Narrativa recensioni

Nel vasto mondo selvaggio – Lauren Groff

Recensione a cura di Mara Altomare

“La sua mente si levò in aria come se avesse spiccato il volo e abbracciò con lo sguardo la grande distesa verde del mondo con i frastagliati spuntoni delle montagne sullo sfondo del cielo e la foresta infinita e le vene dei fiumi e il costante digrignare delle onde bianche, i denti dell‘oceano”

Lasciamo ogni speranza se aprendo questo libro pensiamo di leggere un istruttivo romanzo storico, liberiamoci per questa volta di tutte le intenzioni di arricchire enciclopedicamente il nostro bagaglio culturale, non cerchiamo personaggi illustri o famosi dalle vite memorabili. Entriamo invece, in punta di piedi, tra queste pagine, (e che sia a piedi nudi) e prepariamoci a compiere un viaggio ai limiti della sopravvivenza.

La copertina del libro non genera misteri: sarà un vasto mondo selvaggio, e, come la protagonista, ci vestiremo di terra e di foglie, tra bosco e cielo, tra acqua e fuoco. Soprattutto, mettiamoci in ascolto attento delle parole, godiamoci in lentezza una narrazione poetica e tagliente, lirica e cruda, frutto di un’opera di scrittura e traduzione magistrali. Facciamo veramente attenzione all’uso delle parole e a come i luoghi diventano persone, a come gli oggetti diventano umani…

Più che un contesto abbiamo un “pretesto” storico, un’ambientazione che ci porta in una colonia inglese della Virginia, tra i nativi Americani della tribù di Powhatan; presumibilmente Jamestown, sede del primo insediamento inglese in quelli che diverranno gli Stati Uniti; presumibilmente agli inizi del Seicento… i tempi e i luoghi di Pochaontas, per intenderci, ma senza Pochaontas, e senza storie d’amore romantiche (al massimo una citazione velata fine a sé stessa, su una ragazza vivace e ridente, figlia del re Powhatan)

Le coordinate spazio temporali si deducono, cogliendo i dettagli, e dentro al romanzo succede che i nativi americani, così come i coloni inglesi, sono più “evocati” che menzionati.

La protagonista è una ragazza senza nome, un’orfana fuggita da un accampamento devastato da carestia, malattia e violenza, e per tutto il suo viaggio è sola, e noi soli con lei, accompagnati dai ricordi che la inseguono, a volte dolci, a volte spietati. Accompagnati anche da pochi oggetti per la sopravvivenza, descritti con parole potenti, come fossero compagni di viaggio vivi:

“Alla luce del fuoco, tirò fuori dalla sacca quel che c’era di buono per prendersene cura, perché quelle cose erano le sue sole amiche e ognuna aveva cominciato a acquistare una sua personalità. L’accetta era smussata ma fedele come un cane, il coltello era bifronte e arrabbiato ma sempre pronto, la pietra focaia era taciturna, la sacca disorientata, le coperte pacifiche, la tazza di peltro troppo impaziente e un po’ ingorda. Si tolse poi gli stivali, quei gemelli erano i suoi due migliori amici e i più audaci

La ragazza fugge da qualcuno che la insegue, fugge da un pericolo; e poi fugge dal suo passato.

Così, lentamente, emerge la sua storia: abbandonata alla nascita, vive nei suoi primi anni in orfanatrofio, per poi essere affidata a una famiglia nobile, e per diventare la balia di Bess, la figlia della sua padrona, su cui riversa tutto il suo amore. I suoi padroni la chiamano Zeta, come l’ultima lettera dell’alfabeto, un nome che mette in evidenza il suo destino da “ultima”. Da Londra li segue in una traversata in nave, lunga e affannosa, e in seguito scappa dal forte dopo la morte di Bess. Non sappiamo chi la stia inseguendo, né cosa abbia fatto, ma la seguiamo nella sua fuga, tramite la quale si allontana sempre di più dalla civiltà, per abbracciare e lasciarsi avvolgere dalla natura.

E qui il mondo selvaggio diventa protagonista.

È una natura in continua contraddizione, popolata da bestie, (non solo animali) che può essere una crudele assassina, ma anche un rifugio. Un luogo dove si vive la fame, la fatica, il freddo, il buio e la luce, il terrore e la consolazione.

