margaret Mitchell nasce ad Atlanta, nella profonda Georgia, l’8 novembre 1900, da una famiglia benestante e nota in politica: suo padre, Eugene Muse Mitchell, è un avvocato, sua madre, Maybelle Stephens, una delle principali suffragette di Atlanta, guardata con scetticismo dall’alta società borghese per il determinato e attivo sostegno a favore del diritto di voto per le donne (che non vedrà mai realizzato). Entrambi sono i responsabili del vivo interesse di Margaret per la letteraturafin da bambina.

Nonostante siano passati 35 anni dalla fine della Guerra Civile Americana, l’orgoglio ferito dei sudisti, segnato dalla guerra persa, dalla distruzione di Atlanta e dal successivo periodo di Ricostruzione, le viene vividamente trasmesso dalla nonna, Annie Stephens, una donna irrequieta, facile all’ira, con cui la nipote non ebbe mai un rapporto idilliaco, ma dalla quale ascolta le tante storie di resilienza, non dei soldati al fronte, ma delle donne del Sud, divenute allora per la prima volta, padrone di piantagioni e del loro stesso destino. Contribuiscono anche i numerosi inviti a cena di ex-soldati confederati che riempiono le serate raccontando aneddoti di cui la ragazza ne fa tesoro. Nessuno di loro però le dice che il Sud aveva perso, lo scopre solo molti anni dopo.

Quando Margaret ha circa tre anni, il suo vestito prende  fuoco e la madre, traumatizzata, inizia a vestirla solo con i pantaloni. A seguito dell’episodio, suo fratello comincia a chiamarla “Jimmy”, dal personaggio dei fumetti “Little Jimmy“: Margaret stessa dice di essere rimasta un “ragazzo” fino all’età di quattordici anni.

Ha poca voglia di imparare e il suo rendimento scolastico è di conseguenza scarso: torna dal suo primo giorno di scuola lamentandosi per la noiosa aritmetica e per l’obbligo impostole di indossare un vestito (al posto dei pantaloni, da sempre prediletti).

Solo la scrittura emerge presto come talento. Fin da piccola inizia a scrivere storie di animali, fiabe e racconti d’avventura. Realizza le copertine dei suoi libri e ne rilega le pagine. A undici anni, chiama la sua “casa editriceUrchin Publishing Co.

Di animo ribelle e anticonformista, ha assimilato in toto l’educazione rivoluzionaria datale dalla madre in aperto contrasto con i principi patriarcali dell’epoca. A quindici anni dopo una discussione con il padre dispotico e bacchettone scrive nel suo diario:

Se fossi un maschio tenterei con West Point, [la United States Military Academy, un’accademia militare federale dell’Esercito degli Stati Uniti], oppure farei il pugile professionista, qualsiasi cosa che mi possa dare un’emozione”.

Nel 1918 si diploma presso il locale Washington Seminary, e inizia gli studi di medicina allo Smith College di Northampton, nel Massachusetts, dove inizia a farsi chiamare con il soprannome che usano in famiglia, Peggy. L’aspirazione di Margaret di diventare medico è quasi certamente dovuta all’insistenza della madre Maybelle secondo la quale l’istruzione è indispensabile per l’ indipendenza di una donna.

Nell’estate del 1918 incontra ad un ballo riservato ai giovani militari Clifford Henry, un ufficiale laureato ad Harvard appartenente all’alta società, che le regala un anello di fidanzamento. Fidanzamento che terminerà tragicamente quando Henry, scoppiata la Prima guerra mondiale, parte per il fronte francese e non ritorna più. Soltanto più tardi Margaret viene a conoscenza della sua morte in battaglia.

Amante dei balli, frequentatrice di feste chiassose e per la sua condotta scandalosa, (una esibizione pubblica con un partner maschile nell’ Apache Dance, un passo a due erotico importato da Parigi), bandita dalla Junior League, l’organizzazione benefica della società bianca per le giovani donne, Margaret deve interrompere gli studi allo Smith College a causa della morte improvvisa della madre provocata dall’epidemia di spagnola.

Il padre la rivuole a casa perché si occupi di lui e del fratello.

