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Il salottino di TSD: intervista a Fernando Giacomo Isabella

Torna il nostro appuntamento con le interviste agli autori. Oggi TSD ha il piacere di incontrare l’autore Fernando Giacomo Isabella che con “Il maresciallo di Mileto” ci conduce in una Calabria sospesa tra passato e presente, dove la ricerca della verità si intreccia con le ombre della memoria e il peso della storia. Un romanzo che mescola giallo, introspezione e tradizione popolare con grande sensibilità narrativa.

l’intervista

Il suo romanzo si apre con un fatto di cronaca nera, ma ben presto diventa qualcosa di più profondo. Ci racconta com’è nata l’idea de Il maresciallo di Mileto e cosa l’ha spinta a intrecciare investigazione e memoria storica?

La verità è che questo libro, come ho detto anche all’editore, inizialmente non volevo scriverlo: stavo lavorando a un noir metropolitano ambientato a Roma. Poi, una sera, mio padre — che aveva prestato servizio a Mileto — mi racconta di aver ritrovato il libretto delle perlustrazioni redatto dal comandante della stazione dei carabinieri nel 1947. Il documento è una sorta di diario: vi sono riportati giorni, orari, nomi dei carabinieri, tipi di servizio svolto, luoghi, nome e timbro del comandante. Queste annotazioni mi hanno fatto immaginare le vite dietro quei nomi.
Due giorni dopo ho preso il treno da Roma e sono sceso a Lamezia. La scrittura è una passione, e le passioni vere sono sempre irrazionali — nel senso più bello del termine.

Il protagonista, il maresciallo Vincenzo Corso, è un personaggio complesso, combattuto tra il dovere e i ricordi della guerra. Come ha costruito la sua psicologia e quanto c’è dell’uomo comune dietro il militare?

Come dice spesso il colonnello Strangis, che ha scritto una splendida prefazione, il maresciallo l’ho “trovato” proprio nel libretto delle perlustrazioni e nei dialoghi avuti con mio padre, che mi hanno aiutato a capire come pensa, agisce e si comporta un carabiniere. Senza mio padre non avrei mai scritto questo romanzo. Senza un confronto quotidiano e diretto con chi ha indossato una divisa non sarei riuscito a delineare il profilo del protagonista e degli altri militari, tutti ispirati a carabinieri realmente esistiti.
Il comandante è un uomo tormentato dai ricordi di una tragica battaglia, ma anche un grande appassionato di storia locale. Ama i classici — non a caso cita Shakespeare e Seneca —, apprezza la cucina calabrese e non è immune al fascino femminile. È un uomo del suo tempo e, purtroppo, la guerra rappresenta una presenza costante nella sua vita.

Nel romanzo la Battaglia di Culqualber assume un valore simbolico. Perché ha scelto proprio questo episodio della Seconda guerra mondiale, e in che modo ha influenzato la vicenda principale ambientata a Mileto?

Ho studiato la Battaglia di Culqualber, ricordata dall’Arma ogni 21 novembre con la Virgo Fidelis, e ho scoperto che i protagonisti furono veri eroi. Da ragazzo, leggendo testi scolastici e libri di storia, mi ero convinto che gli italiani in guerra non si fossero mai distinti per coraggio: niente di più falso.
A mostrarmi l’altra faccia della verità sono stati i docenti Riccardo Viola e Francesco Mastroianni, profondi conoscitori della nostra storia. Così ho scoperto che non c’è stata solo Caporetto: ci sono state anche azioni eroiche ad El Alamein, ad Isbuscenskij e a Tobruch, per citarne alcune.
E poi c’è Culqualber, dove duecento carabinieri furono protagonisti di un assalto epico contro un nemico superiore per armi e numero. Non posso non ricordare il maggiore Alfredo Serranti, che prima dell’ultima fatale carica, abbandonò l’ospedale da campo, nonostante le ferite, per morire accanto ai suoi uomini.
In più occasioni, alleati e nemici hanno riconosciuto con ammirazione il coraggio dei soldati italiani. Con questo romanzo ho voluto rendere omaggio a quei combattenti troppo poco celebrati.