Zeta è un essere umano che vive ai limiti della bestialità, costretta a nutrirsi di radici, funghi, noci e carcasse di scoiattoli, per sopravvivere. In un posto in cui viaggia con un corpo devastato, pieno di piaghe e ferite. Con la fame, il freddo e la febbre. In una foresta fredda e invernale e navigando su un fiume da domare. Ma la piccola e ultima Zeta è anche un gigante, perché sa trovare nella natura la grazia, che dona bellezza e perfezione, che abbraccia e conforta.

Il romanzo avvicina sempre il dolore alla bellezza, e questa forza dirompente e maestosa della natura dà la spinta alla fuga di Zeta.

Tra le poche cose che porta con sé, di sicuro ha la fede in Dio tra le mani, fonte della sua forza, fede semplice ma con spessore biblico.

Non sarò la prima a soffrire, Giobbe ha patito di peggio e dio lo ha ricompensato per aver sopportato con umiltà le prove”

Una fede disarmante in un luogo così crudele, dove la parola “dio” è scritta sempre in minuscolo, ma dal suo piccolo grida a gran voce:

“Per un lungo momento, si vide distesa sulla mano di dio, al centro esatto del palmo, e le dita curve di quella mano erano la notte e la proteggevano dalle fiamme dell’eternità. E le stelle e la luna erano un luccicante spazio interno. E quell’aria sopra di lei portava sollievo alla testa. Spazzava via il dolore con le sue dita lunghe e fredde.”

Una fede però che il romanzo ci fa vedere anche attraverso il paradosso del colonialismo, che giustifica la sua violenza con la religione. Incontriamo delle pagine veramente dure di testimonianza dell’opera gesuita e degli scontri con i nativi:

“…i gesuiti col loro disprezzo fecero infuriare gli uomini che li avevano accolti in quella terra e dopo un’estate passata a metter su gli alloggi e una chiesa con una campana di ferro, e a piantare le verdure che era possibile coltivare in quel terreno, avevano conosciuto un lungo inverno di fame durante il quale, poco alla volta, avevano scambiato i loro oggetti di metallo con il cibo. Dissero inoltre alla gente di quelle terre che se non si fossero inginocchiati tutti al cospetto del loro dio a tre teste che camminava sulle acque sarebbero rimasti pagani e dopo la morte sarebbero bruciati in un luogo di lunghe torture.

E questo, secondo i powhatan, era una terribile scortesia da parte di quegli ospiti non invitati e ingrati. E perciò progettarono di attaccare i preti di notte…”

Zeta non sa dove sta andando, ma va dritta, sicura di quello che vuole lasciarsi alle spalle; preferisce di gran lunga la sua fuga al suo passato, augurandosi di essere l’ultima superstite della sua specie, appagata dalla possibilità che la peste abbia sterminato il suo villaggio e abbia fatto pulizia.

“Il dio della mia gente è mosso da una fame che si sazia soltanto con la dominazione. La mia gente dominerà finché non resterà più niente, poi mangerà sé stessa. Io non sono una di loro. Non voglio esserlo.”

Un messaggio di libertà e, tra le righe, di ribellione, molto più attuale del previsto e vicino al nostro tempo.

PRO DEL ROMANZO

Pagine intense ed elevate, ai limiti della spiritualità

CONTRO DEL ROMANZO

Pagine feroci e brutali, ai limiti della bestialità


Nel vasto mondo selvaggio – Edizione cartacea
Nel vasto mondo selvaggio – Edizione ebook

TRAMA

È inverno. La ragazza corre nella foresta, in fuga da un insediamento di coloni inglesi nel Nuovo Mondo, in Virginia.

Nata serva in Inghilterra, si è sempre occupata della piccola Bess, una bambina malata che abbandona con dolore quando un’epidemia devasta la piccola comunità in cui vivono. Priva di armi, di utensili, ignara di tutto e pronta a imparare tutto da sola, sperimentando, si ciba di ciò che raccoglie e resiste al gelo; impara a pescare e cacciare; governa il fuoco; si ammala ma poi guarisce; prima sopravvive e basta, poi vive in comunione con le terre selvagge, secondo un patto feroce che a volte rischia di sopraffarla ma in cui, tenace e avida di vita, ha a lungo la meglio.

Tra orsi, lupi, nativi e misteriose creature erranti come lei, la ragazza attraverserà a modo suo tutte le tappe di una vita: la paura, il sesso, la libertà, la solitudine, fino alla fine.

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