Non prosegue gli studi né ne inizierà altri, ma non si arrende: a ventidue anni inizia a collaborare con l’Atlanta Journal Sunday Magazine, usando “Peggy Mitchell” come firma. Diventa ben presto una giornalista locale di successo scrivendo recensioni, bozzetti, interviste a personaggi famosi, memorabile quella a Rodolfo Valentino, nonché biografie dei generali georgiani della Guerra di Secessione. È una delle prime donne reporter in un’epoca in cui tutti i giornalisti sono ancora uomini. Così si descrive a quel tempo:

Una di quelle ragazze coi capelli corti, le gonne corte e la testa dura che, secondo i preti, sarebbero finite impiccate o all’inferno prima dei trent’anni”.

Durante questo periodo scrive 129 articoli di approfondimento e molti articoli di cronaca.

Nel 1922 conosce il giocatore di football, Berrien “Red” Upshaw, che proviene da un’importante famiglia di Raleigh, nella Carolina del Nord, e nonostante la sua famiglia ne scoraggi la relazione, Margaret cede al suo fascino e lo sposa all’età di 21 anni. Berrien però è una persona violenta, manesca e instabile, inoltre, in pieno Proibizionismo, contrabbanda alcolici. Il matrimonio si rivela da subito un disastro che culmina in abusi sessuali domestici. Si arriva al divorzio solo due anni dopo nel 1924.

Per quanto breve sia stata questa relazione, Margaret ne rimane traumatizzata ed elabora la sofferenza nella scrittura. A starle vicino in questo periodo John Robert Marsh, migliore amico dell’ex marito, che si dimostra fin da subito compagno fedele, capace di comprendere il suo carattere ribelle.

Si sposano il 4 luglio del 1925 con cerimonia non cattolica e si stabiliscono in un appartamento ad Atlanta che chiamano “The Dump”, la “discarica”, oggi la Margaret Mitchell House and Museum.

Quando la brillante carriera giornalistica di Margareth viene interrotta a causa di un infortunio alla caviglia che la costringe a letto per diversi mesi, John la incoraggia a scrivere un romanzo: stanco di rientrare a casa con traballanti pile di romanzi che la consorte divora in poche ore, le porta a casa una Remington per “smettere di divorare libri di altri e iniziare a scriverne di suoi”.

Seguendo i suoi consigli, Margaret inizia a lavorare a un romanzo, “il mio libro” come semplicemente lo chiama, su una donna coraggiosa, Scarlett O’Hara, (Rossella nella traduzione italiana), che possiede la sua stessa e profonda personalità: ribelle, appassionata, testarda, innamorata di un uomo che non avrà mai, ambientato nella Georgia, prima, durante e dopo la Guerra Civile.

Appollaiata su un vecchio tavolo da cucito, scrive prima l’ultimo capitolo, gli altri senza un ordine particolare. Quando arrivano visitatori, copre il suo lavoro perché il suo romanzo deve rimanere segreto. Più volte taglia e riorganizza i capitoli, scrive e riscrive più volte il primo, conferma i dettagli e cambia il nome della protagonista (originariamente chiamata Pansy). Vuole un romanzo storicamente accurato e attendibile e per questo legge migliaia di libri, documenti, lettere, diari e vecchi giornali. Le pagine del manoscritto, che a nessuno era permesso leggere, spuntavano dai cassetti, fungevano da zeppa per mobili traballanti, o, impilate, da “tavolino”.

Lo conclude solo nel 1929, poco più di nove anni dall’inizio.

Sebbene scriva con passione e perseveranza, Margaret non prende mai in considerazione l’idea di pubblicare il suo romanzo perché sottovaluta le sue capacità letterarie e lo chiude in un cassetto: solo il marito e pochi amici ne sono a conoscenza.

È solo grazie alla “soffiata” che l’amica Lois Dwight Cole fa alla casa editrice Macmillan, alla ricerca di promettenti scrittori, che il romanzo viene pubblicato nel 1936 con il titolo Gone with the wind, titolo che Margaret attinge da una strofa di Cynara, una poesia di Ernest Dowson, che secondo lei aveva il “far away, faintly sad sound I wanted”, il suono lontano, vagamente triste, che volevo.