Uno degli aspetti più affascinanti del libro è l’intreccio tra l’indagine e le antiche credenze popolari calabresi. Quanto conta, per lei, la tradizione e il folklore nella narrazione del Sud?

Risponderei con una frase dell’appuntato Vinci: «Noi siamo la nostra terra».
I calabresi hanno un legame fortissimo con le proprie radici ed è qualcosa che accomuna i popoli del Sud. Nic Pizzolatto, ideatore della serie cult True Detective, attinge molto al folklore del Sud degli Stati Uniti, trasformandolo in un elemento narrativo centrale e ispirandosi al mito del Re Giallo, tratto dalla splendida raccolta di racconti di Robert William Chambers.
Anche nel mio romanzo il folklore non è un semplice sfondo, ma un modo per dare voce alla memoria collettiva e alla spiritualità del territorio.

L’atmosfera del romanzo è densa, sospesa tra realtà e memoria. C’è quasi una dimensione cinematografica nei paesaggi, nei silenzi, nei personaggi. Se dovesse scegliere, chi vorrebbe dietro la macchina da presa per un’eventuale trasposizione filmica?

Sono un grande fan di David Cronenberg. Nei suoi film esplora con maestria temi come la violenza, la moralità, la colpa e la vita nei piccoli centri, dove tutto sembra immobile ma i pericoli si nascondono dietro l’apparente normalità. A History of Violence ne è l’esempio più emblematico, mentre in La promessa dell’assassino ritroviamo la tradizione e il folklore — elementi che sento vicini e presenti anche nel mio romanzo.
Se potessi scegliere, mi piacerebbe che fosse lui a portare Il maresciallo di Mileto sul grande schermo.

L’amicizia tra il maresciallo Corso e il brigadiere Romeo dà al racconto un tono umano, autentico. Quanto è importante per lei raccontare la solidarietà e l’umanità dietro la divisa?

È fondamentale, perché i carabinieri — come tutti gli altri corpi dello Stato — sono realmente così: uomini e donne capaci di grande solidarietà e umanità. Basti pensare a quanto accaduto a Castel d’Azzano, dove i militari dell’Arma hanno salvato la vita di una persona che aveva appena ucciso tre carabinieri e ferito altre persone, in una terribile esplosione. Questo episodio racconta meglio di qualsiasi parola il senso del dovere e dell’umanità che ho voluto trasmettere nel romanzo.

Parlando di lei come autore: quando e come è nata la sua passione per la scrittura? C’è stato un momento o un libro che le ha fatto capire di voler raccontare storie?

La mia passione per la scrittura è nata durante le scuole medie. Ricordo ancora la mia prima pubblicazione, I segreti del circo, sul mensile nazionale Scrivere. Vedere il mio racconto stampato è stata un’emozione speciale che conservo come se fosse accaduta ieri. In quel momento ho capito che volevo raccontare storie.
Da allora ho scritto due romanzi, un reportage sul lavoro nero in Calabria e per il Tiburno — storico quotidiano del nord-est di Roma — ho ripercorso l’antica storia di Tivoli e raccontato i misteri della Valle dell’Aniene.

Dopo Il maresciallo di Mileto, ha già in mente nuovi progetti letterari? Può anticiparci qualcosa su ciò che sta preparando o sui temi che vorrebbe esplorare in futuro?

In questo momento sono molto impegnato con la promozione del romanzo. Ricevere il plauso del Comandante Generale dell’Arma è stato un riconoscimento che mi ha riempito d’orgoglio.
Ho la fortuna di condividere questa esperienza con il colonnello Strangis, il professore Mastroianni e il dottor Vincenzo Cimellaro, uno dei più autorevoli esperti di storia locale. Insieme formano un gruppo straordinario di relatori che mi accompagna negli incontri con i lettori.
A sostenermi in questo percorso c’è anche Scatole Parlanti, una casa editrice di Viterbo composta da professionisti di grande valore.
Vi confesso che c’è un periodo del Novecento che mi affascina particolarmente: gli anni ’80. Fashion, eccessi, segreti e scandali — mi piacerebbe raccontarli attraverso un oggetto simbolo di quel decennio.

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