È uno scheletro in miniatura realizzato in bronzo con gli arti snodati. In latino, la parola “larva” allude a un fantasma, a una maschera terrificante oppure a uno scheletro.
Ma a cosa serviva? Era un modello per studi di anatomia? Una decorazione funeraria?
Nulla di tutto ciò: è un curioso quanto macabro oggetto che, di moda tra le classi agiate nell’antica Roma, si portava a tavola durante i banchetti per ricordare ai commensali la brevità della vita e incoraggiarli a godere dei piaceri del momento. Si trattava, quindi, di un “memento mori”, “ricorda che devi morire”, ovvero un monito alla mortalità, e veniva esibito come parte dello sfarzo e del lusso dei banchetti.
Legata ad una concezione epicurea della vita oltre la quale vi era semplicemente il nulla, i commensali erano inviati a godere pienamente dei piaceri e del lusso del presente, seguendo il principio del “carpe diem”.
La realizzazione di oggetti elaborati come scheletri snodabili in argento era anche una dimostrazione di ricchezza e magnificenza da parte del padrone di casa.

Questa usanza in realtà non ha origine romana ma ellenistica come dimostra un mosaico risalente al III secolo a.C. e ritrovato nel 2016 ad Antiochia, nella Turchia meridionale. Nella parte centrale dell’opera musiva si può osservare uno scheletro comodamente sdraiato che si gode il pane e il vino. Accanto al suo corpo la parola greca “eufrosunos“, traducibile come “siate felici”.
Tracce di questa tradizione si ritrova già in Erodoto che nelle sue Storie racconta come in Egitto, durante i banchetti, si mostrasse un cadavere in legno, per ricordare agli ospiti la brevità dell’esistenza e dei suoi piaceri.
Ritornando ai banchetti degli antichi romani, una chiara testimonianza di come doveva avvenire la presentazione della larva convivialis si ha in un passo del “Satyricon” di Petroni, quando l’autore racconta con toni vivaci una luculliana cena a casa del liberto Trimalcione.
Dunque, mentre noi stavamo bevendo e stavamo ammirando con grandissima attenzione quel lusso, un servo portò uno scheletro d’argento costruito così che le articolazioni e le vertebre snodate si potessero piegare in ogni parte. Avendolo gettato una prima volta e una seconda sulla tavola, e assumendo quel congegno mobile pose diverse, Trimalcione aggiunse: “Ahi! Come siamo miseri, che nullità è l’ometto! Così saremo tutti, dopo che l’Orco ci porterà via. Quindi viviamo finché è possibile stare bene”.