Via col vento è lungo 1.037 pagine e viene venduto a tre dollari.

Dopo sei mesi, il libro conta già un milione di copie, diventando un fenomeno letterario e ricevendo recensioni entusiastiche. La storia di Scarlett O’Hara donna indomabile che sfida convenzioni e avversità, conquista il mondo e nel 1937 la Mitchell vince il Premio Pulitzer.

Naturalmente Hollywood non può ignorarla: il produttore David O. Selznick trasforma il romanzo in un kolossal diretto da Victor Fleming. Nonostante le resistenze della Mitchell, che non vuole partecipare alla realizzazione della sceneggiatura né alla scelta del cast, il film con Vivien Leigh e Clark Gable ottiene nel 1939 otto premi Oscar, due premi speciali, cinque nomination ed entra nella leggenda.

Da un giorno all’altro Margaret diviene una celebrità, è costantemente richiesta per conferenze e interviste e rimane sotto i riflettori del pubblico grazie alla produzione e alla première del film.

All’inizio acconsente, ma in seguito, adducendo problemi di salute, (confessa che per la fatica si era ammalata e le erano caduti i capelli mentre correggeva le varie stesure del romanzo e che aveva riscritto per sedici volte il primo capitolo), declina queste richieste dicendo di voler rimanere semplicemente la signora John Marsh: schiva e riservata come sempre, rifiuta di cavalcare la fama, proteggendo la sua privacy.

Per questo motivo non scriverà mai il seguito di Gone with the Wind e impedirà ad altri di farlo.

Così, nonostante il suo potenziale letterario e il suo travolgente successo, Via col vento rimane l’unico romanzo pubblicato dalla Mitchell mentre era in vita.

Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si unisce alla Croce Rossa, diventando istruttrice di primo soccorso e creando una sala ricreativa per i soldati ad Atlanta. Contribuisce a raccogliere fondi per la guerra e dedica molto tempo a scrivere lettere a soldati, marinai e marines, invia loro ottimismo, incoraggiamento e solidarietà. Lavora instancabilmente arrivando persino ad allestire una nave ospedale.

Finita la guerra, si dedica senza sosta alla gestione del suo capolavoro, rispondendo personalmente a ogni lettera degli ammiratori, e a proteggere il copyright del suo libro intentando azioni legali contro gli editori stranieri che producevano edizioni non autorizzate o di qualità inferiore del romanzo. I suoi sforzi per proteggere i suoi diritti letterari all’estero richiamano l’attenzione sull’inadeguatezza delle tutele del copyright per gli autori americani guidando il Congresso a emanare miglioramenti legislativi.

La sera dell’11 agosto 1949, un tassista fuori servizio, ubriaco, al volante della sua macchina privata, investe la scrittrice, mentre diretta al cinema con il marito attraversava la Peachtree Street di Atlanta. La donna portata d’urgenza al Grady Hospital non riprenderà più conoscenza.

Durante i cinque giorni precedenti la sua morte, la folla attende fuori per notizie. Il presidente degli Stati Uniti Harry Truman, il governatore della Georgia Herman Talmadge e il sindaco di Atlanta William B. Hartsfield chiedono tutti di essere tenuti informati sulle sue condizioni e al Grady Hospital si installano linee telefoniche speciali.

Muore il 16 agosto 1949 a soli 48 anni e sepolta nell’Oakland Cemetery di Atlanta.

La Mitchell, prima di morire, aveva disposto che tutti i suoi scritti fossero distrutti, quasi a voler proteggere il mistero della sua creatività: per questa ragione, per i decenni successivi Via col vento fu considerato la sua unica opera. Ma nel 1995,un manoscritto inedito emerse come un tesoro: Lost Laysen, un racconto scritto a 16 anni per il suo primo amore giovanile, Henry Love Angel. Pubblicato in Italia col titolo L’Isola in fondo al mare, rivela una Mitchell già maestra nel tessere storie d’amore e avventura, con lo stesso fuoco che avrebbe animato Rossella: il suo talento era sbocciato presto, ben prima del capolavoro che la rese immortale.

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