Recensione a cura di Raffaelina Di Palma
“Fuliara”è un soprannome originario del dialetto di Belpasso, che significa fuliggine. Una donna, una figura poliedrica, che cura la gente del paese, un ruolo che la colloca tra le figure guaritrici e sagge del villaggio.
All’epoca de La Fuliara, le donne libere e indipendenti che si ribellano alle regole della società patriarcale sono considerate streghe: gli uomini, violenti, spietati e bellicosi sono chiamati eroi e finiscono negli annali della storia.

Con la Fuliara si entra in un’epoca fatta di vincoli, di obblighi, animata da un forte desiderio di autonomia e di libertà.
Metà dell’Ottocento, in Sicilia. Se alcuni fatti vengono taciuti, si tacciono per vergogna: le vittime, spesso in balia di una insensata e crudele violenza, trascinano nel tempo quella verità che rimane sepolta lasciando addosso una “macchia” dolorosa e indelebile. Quella “macchia” della quale parla l’autrice, porta con sé l’onta della “vergogna” non voluta, ma che la vittima deve subire anche quando le resta in grembo il segno di quella violenza.
“Quella luce così intensa annunciava un bel giorno d’inizio estate e faceva brillare le rocce appuntite come se piccole stelle si fossero lasciate cadere dal cielo. Il carretto era vuoto, sua madre, scarmigliata e con i vestiti strappati, ripeteva: «Niente, non è successo niente, ora ti passa tutto, torniamo a casa che Maria Antonia ci aspetta».
In questo romanzo viene raccontata la vicenda di una bimba, Veneranda, che viene affidata dal padre a donna Lucia, ‘a Fuliara, per qualche anno. Veneranda diventerà “figlia di anima” di donna Lucia che le insegnerà i segreti delle erbe, la cadenza dei ritmi stagionali, la successione regolare di eventi naturali.
Soprattutto le insegna a non oltrepassare quella linea sottile che c’è tra il bene e il male, che non è fissa, ma attraversando il cuore di ogni individuo rende ciascuno potenzialmente capace di compiere sia buone che cattive azioni.
Prima della rabbia e del “destino” c’è una bambina che impara a riconoscere erbe, sofferenze e solitudine. Un incrocio di storie intense, di paure, di scempio e di dolore.
La storia di Tanina, soprannominata “Gnu Ranna”, resta nel cuore del lettore per la sua intensità profonda, per il suo coraggio, intrecciandosi con le storie di altri personaggi.
Alla sua scrittura forte e analitica, con una rilevante passione per le tradizioni del luogo di origine e di appartenenza, la giornalista oltreché blogger e scrittrice, Anna Chisari mette al centro della narrazione “la macchia”, quel male che si tramanda di generazione in generazione in una eco infinita. Schierarsi dalla parte di queste donne è spontaneo, loro vedranno solo piccoli varchi di luce e felicità fugaci, che si trasformeranno velocemente in orribili sventure. È proprio con Tanina che la “macchia” si amplia, si aggrava, nonostante il suo sforzo di ramificarsi che prima le darà forza, ma poi la spezzerà senza pietà.

Quando sua figlia scappa con il ragazzo di cui si è innamorata, Veneranda decide di diventare una strega pur di proteggerla e tenerla vicina a sé.
Dalla nonna, dalla madre, e da quelle prima di loro ha ereditato l’onta di quella “macchia”, ma sarà proprio sua figlia, Nunzia, che farà sbiadire quella “macchia”. Sarà lei che spezzerà la catena liberando da ogni vincolo le loro vite, liberandole da ogni schiavitù, ma per la “mavara” Gnu Ranna si aprirà la strada del tormento e della pazzia.
La bestemmia che lancia contro un’intera discendenza è intrisa di un odio profondo. Sin dalle prime pagine si intuisce che “La Fuliara” è una storia che dietro la durezza, nasconde passione e tenerezza: quella passione coltivata dal desiderio di riscatto, lasciando che il dolore si amalgami a quella macchia nera, facendola sparire completamente.
La bellezza di questo libro, oltre alla storia, è il linguaggio, quel dialetto perde la sua fonetica melodiosa, si indurisce quando incontra il fuoco violento dell’Etna, rivela l’asprezza della sua terra e della sua lava rovente: e lì, che esplode tutto il dolore che cova nelle sue viscere.
È la stessa violenza che si sprigiona da Cateno, orfano, allevato senza amore dal parroco e dalla perpetua. A sedici anni scappa in cerca della sua strada. Si arruola come mozzo su una nave. È un ragazzo buono e gentile Cateno, che conoscerà molto presto la ferocia degli esseri umani. L’onta di quella macchia travolgerà anche la sua vita: lo farà diventare cattivo, il più temuto brigante della zona, intrecciando la sua storia a quella del figlio di una ragazza che ha violentato. Quelle violenze lasceranno ferite profonde nella sua anima.
“Era però diventato ricco di avventure e grasso di indifferenza e crudeltà, non mostrava pietà nei confronti di nessuno né sentimento nei confronti di Imelde e del bambino che la ragazzetta gli aveva presentato come suo figlio – Cateno aveva guardato il moccioso e si era visto riflesso in lui come in uno specchio tale e quale – lo stesso naso a patata, lo stesso faccione rotondo, la stessa aria distratta e balorda – ma non si era lasciato incantare: dopo essersi fatto consegnare la metà dei guadagni di sei mesi di Imelde le aveva detto: «Chissà con chi l’hai fatto questo bastardo», e si era allontanato. E non li aveva visti mai più.”
Pubblicato da Garzanti, “La Fuliara. Storia di una maledizione” è la mescolanza della magia incrociata all’esperienza e alla cultura delle proprietà positive delle erbe.

L’autrice crea notevoli legami con un’analisi che porta verso il pensiero dei più grandi analisti della psicologia mondiale. Nelle pieghe dell’ignoranza dell’epoca esplodono casi risolti sanguinosamente con gesti di crudele violenza verso la donne, ma anche verso quegli uomini oppressi e deboli. Nel romanzo c’è una traccia ben precisa riferita anche al difficile momento che viviamo attualmente: le lotte quotidiane nelle quali si fronteggiano: l’eterno patriarcato per le donne e il sempiterno permissivismo per gli uomini.
“La macchia è invadente, ha i contorni sfumati, non fa scintille e si mischia con tutto, è estranea, è familiare, non salta e si allarga.”
La storia si accende in un clima coinvolgente che ci riporta l’odore di una terra bruciata dal sole, l’aroma dei suoi limoni selvatici, il profumo di zagare, di lacrime nascoste, incantesimi appena sussurrati; riportando in superficie una dolorosa realtà. È un romanzo storico, ma con una vasta panoramica sul presente, una Sicilia dura senza filtri o addobbi, ma pur con un passato di dolore sa dare la possibilità di riscrivere il proprio destino.
Pro
È un’immersione tra realismo e magia, non solo erbe, nei gesti di pratiche quotidiane che parlano di patriarcato, sopruso, di forza silenziosa, che non nasconde una potente denuncia sociale: è la voce dimenticata dalla storia, di donne giudicate streghe, mavare, pazze. Ma è anche la storia di una maledizione e al tempo stesso di riscatto, che fa emergere in tutta la sua interezza, ingiustizia e radici estirpate con la violenza.
Contro
Nulla

La fuliara – Edizione ebook
Trama
Belpasso Sicilia, metà Ottocento. Gnu Ranna: questo il nome che le hanno affibiato, insieme a quello di strega, fattucchiera, speziale. Ma prima di scagliare una maledizione su un’intera stirpe – la famiglia Baruneddu, condannata a una vita di sfortunati amori – Gnu Ranna aveva un altro nome. Si chiamava Veneranda Balsamo, ed era solo una ragazzina affidata dal padre alle cure di una mavara che le ha insegnato come trovare le erbe giuste per curare le malattie, riconoscere i boccioli dei fiori alla luce chiara dell’alba e vivere dei frutti della terra. Giorno dopo giorno, anche Veneranda è diventata una mavara di talento, a cui tutti gli abitanti di Belpasso si sono rivolti con fiducia. In particolare le donne che si recavano nel retro del negozio del padre a chiederle aiuto per i loro bambini o per un dolore troppo tenace. Lì erano al sicuro. Ma nessuna donna, a Belpasso, lo è mai del tutto. Nessun uomo sa rispettare un “no” mormorato con paura. Per questo, quando la figlia scappa con un Baruneddu, Veneranda decide di diventare una strega. Tutto pur di proteggerla e tenerla vicino. Perché lei, dalla madre, dalla nonna e da quelle prima di loro, ha ereditato una macchia. Una macchia che ha segnato il suo destino. Una macchia impressa dai masculi. Una macchia che, come inchiostro, si allarga di generazione in generazione.



